17 Dicembre 2019

Popolare Bari, il paradosso Tercas

Fabio Insenga

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C’è un paradosso che ricorre nelle crisi bancarie. Ultima di una serie, quella della Popolare di Bari. La smania di acquisizioni, che spesso coincide con la volontà di trovare soluzioni ed evitare problemi da parte di Bankitalia, può portare ad accumulare perdite e contribuire a creare buchi nei bilanci difficilmente ripianabili. Come sta chiaramente emergendo, c’è un momento preciso che complica il percorso della Popolare di Bari: l’acquisizione di Barca Tercas nel 2014.

Ci sono i numeri a dimostrare le conseguenze di una decisione avventata. Nei due anni successivi all’operazione, i crediti deteriorati della Popolare sono aumentati del 50% e sono raddoppiate le sofferenze. L’equazione che fanno i detrattori di Via Nazionale è che pur di risolvere il caso Tercas, l’Autorita’ di vigilanza abbia scelto quantomeno di spostare in avanti il problema, concedendo un’autorizzazione che non avrebbe dovuto concedere.

Il caso Tercas chiama in causa anche i rapporti con l’Europa e le responsabilità della Commissione Ue. Il via libera di Bankitalia a Popolare Bari arriva infatti dopo il divieto di Bruxelles all’intervento del Fondo Interbancario di tutela dei depositi: l’operazione prevedeva un contributo del Fitd da 330 milioni che venne contestato dall’Antitrust Ue perché considerato un aiuto di Stato. Lo stop, ha spiegato Bankitalia nella lunga nota consegnata al Cdm e diffusa domenica sera, ha allungato i tempi dell’integrazione “con significative conseguenze negative sull’attività di entrambi gli istituti”, sia Popolare Bari sia Tercas. L’acquisizione da parte della banca pugliese, ha puntualizzato Via Nazionale, è stata autorizzata per consentire “il salvataggio dell’istituto abruzzese e la creazione di una dorsale adriatica creditizia”. Ancora più esplicita la ricostruzione di Palazzo Koch in un altro passaggio: “il coinvolgimento della Popolare nell’operazione di acquisizione di Tercas si configura come un intervento di salvataggio volto alla salvaguardia dell’interesse dei depositanti e al rilancio commerciale del gruppo abruzzese”. A posteriori, evidentemente, quantomeno un potenziale errore di valutazione.

Premesso che saranno le indagini in corso, e tutti gli accertamenti del caso, a stabilire se ci siano stati comportamenti scorretti, a livello personale o istituzionale, resta sul tavolo una riflessione più ‘strutturale’: caldeggiare, spingere o agevolare operazioni di salvataggio è la strada migliore per salvaguardare la stabilità del sistema finanziario? Mettendo da parte anche la polemica politica, per dirla con il Governatore Ignazio Visco, evitando di andare alla ricerca di “illusori capri espiatori”, la domanda è “vale la pena salvare una banca per affossarne un’altra?“.

Il paradosso Tercas, la Popolare di Bari salva un’altra banca mettendo le basi per il proprio ‘fallimento’ (non in senso tecnico ma cambia poco), ha peraltro precedenti ingombranti. Uno è dello stesso periodo. La mancata fusione fra il 2014 e il 2015, tra Popolare di Vicenza e Banca Etruria. Prima Bankitalia ha chiesto ad Etruria di “adottare una serie di misure correttive e di ricercare l’aggregazione con un partner di elevato standing”, rimettendo la scelta del partner “all’autonoma valutazione degli organi aziendali”. In questo scenario, hanno sostenuto a Palazzo Koch, l’ipotesi di aggregazione con Banca Etruria “è stata avanzata autonomamente da Vicenza nel 2014”, e il negoziato tra le due banche “non è andato a buon fine perché non si sono messe d’accordo e quindi non è stata avanzata alcuna richiesta di aggregazione”. Anche in questo caso, c’è chi sostiene al contrario che fosse proprio Bankitalia a ‘caldeggiare’ l’operazione. In un caso o nell’altro, la fine di entrambe le banche dimostra che la fusione non fosse proprio un’idea brillante.

Spostandosi più indietro nel tempo, e arrivando a maggio 2008, cambiano i protagonisti (in Bankitalia ci sono Mario Draghi Governatore e Anna Maria Tarantola a capo della Vigilanza) e le banche coinvolte, ma si consuma forse la peggiore acquisizione della storia bancaria italiana: Mps acquista Antonveneta per 9 mld (più 7 di debiti). Anche in questo caso, l’operazione viene autorizzata e la storia ha dimostrato (anche qui, pure al netto dei gravi risvolti giudiziari) l’esito fallimentare per la banca di Rocca Salimbeni.

Tornando ad oggi, e tentando una sintesi estrema, le domande restano e se ne aggiunge un’altra: non sarebbe il caso di ragionare sugli strumenti e le reali possibilità di incidere sulla stabilità del sistema che ha oggi la Vigilanza bancaria, peraltro ormai in capo alla Bce per tutte le banche più rilevanti?

 

 

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