12 Settembre 2019

L’ultimo rilancio di Draghi, nonostante la resistenza tedesca

Fabio Insenga

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E’ e resterà l’uomo del ‘whatever it takes’, la frase pronunciata nel luglio del 2012 per mettere in chiaro che la Bce, la sua Bce, avrebbe fatto di tutto per proteggere l’Euro e i target, in particolare sull’inflazione, che sono alla base del suo mandato. Mario Draghi ha vissuto la guida dell’Eurotower come una missione. E con le decisioni e le parole che le hanno accompagnate ha sempre inciso più di ogni altro suo predecessore. Fino al nuovo rilancio di oggi. Il Consiglio ha tagliato ancora il tasso su depositi, a -0,50%, lasciando invariati il tasso principale a 0% e qulleo su prestiti marginali a 0,25%; ha varato un nuovo programma di quantitative easing (Qe), che prevede l’acquisto di bond per 20 miliardi di euro al mese e partirà a novembre; ha lanciato un nuovo maxi-prestito a lungo termine alle banche dell’Eurozona, allungando la scadenza da due a tre anni e prevedendo tassi più bassi per le banche che prestano ai di sopra di un certo livello. Ancora, quindi, armi non convenzionali.

Per la fase che stiamo attraversando, con la prospettiva concreta di una nuova recessione, l’ultimo atto di Draghi si aggiunge di diritto alla lista di interventi ‘chiave’ della sua gestione. La decisione presa oggi, spiega, riflette un’inflazione che continua ad essere al di sotto dell’obiettivo del 2%, e le informazioni in arrivo che “indicano una debolezza dell’economia dell’Eurozona più protratta, importanti rischi al ribasso e un’inflazione debole” (La Bce ha abbassato a 1,1% la stima di crescita dell’Eurozona per il 2019, e a 1,2% quella per il 2020. Confermato un +1,4% per il 2021).

Non solo. La strada è segnata, almeno fino a quando la situazione non dovesse migliorare. La Banca centrale europea “si aspetta che i tassi di interesse chiave della Bce rimangano ai loro livelli attuali o inferiori fino a quando non si vedranno le prospettive di inflazione convergere saldamente a un livello sufficientemente vicino, ma inferiore al 2% nel suo orizzonte di proiezione”. Resta comunque il richiamo fermo ai governi europei. “Lasciatemi dire che c’è stata unanimità su un fatto, e cioè che la politica di bilancio dovrebbe divenire il principale strumento” di stimolo all’economia dell’Eurozona. Più in particolare, i Paesi che hanno spazio di manovra sul fronte dei conti pubblici dovrebbero utilizzarlo “in maniera efficace e tempestiva” per fronteggiare la situazione economica più difficile. Invece, i Paesi ad alto debito dovrebbero mantenere una politica di bilancio “prudente”.

Altra costante, l’opposizione della Germania e dei Paesi del Nord. Con l’aggiunta, pesante, della Francia. Draghi non li cita direttamente ma è evidente dalle sue parole che la decisione del Qe è stata assunta nonostante la loro contrarietà. Il pacchetto di misure adottato oggi dalla Banca centrale europea ha visto fra i membri del consiglio direttivo “ampio consenso su tutto, tranne il Qe”. Proprio sugli acquisti di titoli c’è stata “una maggiore diversità di vedute, ma alla fine il consenso è stato così ampio che non è stato necessario votare”.

La determinazione con cui Draghi ha guidato la Bce non passa di certo inosservata Oltreoceano. Alimentando la polemica del presidente Usa Donald Trump contro la Fed. Alle decisioni in Europa, segue immediatamente un tweet: “La banca centrale europea, agendo rapidamente, taglia i tassi di 10 punti base. Stanno tentando, e con successo, di svalutare l’euro contro il dollaro molto forte, danneggiando l’export Usa. E la Fed sta seduta, seduta e seduta. Loro sono pagati per prestare denaro, mentre noi stiamo pagando gli interessi”. Secca la replica di Draghi: “la risposta è molto semplice. Abbiamo un mandato a perseguire la stabilità dei prezzi e non abbiamo come obiettivo i tassi di cambio. Punto”.

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