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10 Dicembre 2019

Un altro Sud è possibile, se non chiude Ilva

Caterina D'Ambrosio

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Non c’è solo il divario (crescente) fra Nord e Sud nell’ultimo rapporto Svimez presentato ieri alla Stampa Estera a Roma. Un divario già noto che rischia di aggravarsi anche in virtù della crisi economica tedesca incombente. Nell’annuale rapporto si possono trovare anche numerosi spunti sulle aziende e il lavoro che, a sorpresa, mostra dati significativi proprio al Sud. In realtà si può parlare proprio di un altro Sud, un nucleo di piccole imprese che hanno reagito positivamente alla crisi. In particolare, l’export nel 2018 è cresciuto del 5,5% rispetto al 3,3% del Centro-Nord, un contributo tuttavia ancora troppo basso per l’economia meridionale.

“Si è trattato di una buona risposta soprattutto di investimenti privati – ha sottolineato il direttore dello Svimez Luca Bianchi – cresciuti rispetto agli investimenti pubblici”. A beneficiarne alcuni settori come la farmaceutica, l’agroalimentare, la chimica e i mezzi di trasporto. Elementi di vitalità che – a oggi – non sono accompagnati da politiche di investimenti e di coesione efficaci. Anzi. Al Sud si è disinvestito, in particolare nella spesa infrastrutturale con un -4,6% nel periodo 1970-2018 rispetto allo 0.9% del Centro-Nord. Eppure, nonostante il gap, sono molte le aziende che nascono pur in mezzo a tante difficoltà. Tra il 2014 e il 2018, le startup innovative sono passate da 280 a 2443 e le Pmi ad alto tasso di innovazione nel 2015 erano solo 19 per arrivare a 202 lo scorso anno. Una tendenza positiva che potrebbe spingere il Sud anche nel Green New Deal. Una rivoluzione gentile che può beneficiare di precondizioni favorevoli. Si stima, infatti, che il valore della bioeconomia al Sud è compresa tra i 50-60 miliardi di euro, pari a circa il 15-18% del valore nazionale.

Il manifatturiero vale, invece, circa il 10% del totale nazionale. Il valore aggiunto dell’agricoltura, pesca e silvicoltura è pari a circa 14 miliardi di euro, mentre il settore alimentare, bevande e tabacco è un quinto del valore nazionale pari a oltre 5 miliardi. Senza contare che il 53% della potenza da fonti rinnovabili è concentrato al Sud. Una vitalità che deriva da contaminazioni virtuose tra università, centri di ricerca e settore privato. Una risposta alla sfida di competitività anche sui mercati internazionali, soprattutto per quello che riguarda il biotech e l’hightech. Segnaliamo iniziative di eccellenza come le 4 Academy (Apple, Deloitte, Cisco e Fs Mobility Academy) che coinvolgono più di 600 studenti, le iniziative delle università di Napoli, Cosenza, Bari, il polo tecnologico dell’Università di Catania e i progetti Huawei in Basilicata.

Un capitolo a parte è quello che riguarda l’ex-Ilva sulla quale il direttore dello Svimez Bianchi ha presentato ieri dati aggiornati. In particolare, l’Istituto ha calcolato quale potrebbe essere l’impatto per l’economia italiana, e del Mezzogiorno, se l’impianto AM Investco chiudesse lo stabilimento di Taranto, insieme agli altri due siti.  Le ricadute sul Pil nazionale è stimato in 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 concentrati in Puglia e 0,9 miliardi al Centro-Nord, pari a circa lo 0,2% del Pil italiano. Se poi si considera l’impatto sul Pil del Mezzogiorno si arriva allo 0.7%. Un crollo che inciderà sulle esportazioni (-2,2 miliardi) e sui consumi delle famiglie (-1,4 miliardi). Il piano industriale di Arcelor-Mittal, prima dell’apertura della crisi, prevedeva investimenti, nel periodo 2019-2023, pari a 2,4 miliardi di euro a cui si sarebbero aggiunti 1,1 miliardi di spese destinate alla bonifica. Ciò avrebbe portato il Pil attivato dalla produzione dei 3 siti AM Investco pari a 19 miliardi di euro. “Il Mezzogiorno – ha detto Luca Bianchi – sconta in questo caso responsabilità non sue ma che riguardano la politica nazionale. La chiusura dell’ex-Ilva, oltretutto, non risolverebbe il problema ambientale. Al momento, infatti, non è dato sapere chi farà la bonifica e soprattutto con quali risorse se si chiudessero definitivamente i cancelli di Taranto”.

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