9 Ottobre 2019

Meno vinci e più vali, il paradosso del Manchester United

Nicola Sellitti

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Meno vinci, più vali. Il Manchester United in crisi di risultati ormai da anni, dalla fine dell’era griffata da Sir Alex Ferguson (sei anni fa), con il potere ceduto ai cugini del City e al Liverpool, è uno dei casi più singolari nel rapporto tra sport e business, che fissa nei risultati sul campo la leva per crescere anche negli introiti. L’ultimo studio sulle finanze del club inglese finito sulla Bbc indica un fatturato record da 711 milioni di euro, con utili a 210 milioni di euro. Un risultato impressionante, se si tiene conto che il titolo in Premier League manca da tempo e che anche il cammino in Champions League, la competizione che rinfresca a getto continuo le casse dei club, è stato altalenante, con pochissimi picchi verso l’alto.

Per i Red Devils, dieci accordi di partnership globale, con incassi a quota 196 mln di euro e un marchio che è ancora tra i primi, soprattutto in Oriente, l’assenza in Champions League per la stagione in corso potrebbe aprire a delle perdite potenziali. Ma la salute economica del club inglese è continuamente migliorata negli anni, nonostante la pochezza mostrata sul terreno di gioco. La prova che lo sviluppo del brand, del merchandising, anche della cessione dei diritti televisivi è un treno in corsa su un solo binario, con i risultati sportivi che possono incidere in positivo, senza danneggiare troppo i conti, in caso di insuccessi.

Lo stesso avviene anche nella National Football League, la lega di football più famosa al mondo, con i Dallas Cowboys, la squadra d’America, con tifosi in ogni stato grazie all’invenzione delle cheerleader a bordocampo: l’ultimo titolo nazionale per i texani è arrivato nel 1996, poi tante delusioni ma una crescita del valore della società, oltre i cinque miliardi di dollari secondo le ultime rilevazioni dei principali analisti finanziari. E questo perché il proprietario dei Cowboys, Jerry Jones, che comprò la società 30 anni fa spendendo 140 milioni di dollari, ha investito oltre 1,2 miliardi di dollari nello stadio, l’AT&T Stadium, noto come Jerry World: negozi, ristoranti, musei, e un pacchetto di soluzioni per gli oltre 100 mila spettatori. Il primo impianto concepito non solo per lo sport ma anche per il flusso di cassa nello sport americano e mondiale. Inoltre, i Cowboys hanno un contratto prestabilito sul loro merchandising, che consente di ricevere cifre assai più alte dagli sponsor rispetto ai competitor.

Sempre nello sport americano ci sono i New York Knicks, la franchigia che secondo riviste specializzate vale di più nella Lega del basket (oltre quattro miliardi di dollari), anche davanti ai Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, che nei decenni hanno collezionato il maggior numeri di titoli nazionali e i migliori cestisti di ogni epoca (Bill Russell e Larry Bird per Boston, Magic Johnson, Kareem Abdul Jabbar, Kobe Bryant e Lebron James per i californiani). E se per una partita al Madison Square Garden (la casa dei Knicks) bisogna investire ogni volta centinaia di dollari, l’ultimo successo dei newyorkesi risale al 1973. Ma il fascino della Grande Mela resta irresistibile per le multinazionali.

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