17 Settembre 2019

Il passo di Renzi danneggia comunque il governo

Fabio Insenga

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Scissione annunciata, da mesi. La convivenza nel Pd di Matteo Renzi con un segretario come Nicola Zingaretti non poteva durare a lungo. Ma la tempistica scelta dal senatore fiorentino per uscire e formare gruppi parlamentari autonomi ha un peso e apre una serie di questioni rilevanti per il governo appena insediato, e per i rapporti di forza all’interno della maggioranza che lo sostiene. Quello siglato tra M5s-Pd e Leu non è un contratto (in omaggio alla discontinuità invocata rispetto all’esperienza giallo-verde) ma una vera e propria alleanza politica (almeno nella forma). Ma assimilare comunque l’accordo alla formula giuridica del contratto aiuta a spiegare perché la decisione di Renzi danneggia comunque Palazzo Chigi.

Per un qualsiasi contratto stipulato tra due parti, un cambio così radicale della ‘composizione azionaria’ di uno dei due contraenti potrebbe aprire un contenzioso sulla validità del contratto stesso. Come dire, tutto quello che è stato concordato, visto il nuovo assetto, può essere rimesso in discussione, fino ad arrivare anche alle nullità del contratto. E’ chiaro che, uscendo dalla metafora giuridica, gli equilibri già precari nella maggioranza rischiano di saltare molto più facilmente ora che le parti diventano quattro (M5s, Pd, renziani, Leu) e non tre, con un tasso di litigiosità che è inevitabilmente destinato a salire. Anche perché il nuovo soggetto, quello che nasce intorno a Renzi, ha tutto l’interesse a comportarsi, e a farsi percepire dall’opinione pubblica, come un soggetto ‘determinante’, capace di spostare l’asse della maggioranza.

Evidente che a indebolirsi è la forza contrattuale del soggetto che perde un pezzo, il Pd di Zingaretti. Così come è altrettanto palese che i Cinquestelle hanno il problema di doversi confrontare non più con un solo ma con due alleati ingombranti. E, prevedibilmente, in competizione tra loro e quindi propensi ad alzare la posta.

In questo gioco tutto politico, fatto di interessi di parte che diventano regionali, circoscritti, di bottega o di quartiere a seconda dell’immagine preferita, c’è però ancora una volta un convitato di pietra: l’interesse del Paese. Basta rileggere le ultime settimane di Renzi per capire quanto strumentale sia il ricorso a una formula ormai svuotata di qualsiasi significato. E’ stato per l’interesse del Paese che si è fatto di tutto per arrivare alla formazione di un governo M5S-Pd; è stato per l’interesse del Paese che si sono trattate le poltrone di quello stesso governo; è per l’interesse del Paese che ora si consuma una scissione che toglie a quello stesso governo la poca solidità faticosamente e artificialmente costruita intorno all’accordo M5s-Pd. Renzi, c’è da aspettarselo, tornerà a invocare l’interesse del Paese anche quando inizierà a bombardare il governo e quando, non appena sarà pronto, tenterà di staccargli la spina.

In estrema sintesi, quello dell’ex premier sembra un abile (ma saranno i prossimi mesi a stabilire quanto) gioco politico e un pessimo servizio al premier Giuseppe Conte e al suo governo.

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