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21 Marzo 2020

L’impatto del Coronavirus sulla liquidità delle Pmi

Antonio Santamato

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L’emergenza Coronavirus avrà un impatto sul capitale circolante delle Pmi stimato tra 10 e 19 miliardi di euro su un totale di 342 miliardi di crediti e debiti commerciali. È quanto emerge dal primo Osservatorio sul Working Capital realizzato da Cribis, società del gruppo Crif specializzata nella business information, e Workinvoice, prima piattaforma digitale italiana di invoice-trading.

L’Osservatorio ha analizzato un campione di circa 84.000 piccole e medie imprese con fatturato compreso tra 2 e 50 milioni e ha calcolato il possibile allungamento dei tempi di incasso e pagamento dovuto alle ripercussioni economiche dell’emergenza Coronavirus. Secondo Crif Ratings, agenzia di rating del gruppo Crif, si stima che il fabbisogno finanziario complessivo per tutto il 2020, inclusi i rimborsi del debito finanziario in scadenza e gli investimenti, potrebbe arrivare a 45 miliardi. E quasi il 50% di questa cifra riguarderà le imprese di Lombardia (27% del campione), Veneto (12%) ed Emilia-Romagna (10%), essendo le regioni più colpite dall’emergenza sanitaria. Il calcolo del fabbisogno complessivo è stato fatto su un fatturato aggregato di 716 miliardi di euro, dove i crediti verso i clienti sono 190 miliardi e pesano per il 19% del totale dell’attivo. Le simulazioni effettuate sul campione di PMI hanno valutato l’effetto di un allungamento fino a 20 giorni dei tempi di incasso su 190 miliardi di euro di crediti commerciali e di 10 giorni su 152 miliardi di euro di debiti verso i fornitori. L’impatto stimato indica un aumento dei crediti compreso tra 30 e 41 miliardi.

I possibili scenari vedono aumentare quindi l’esigenza di liquidità delle aziende, schiacciate dall’aumento dei tempi di incasso, insieme ad una riduzione del fatturato. “Le misure per compensare un’improvvisa carenza di liquidità nel sistema delle Pmi – sottolinea Fabio Bolognini, co-founder di Workinvoice – vanno prese rapidamente, perché gli effetti possono essere molto veloci e alcune imprese sono più vulnerabili. La moratoria sulle rate dei mutui, ad esempio, aiuta sicuramente, ma non risolve il problema urgente del capitale circolante che in molte imprese si dilaterà nei prossimi due mesi. Il ricorso alla cessione dei crediti su piattaforme digitali che in questo momento operano al 100% in smart working può far parte delle soluzioni da attivare”. Ad essere maggiormente colpiti i settori del commercio all’ingrosso, la manifattura e il segmento del tessile ed abbigliamento. A questi si aggiunge il settore del turismo/leisure che, nonostante goda generalmente di maggiore liquidità, è uno dei più colpiti dalla crisi determinata dall’emergenza Coronavirus e avrà quindi bisogno di interventi a sostegno.

“I nostri clienti – commenta Marco Preti, amministratore delegato di Cribis – stanno già registrando i primi segnali di ritardi in aumento rispetto ai termini concordati. Possiamo ragionevolmente attenderci un peggioramento nei prossimi due mesi”. Ipotizzando un aumento fino a 20 giorni nei tempi di incasso, l’Osservatorio ha riscontrato una crescita dei crediti verso i clienti di circa 41 miliardi di euro (il 22% del monte crediti in essere). Parallelamente, l’aumento dei giorni di pagamento ai fornitori determinerebbe una crescita dei debiti commerciali di 22,6 miliardi, pari al 15%.  Ipotizzando poi un calo importante e generalizzato del 70/80% del fatturato nei prossimi 3 mesi l’aumento del capitale circolante netto da finanziare scenderebbe a 14,7 miliardi.

Il 55% del campione di Pmi oggetto dello studio presenta livelli minimi o nulli di indebitamento finanziario e sarebbero in grado dunque di far fronte all’emergenza, sempre che quest’ultima non allunghi i propri effetti negativi sul tessuto economico italiano ed internazionale. Sul versante opposto però ci sono circa 31.000 aziende (pari al 37% del campione) che affrontano l’attuale emergenza partendo già da situazioni di liquidità delicate, mentre 6.000 aziende (7%) la fronteggiano senza molti margini di manovra.

“L’idea dell’Osservatorio – afferma a Fortune Italia Fabio Bolognini, Co-founder Workinvoice – nasce ben prima dell’emergere di un imprevisto come una pandemia globale: nell’esperienza di Workinvoice appariva evidente che il problema principale delle Pmi, in un contesto di bassi investimenti, fosse la gestione del capitale circolante. Abbiamo voluto suffragare l’osservazione empirica con misurazioni scientifiche. L’analisi su un campione numeroso ha fornito la conferma che il capitale circolante sia una parte rilevante a bilancio delle Pmi e la sua gestione efficace può determinarne la sopravvivenza o l’insolvenza”. “È chiaro – conclude Bolognini –  che le Pmi sono in una condizione di estrema incertezza e circa 1/3 sono fragili sul piano della finanza. Il Decreto ‘Cura Italia’, emanato dal governo per venire loro in soccorso, contiene misure utilissime ma forse insufficienti: ad esempio vi è ancora poco che riguardi il circolante tranne il divieto alle banche di revocare i fidi”.

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