14 Ottobre 2019

I soldi dietro la guerra turca ai Curdi

Enrico Verga

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Kobane, Raqqa, nomi sconosciuti agli italiani, fino a pochi anni fa. Nomi associati a battaglie sporche, polverose, povere dove si fronteggiavano terroristi, brigate proxy, milizie locali. Il tutto condito con bombardamenti tattici dei ‘grandi fratelli’.

L’unica nota di rilievo in queste battaglie è stato l’esercito che si è “sporcato le mani” in tutta questa carneficina: i peshmerga (letteralmente “coloro che affrontano la morte”, una versione orientale del “morituri te salutant” dalle sabbie di un dissacrato Colosseo).

Ora i Peshmerga, l’esercito di auto difesa curdo della Siria, si stanno facendo massacrare dai loro precedenti “alleati”: i turchi.

Sarebbe troppo facile andare a scrivere delle belle eroine curde cadute per difendere l’occidente dall’Isis, le cui sorelle ora si fan massacrare dai bombardamenti turchi. Un articolo che si limiti a dibattere su chi ha ragione e chi torto, su chi ha tradito e chi è rimasto fedele sarebbe limitato.

Per spiegare seriamente le recenti scelte in fatto di politica estera di Erdogan si deve parlare di quello che ci sta davvero sotto: i soldi.

Quindi concedetemi un excursus nella recente storia del medio oriente, una storia spesso trascurata, a cui, tuttavia, ci si aggancia perfettamente un reticolo di interessi economici locali e geopolitici che, per certi aspetti, sono il cuore della perenne instabilità politica ed economica dell’intero medio oriente.

I Curdi non sono nati ieri. L’etnia curda ha radici profonde. Il problema che hanno i Curdi è che sono sempre molto ottimisti e si fidano degli altri. Sono circa 100 anni (giusto per rimanere nell’orbita del secolo appena terminato) che i Curdi vengono traditi da tutti. E di solito si prendono pure i proiettili, le bombe e i gas nervini. Il gioco è sempre lo stesso: se serve qualcuno che ci metta i soldati si cercano i curdi. Sono una nazione (cultura, tradizioni etc..) di fatto, ma senza uno stato. E per di più, come vedremo tra poco, sono in una zona calda del mondo. Quindi il gioco è sempre lo stesso: li si arma per bene (ma senza dar loro forniture militari pesanti, stile carri armati etc..) e li si lascia andare a fare il lavoro sporco. Quando è tutto finito si scaricano i curdi.

Come detto però se questa triste storia commuoverà qualcuno è meglio restare sulla linea e parlare di soldi perché, per quanto se ne discuta poco, di soldi in ballo ce ne sono molti.

kurdistan turchia curdi

Il grande Kurdistan: la nazione fantasma

Per capire cosa c’è in ballo a Rojava dobbiamo considerare prima di tutto l’ipotetica mappa di quello che viene chiamato il grande Kurdistan: il sogno dei Curdi. Di tanto in tanto questa mappa appare nelle sale degli strateghi americani, russi, cinesi e i loro relativi alleati locali.  La mappa è di qualche anno fa ma la localizzazione del “grande Kurdistan” è più o meno la stessa di oggi.

I curdi sono una delle antiche popolazione autoctone della Mesopotamia,  sono geograficamente insediati in un area che include differenti nazioni moderne: Sud est della Turchia, Nord est della Siria, Nord Iraq, nord ovest dell’Iran e sud ovest della Armenia.

Nella migliore delle ipotesi questo stato potrebbe avere poco meno di 40 milioni di abitanti. Geograficamente parlando sarebbe un mal di stomaco per queste 5 nazioni. Ma non è solo una questione di territorio. Si parla di risorse naturali (depositi di petrolio e acqua in particolare), di rotte energetiche (le condutture per trasportare il petrolio dai ricchi giacimenti di Baku sino alle coste turche, tanto per fare un esempio) e di potenza economica innescata dalle suddette materie prime e dalla posizione geografica. Detta in modo semplice, il grande Kurdistan sarebbe una potenza regionale pari all’Iran per ricchezza, unità nazionale, e potenza militare. Una nazione che, così descritta, nella valutazione di tutti i governi della zona, non deve e non può esistere.

Petrolio 

Se assumiamo di avere un grande Kurdistan (come nella mappa sopra) dobbiamo prima di tutto conteggiare le sue riserve di depositi energetici fossili. Ci ha pensato Bloomberg che già nel 2017 parlava di oltre 45 miliardi di barili di petrolio. E Bloomberg si riferisce al solo petrolio in territorio nord Iraq (governo regionale autonomo curdo). A questo si deve aggiungere i depositi siriani (anch’essi nell’area curda per quanto di minor dimensione, stante le attuali trivellazioni ed esplorazioni). Quanto vale in soldoni un Kurdistan unito con questa spinta di petrolio e gas? Beh, potrebbe tranquillamente essere uno dei 3 grandi del petrolio di tutto il medio oriente. Un membro di tutto rispetto all’interno dell’Opec. Energeticamente uno stato di questo tipo potrebbe sbilanciare seriamente i già fragili equilibri di potere medio orientali.

Alle riserve accertate si deve aggiungere la posizione strategica del grande Kurdistan. Noterete nella mappa che segue che i due oleodotti BTC e BTE rientrerebbero nel grande stato curdo. Se sembra poca cosa ricordiamoci che in Ucraina si combatte per possedere una nazione che di materie prime energetiche è scarsa, ma è un crocevia delle rotte energetiche dalla Russia verso l’Europa.

Acqua 

Se le riserve di idrocarburi sono note, meno discusso è di solito un grande Kurdistan in termini idrici. Se torniamo alla mappa iniziale, le risorse idriche di un grande Kurdistan sono rilevanti. Nel mondo si parla sin troppo poco (Greta a parte) delle disponibilità di acqua dolce e potabile. In un territorio a prevalenza arida come il medio-oriente, una nazione che controllasse i grandi fiumi alle fonti sarebbe, di fatto, una super potenza. E con l’acqua viene anche la produzione agricola, l’allevamento etc.. Tra fiumi e bacini idrici artificiali (utili anche per la produzione di elettricità in modo sostenibile) il grande Kurdistan potrebbe dettare legge a tutti gli stati confinanti. Già oggi gli asset del Kurdistan iraqeno sono rilevanti per l’intero stato.

Rojava è la prima pedina di un domino da disinnescare?

Per quale ragione Erdogan attacca Rojava (o se preferite il nord est della Siria)? Mi piace pensare che, al netto delle sparate mediatiche di questi giorni, Erdogan, come ogni capo di stato che si rispetti, abbia una visione pratica. Mi piace pensare che abbia interesse per la sua nazione, il suo partito (che ha seri problemi di credibilità, basta vedere le recenti elezioni di Instanbul) e le fonti energetiche. Queste ultime che sono vitali per l’economia turca che basa il suo successo economico recente su prestiti esteri e un industria a corto di energia a basso costo. La necessità turca di avere energia è ben nota. Già nel 2013 su the national si dibattevano le speranze della Turchia sul tema energetico.

Dimentichiamoci per un attimo il tema del “mi prendo 30km di Siria per ricollocare i profughi siriani che stanno da me”. Qui il tema è sicuramente etnico ma ancora di più economico.  Per allontanare uno scenario di indipendenza di Rojava si deve annientare la presenza curda nel territorio. Detta in soldoni se, approfittando della situazione del governo centrale siriano, Rojava dovesse dichiarare indipendenza potrebbe diventare un faro a cui le altre regioni a maggioranza curda, potrebbero guardare e allearsi. In pratica, il disfacimento prima di tutto dell Iraq, seguito a ruota dal sud della Turchia.

I profughi siriani che Erdogan mira a ‘piazzare’ in Rojava sono per lo più siriani non curdi. Risistemarli alla buona in una regione a prevalenza curda significa tentare di innestare un principio di frammentazione dell’etnia curda che ha dimostrato, da decenni se non secoli, di essere ben connotata, strutturata e coesa. Sfondare Rojava militarmente e insediare là una popolazione non autoctona, significa smembrare il tessuto sociale di una pseudo nazione (una parte di essa ricordiamo la mappa sopra) che ha forti ambizioni unitarie. In aggiunta, come detto sopra, non dimentichiamo che il petrolio siriano-curdo fa gola a una Turchia assetata.

Il curioso caso del petrolio siriano che andava da solo in Turchia

Il petrolio di Rojava ha già fatto “strani percorsi” per arrivare in Turchia.

Già in passato, durante l’epoca Isis, uno strano traffico, di cui la Turchia dichiarava di non sapere nulla, aveva luogo nel territorio poroso che componeva l’area tra Rojava e il confine turco. A far cessare questo contrabbando di petrolio (di cui, ribadisco, il governo turco non sapeva ufficialmente nulla) ci pensò Putin. Con la gentilezza tipica russa di un ex kgb, Putin cominciò a bombarare le linee di approvigionamento turco-Isis.

Come detto il governo turco non sapeva nulla di questo petrolio. Un massa di oro nero piuttosto consistente:  parliamo, come riporta un analisi di Mowaffak al Rubaie (un politico di punta nel panorama iracheno attuale, una specie di Andreotti locale), di oltre 800 milioni di dollari di valore di petrolio contrabbandato in soli 8 mesi dall’ISIS.

E’ chiaro che un tipo di contrabbando del genere era di scarso interesse per il governo turco. Di fatto nessuno si lamentò quando venne Putin e diede una mano a far cessare questo commercio. Certo,  venne abbattuto “per sbaglio” un jet russo dalla aviazione turca, ma fu un errore, come detto, in nessun modo legato ai bombardamenti delle autobotti isis-turche.

Siria e Rojava un rapporto storico complicato

A seguito delle decisioni di politica estera turche, Assad, ha invitato i curdi di Rojava ad allearsi con lui. L’alternativa, detto in modo semplice, è la morte. I rapporti tra il governo centrale siriano e il nord est non sono mai stati idilliaci. Sono molti a convenire che la Siria ha sempre visto Rojava come un territorio di sfruttamento da tenere poco sviluppato. Passi per il petrolio, su cui il governo centrale siriano si era accordato per una condivisione degli utili (il petrolio curdo di Rojava deve essere valorizzato/raffinato a ovest negli impianti in mano al governo centrale di Assad), il resto della regione del Rojava è, volente o nolente, sempre rimasto un territorio periferico, oserei dire di sfruttamento. L’economia, anche in una recente analisi, è di fatto un mix di socialismo e economia di guerra. Un equilibrio instabile, di emergenza, specialmente dopo il crollo dello scenario siriano (a partire dal 2011-2012 con lo strascico delle primavere arabe).

I vicini di casa che dicono?

Assunto che le decisioni di Erdogan sono di natura economica prima e geopolitica poi, c’è da dire che gli altri stati, potenzialmente interessati e preoccupati dal progetto del “grande Kurdistan”, fan spalluce.

Quando il Kurdistan iracheno, che come detto possiede 2/3 delle risorse energetiche dell’intero Iraq, si è auto dichiarato indipendente, a seguito di un referendum, l’Iraq ha mandato un messaggio chiaro e semplice “voi restate con noi”. I rapporto Iran-curdi sono più moderati, ma anche l’Iran tiene d’occhio la regione curda.

Lo scenario della recente guerra è ancora tutto in divenire, ma alcune proiezioni, si possono già fare.

E’ altamente improbabile che i Kurdi avranno mai un grande Kurdistan. Potranno essere accettate soluzioni di autonomia regionale (già sperimentante in Iraq e per certi versi in Siria) ma nulla di più. In una qualunque futura guerra in medio oriente i curdi saranno ulteriormente usati come carne da cannone da parte delle nazioni schierate, senza ricevere significativi vantaggi sul lungo periodo.

I Russi e i cinesi si limiteranno a guardare. I cinesi sono interessati solo all’energia, come arriva loro non è un problema che li riguardi. I russi sono più interessati ad un area in cui la loro presenza si può affermare con maggior enfasi. Non è un caso, quindi, la vendita di sistemi di missili s300 alla Siria e S400 alla Turchia: vendendo a due contendenti dell’attuale scontro, non eleverà altro che proteste formali. L’interesse dei russi per i porti siriani è, tuttavia, una spinta ad appoggiare le posizioni del governo siriano e di un ipotetico asse sciita che vede allineati Siria, Iraq e Iran (a cui vendere tra l’altro altre armi).

L’Europa farà qualche embargo, magari sulle armi pesanti in vendita alla Turchia (che alla peggio se le compra dai russi, come già fatto).

Gli americani? Non pervenuti.

E intanto i curdi muoiono per una terra che non sarà mai loro, e per soldi che non vedranno mai, ideali che resteranno per sempre sogni.

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