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17 Marzo 2020

Da qui al 2022, in Italia 10 milioni in smart working

Fortune

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A che punto siamo in Italia con l’attuazione dello smart working e quali sono le tendenze future, anche alla luce dell’emergenza coronavirus? E in materia di gender gap e divario retributivo uomo-donna, che passi avanti si sono fatti a livello mondiale e nazionale, e quali ricette si possono applicare con particolare riferimento alle professioni emergenti? A queste domande risponde l’ultima ricerca di Rome Business School, la business school a maggior presenza internazionale in Italia con studenti provenienti da 150 Paesi. La ricerca, sul tema “ Smart Working and Gender Gap Le due grandi sfide del futuro del lavoro” ha evidenziato alcuni macro-trend e raccomandazioni operative per stimolare pratiche di lavoro più flessibili unite ad un sistema del lavoro più equo e inclusivo.

In materia di gender gap si costata un regresso nella partecipazione delle donne alle nuove opportunità economiche del mercato del lavoro. La parità di genere tocca il minimo del 57,8% che, in un ipotetico calcolo temporale, equivale ad un’attesa di circa 257 anni per il raggiungimento del 100%

Per lo smart working è previsto in Europa Occidentale un aumento medio annuo dei lavoratori “agili” del +3,6%, che li porterebbe a circa 123 milioni nel 2022. In Italia si prevedono circa 10 milioni di smart workers per il 2022 (circa il 36% del totale), ma le nuove disposizioni contenute all’interno dei Dpcm del 1,del 4 e del 9 marzo del 2020 per regolare la gestione speciale dell’emergenza epidemiologica legata al COVID-19, aprono scenari con previsioni di aumenti esponenziali nei prossimi anni rispetto alle stime attuali.

Per quanto riguarda l’equilibrio vita-lavoro in Italia solo il 4% dei dipendenti ha orari di lavoro molto lunghi (media Ocse 11%) e gli italiani riescono ancora a dedicare al tempo libero e alla cura personale in media il 69% della giornata (16,5 ore, rispetto alle 15 della media Ocse), al primo posto in Europa seguiti da Francia, Paesi Bassi e Spagna I contratti “flessibili” sono cresciuti del 20% rispetto al 2018 e i numeri sono destinati a salire anche se nascondono un aumento delle forme di lavoro precario, a discapito delle donne e dei più giovani.

La ricerca conferma, inoltre, come la flessibilità abbia impatti positivi nel 72% dei casi sull’incremento della produttività e nel 73% sulla motivazione dei dipendenti. Non solo per via della crisi sanitaria in corso, lo smart working è già una leva all’attenzione delle imprese. Il 64% delle aziende considera infatti probabile l’attivazione di iniziative in questo ambito nel 2020, in particolare tra le grandi imprese (22%) e per una Pubblica Amministrazione su 3 (31%).

Nel 2020 la forza lavoro sarà occupata per la prima volta da cinque generazioni. In questo contesto intergenerazionale, risulta fondamentale puntare sul raggiungimento dell’armonia tra vita privata e lavoro e su un riequilibrio retributivo e di prospettive di carriera tra generi, proprio perchè si tratta di bisogni non più comprimibili sia per i “vecchi” lavoratori che per le nuove generazioni. Se le nuove tecnologie permettono di progettare il lavoro in modo nuovo e di applicare strategie efficaci di work-life balance anche nei settori più tradizionali, le aziende per competere e innovare devono poter attingere a tutto il potenziale della propria forza lavora valorizzando anche gli asset distintivi della popolazione femminile. Altro obiettivo deve essere quello di colmare il divario delle assunzioni nelle nuove professioni emergenti, ad esempio quelle legate al cloud computing, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale.

“Dalla ricerca emerge un quadro di luci ed ombre per l’Italia che – in raffronto ad altri paesi OCSE – presenta ancora un basso tasso di adozione delle nuove tecnologie e dei modelli organizzativi a supporto del lavoro flessibile. Ciò si accompagna a una situazione di parità di genere ancora irrisolta, come emerge anche dai dati relativi alla presenza delle donne nelle cariche istituzionali e ai vertici delle realtà aziendali – commenta Valerio Mancini, direttore del Research Center di Rome Business School – Al contempo, lo studio evidenza alcuni incoraggianti dati prospettici e inizi di tendenze positive su cui occorre ancora lavorare. Per dare un contributo in questa direzione, la Rome Business School è in prima linea nell’offrire una formazione all’avanguardia sui temi dell’organizzazione del lavoro e della gestione delle risorse umane, sia rivolta nello specifico allo smart working in seno al nostro Master in Gestione delle Risorse Umane, sia caratterizzando tutti i suoi percorsi Master per la presenza di moduli dedicati a soft skills e competenze manageriali trasversali per far comprendere ai nostri allievi il ruolo di manager imprenditore dell’era globale”.

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