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Coronavirus, le 5 regole di Bain&Company per le imprese

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Bain & Company è un’azienda di consulenza globale con 58 uffici in 37 paesi. Fondata nel 1973 a Boston, in Italia ha celebrato il trentennale nel 2019: la sua approfondita competenza e il portafoglio di clienti si estendono a ogni settore industriale ed economico. Ha un punto di osservazione privilegiato anche per valutare l’impatto economico del Coronavirus. Ne parliamo con il Ceo Roberto Prioreschi.

Quanto la crisi del Coronavirus inciderà sui consumi del comparto Luxury?

Sebbene sia ancora presto per avere piena visibilità sull’effettivo costo – in termini umani e finanziari – della crisi del Coronavirus, le aziende possono già iniziare a minimizzarne gli effetti seguendo, in questo periodo difficile di emergenza sanitaria, cinque regole d’oro. È importante agire velocemente; l’esperienza di Bain e le analisi della società dimostrano infatti che, in tempi incerti, un approccio attendista è spesso la mossa più dannosa per le aziende. Quelle che reagiranno nell’immediato, invece, se la caveranno meglio non solo durante la crisi, ma saranno meglio posizionate anche durante la successiva fase di ripresa. Ecco i nostri principi guida:

  1. Partire dalla fine

– Riesaminate e riconsiderate la vostra strategia a lungo termine, valutando le condizioni di mercato e le implicazioni a lungo termine, definite cosa desiderate per la vostra azienda una volta passata la crisi e stabilite dove investire per guadagnare quote di mercato;

– Adeguate il vostro piano per il 2020, incorporando gli ultimi cambiamenti delle condizioni di mercato nel vostro budget per il 2020 e riequilibrando i costi sulla base di previsioni economiche riviste;

  1. Proteggete prima di tutto il vostro staff

– Proteggete il talento. Fate della sicurezza e del benessere dei dipendenti la vostra priorità e investite quanto necessario per garantir loro un ambiente di lavoro sicuro e sano;

– Preparatevi ora per le vostre future esigenze di talenti. Pianificate ora e acquisite i collaboratori di cui avete bisogno, dato che le condizioni di mercato incerte rendono spesso disponibili gli individui talentuosi.

  1. Cash is king

– Tagliate i costi e gestite la liquidità. Gestire la liquidità in modo rigoroso e liberare ulteriore liquidità intrappolata nel bilancio aiuterà le aziende, indipendentemente dalla durata dell’epidemia;

– Monitorate da vicino il vostro processo di produzione e distribuzione. Create un buffer di fornitura sufficiente che tenga conto delle sospensioni del traffico e delle chiusure dei fornitori, e monitorate la catena end-to-end, comprese le materie prime, le scorte e le consegne;

  1. Tenete il passo con il cambiamento

– Monitorate e regolate rapidamente le leve commerciali. Riallineate la vostra offerta di prodotti, l’organizzazione commerciale, i partner e l’approccio di marketing per rispondere alle mutevoli condizioni del mercato, sia ora che dopo la fine dell’epidemia.

  1. Investire a lungo termine

– Siate pronti a cogliere le opportunità e le sfide. Aggiornate proattivamente i vostri piani di M&A e di partnership, includendo potenziali acquisizioni, dismissioni, partnership e mosse audaci. Siate pronti a muovervi rapidamente se si presentano delle opportunità. Considerate i potenziali cambiamenti nelle condizioni del mercato cinese post-Coronavirus, esaminando con cautela le valutazioni e realizzando un’attenta due diligence prima di prendere delle decisioni.

Secondo Hugh MacArthur, responsabile dell’attività di private equity di Bain & Company “Gli ultimi cinque anni, dal 2014 al 2018, sono stati i migliori per il settore del private equity. Abbiamo registrato livelli record di raccolta e di impiego del capitale, il numero più elevato di exit e rendimenti accettabili”. Qual è il trend attuale?

Il nuovo report è fresco di pochi giorni. Sintetizzando l’analisi, posso dire che la crescente incertezza sia macroeconomica che politica non ha rallentato il settore del Private Equity nel 2019, anzi ha visto i fondi di buyout registrare un record arrivando a 361 miliardi di dollari. E’ però la decisione di come investire che è diventata più complessa a causa dei prezzi elevati degli asset. Gli investitori del ramo PE stanno trovando opportunità in settori già molto affollati quali quello tecnologico e dei pagamenti, utilizzando strategie di pricing aggressive per stimolare la crescita delle revenue. Inoltre stanno identificando nuovi fattori e spazi di investimento nelle due diligence e stanno imparando ad adottare i principi ESG (environmental, social and governance) per migliorare i profitti.

Avete appena pubblicato il secondo rapporto annuale sulle fusioni e acquisizioni aziendali. Quali sono le luci e le ombre nella attuale situazione di Merger and Acquisition?

Il mercato dell’M&A ha archiviato un solido 2019, sia a livello globale che in Italia, e tutto lascia supporre che il 2020 seguirà lo tesso corso. Il settore è in salute e la quota delle operazioni di scopo (scope deal), più alta rispetto a quelle di scala (scale deal), lascia prevedere che questo trend di lungo periodo continui anche nell’anno in corso. In molti settori il tasso di innovazione è alto e le aziende più grandi guardano ai competitor più piccoli non per realizzare economie di scala ma per ampliare il proprio portafoglio prodotti, aumentare le competenze e, in definitiva, per alimentare la crescita. All’inizio del 2019 gli Stati Uniti sono partiti subito con una vivace attività di M&A, mentre Europa e area Asiatica e del Pacifico sembravano più tranquilli, ma il trend si è invertito nel secondo semestre con questi ultimi che hanno recuperato terreno, a dimostrazione che l’interesse e la necessità di rafforzare e acquisire competenze non è una questione di confini geografici. Anche in Italia si è assistito a operazioni interessanti, soprattutto guidate dai fondi. Infatti la tradizionale mancanza di grossi gruppi che possono svolgere il ruolo di compratore (al netto di poche, note eccezioni naturalmente) rende il nostro paese più un terreno di conquista, soprattutto per le realtà medio-piccole, spesso con elevato tasso di innovazione, che costituiscono il nostro tessuto economico e imprenditoriale.

Ci parli della Bain Data Strategy

Dire che ci stiamo spostando verso un mondo sempre più digitale dove i dati – e soprattutto la loro analisi – hanno acquisito un ruolo pivotale non è nulla di nuovo. Nuovo è invece l’approccio che ha adottato Bain per cavalcare questo cambiamento, per anticiparlo e gestirlo. Ecosistema e open innovation sono le due parole chiave che ci hanno guidato nello strutturarci. Ecosistema significa selezionare – a livello global non solo italiano – i migliori partner per costruire un’offerta digitale personalizzata e specializzata, per qualsiasi necessità in tutti i settori merceologici che con i nostri oltre 200 clienti copriamo. Open innovation vuol dire visione di lungo periodo e disponibilità a investire perché il digitale è un percorso senza ritorno. La miglior testimonianza concreta di quello che sto dicendo è il DIGITAL INNOVATION HUB, che il 2 aprile inaugureremo nel nostro nuovo headquarter milanese: uno spazio pensato per portare a compimento le nostre raccomandazioni strategiche in tema di digital disruption con l’implementazione pratica, con la possibilità di costruire risposte su misura, con sviluppo di soluzioni ad hoc, app e prototipizzazione. Ma l’hub sarà anche uno spazio di collaborazione e contaminazione con giovani imprenditori e start up che saranno messe in contatto con i nostri clienti in ottica di favorire sviluppi di business sul territorio. E all’incentivo al lavoro indiretto, si aggiunge anche la necessità di una quarantina di nuove assunzioni nei prossimi 20 mesi.

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