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27 Dicembre 2019

Tesla, Uber, Lyft e Snap stanno bruciando un sacco di soldi

Fortune

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Le aziende tech quotate in borsa di recente sembrerebbero avere molto in comune con i loro precursori, oggi colossi nel settore. Ma i vecchi titani non hanno mai bruciato così tanti soldi come le new entry del mercato. 

Articolo Di Shawn Tully apparso sul numero di Fortune Italia di settembre 2019.

 

“Per fare soldi devi spendere soldi” è una delle massime più ampiamente accettate nel mondo del lavoro di tutti i tempi. E da nessuna parte questa credenza è più innata che nella Silicon Valley, dove aziende come Tesla, Uber, Lyft, e Snap hanno valutazioni vertiginose basate sulla convinzione che un giorno, guadagneranno molto. I sostenitori di queste aziende vogliono farci credere che raccogliere miliardi freschi da spendere per finanziarne le attività sia un rito di passaggio regolare. Dopotutto, giganti come Amazon, Apple, Facebook, and Google non hanno forse tirato fuori tonnellate di contante nella loro strada verso la profittabilità? Fortune ha deciso di scoprire quanti soldi hanno speso Amazon, Apple, Facebook e Google nei loro primi anni di attività. E quale è il rapporto tra questa spesa iniziale e quella che sostengono oggi le nuove aziende tech. Per ottenere queste risposte, abbiamo riesaminato i primi report finanziari pubblicati da ciascuna azienda, a partire dai prospetti di offerta per quotarsi in Borsa.  

È venuto fuori che la teoria secondo la quale queste aziende tech di successo avrebbero bruciato un bel po’ di soldi durante il loro avviamento, è semplicemente sbagliata. Anzi, è incredibilmente sbagliata. Analizzando da vicino gli esordi di questi colossi, quelli che noi abbiamo ribattezzato Fab Four, ovvero Amazon, Apple, Facebook e Google (ora Alphabet), ci si rende conto che seguivano modelli a dir poco frugali se messi a confronto con la nuova ondata (che abbiamo soprannominato Breakneck Burners: Tesla, Uber, Lyft e Snap). È vero che durante la frenesia delle dotcom nei primi anni 2000 molte aziende tecnologiche hanno prodotto perdite mentre divoravano nuovi investimenti. Ma quelle che hanno bruciato pile di soldi si sono rivelate grandi fallimenti come Webvan e eToys.com, e non vincitori come Google.  

Oggi, spiega l’esperto contabile Jack Ciesielski, “vedi queste aziende che consumano un sacco di soldi, e gli investitori non le paragonano con i fallimenti dell’Era delle dotcom, ma con i sopravvissuti”. Per questa analisi, il parametro cruciale non è il profitto netto ma il ‘free cash flow’ (fcf), che è calcolato prendendo “i soldi in entrata generati da attività operative” meno i flussi di cassa in uscita per investimenti (capex). In poche parole, le entrate meno i soldi che si spendono per far crescere l’azienda. Le differenze sono impressionanti.  

Iniziamo da Google. Sorprendentemente l’azienda sembra non aver mai avuto un fcf significativamente negativo. Allo stesso modo, Apple non ha mai mostrato un fcf negativo a partire dal suo primo anno completo di attività, a parte alcuni lievi deficit di breve durata una volta divenatata un player maturo. Facebook ha mostrato solo due anni di fcf negativo (2007 e 2008, quando ha bruciato 143 mln di dollari). Rispetto ad Amazon, il manifesto dell’azienda che affronta perdite oggi per guadagnare profitti domani, i numeri sembrano quasi ridicoli. Ha avuto un fcf negativo per un totale di 10,6 mln dal 1994 al 1997, ma quella era solo una frazione delle vendite totali. L’unica perdita veramente significativa nella sua storia è stata tra il 1999 e il 2001, quando ha totalizzato 813 mln di dollari di fcf negativo in totale. Ma nel 2002 il fcf di Amazon è diventato positivo. Tutte insieme, le Fab Four hanno totalizzato un fcf negativo, nei loro primi anni di attività, pari a 1 mld di dollari. Invece i ‘Burners’ hanno già fatto fuori 23,9 mld di dollari, che corrispondono a 22 anni di fcf negativi delle Fab Four, perdendo circa 20 volte più. A questo ritmo, riusciranno mai a ripagare gli investitori? Ecco le prospettive per ognuno.

 

TESLA 

Soldi bruciati (fcf negativo complessivo):  10,9 mld in 12 anni. 

Outlook: fcf negativo che è arrivato a 4,1 mld nel 2017 ma che nell’anno successivo è rimasto (relativamente) contenuto a 222 mln di dollari.  

La tregua è stata breve, fino a quando Tesla ha cominciato a spendere in maniera consistente per aumentare la produzione del suo prodotto di massa Model 3. Nel primo trimestre di quest’anno le vendite sono crollate e il fcf è sceso a meno 945 mln di dollari, costringendo Tesla a raccogliere 2,4 mld di dollari tra capitale e finanziamento.  Adam Jonas di Morgan Stanley ha scioccato i mercati abbassando quello che era il suo ‘bear case’ per il prezzo delle azioni di Tesla da 97 dollari a 10 dollari, motivando questa virata con i rischi di rallentamento delle vendite in Cina.  Jonas ha avvertito che il calo della domanda complessiva sta ritardando la data in cui Tesla sarà in grado di autofinanziarsi.  

 

  

UBER 

Soldi bruciati:  8,9 mld di dollari in 3 anni (escludendo le perdite dei primissimi anni). 

Outlook: nel prospetto di offerta della sua tanto attesa quotazione in borsa a maggio, Uber ha rivelato i numeri del fcf dal 2016 al 2018. Nel 2016, Uber  ha registrato un negativo di 2,9 mld di dollari dalla gestione ordinaria, a cui si sommano 1,6 mld di investimenti in capex, per un fcf negativo pari a 4,5 mld di dollari. 

Da allora, il fcf negativo si sta riducendo, anche se nel complesso è rimasto sostanzialmente invariato se si tengono in considerazione le promozioni sui prezzi offerti ai clienti e i notevoli investimenti che l’azienda ha fatto per il lancio del servizio di food delivery Uber Eats, che si sono tradotti in un incremento delle spese destinate al marketing del 25% nel 2018 e del 54% nel primo trimestre del 2019.  

Tom White, dell’agenzia di intermediazione D.A. Davidson ha spiegato a Fortune che “Uber ha guadagnato un po’ di tempo grazie alle recenti sue performance positive su ricavi e prenotazioni. E entro la fine di quest’anno, gli investitori inizieranno a pensare al 2020 come all’anno in cui si spera saranno compiuti progressi significativi verso la redditività”. Se continuano a passare trimestri senza progressi concreti, aggiunge, gli investitori “si scoraggeranno o diventeranno impazienti”. 

 

LYFT 

Soldi bruciati: 1,36 mld di dollari in tre anni e un trimestre (senza includere le perdite dei primi anni, che non sono specificate nel prospetto di offerta per la sua Ipo). 

Outlook: nel 2016 Lyft ha bruciato 496 mln di dollari in fcf, e da allora la traiettoria è migliorata di poco. Il deficit si è lievemente ridotto a 350 mln nel 2018, ma nel primo trimestre di quest’anno si è mantenuto sui 110 mln di dollari. Lyft è un’azienda asset-light, ma sta ancora spendendo così tanto su cose basilari come il pagamento degli autisti, le assicurazioni, R&S, e il marketing, che le perdite operative hanno continuato a crescere.  

Dan Galves del Wolfe Research ha voluto sottolineare che il 60% del business di Lyft dipende dai mercati delle aree urbana ad elevata densità, nonostante queste rappresentino solo il 5% della famiglie degli Stati Uniti. E la crescita annuale del servizio in queste aree metropolitane, riconosce, è rallentata del 24%, la metà del 2018. Galves cita anche gli elevati costi degli autisti, che “si prendono la maggior parte delle entrate” e dubita che Lyft potrà suscitare grande interesse al di fuori delle grandi città. 

 

 

SNAP 

Soldi bruciati: 2,72 mld di dollari in 5 anni (senza includere le perdite dei primi anni, che non sono specificate nel prospetto di offerta per la sua Ipo) 

Outlook: Snap è ancora afflitta da elevati costi di ricerca, pari a un terzo dei costi totali, ci si aspetta che brucerà altri 900 mln di dollari quest’anno in R&S per espandere la piattaforma di photo sharing. 

Inoltre, è interessante notare quanto denaro Snap stia bruciando in relazione a tutti i soldi che raccoglie commercializzando il suo servizio. Dall’inizio del 2017 fino al primo trimestre di quest’anno, Snap ha avuto 2,33 mld di dollari di ricavi e ne ha bruciato il 73% , 1,71 mld di dollari in contanti. 

Michael Pachter di Wedbush osserva che, nonostante la crescita del numero di utenti e delle entrate sia impressionante, “la strada per la redditività sembra essere ancora lunga”. Teme che gli elevati investimenti sulle infrastrutture e sulla R&S abbiano posticipato almeno al quarto trimestre del 2020 la data in cui Snap mostrerà un Ebitda positivo. 

 

 

Articolo Di Shawn Tully apparso sul numero di Fortune Italia di settembre 2019.

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