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Coronavirus, come cambia il lavoro secondo Adecco

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Un nuovo mondo. Migliore o peggiore non è dato di sapere, ma pensare di approdare nelle terre del post coronavirus e tornare ai paradigmi del passato è pia illusione. Adattarsi al nuovo, essere flessibili, cogliere le nuove istanze e dare risposta rapida e certa sono le chiavi per la sopravvivenza. Magari per il successo. Si vedrà, domani. La tragedia sanitaria e il lockdown conseguente hanno messo a nudo quali specie (di business) sono destinate alla sopravvivenza e quali subiranno una selezione di darwiniana memoria. Lo spiega a Fortune Italia Andrea Malacrida, country manager di The Adecco Group Italia, evidenziando che i settori che hanno manifestato in questi ultimi due mesi un picco di richieste sono state, ma era facile immaginarlo, le professioni in ambito sanitario.

 

Particolarmente rilevante, la richiesta di infermieri: “abbiamo chiuso il mese di marzo con un centinaio di posizioni, di cui la metà per la terapia intensiva” spiega Malacrida. Cresce la richiesta di operai in ambito chimico e farmaceutico per la produzione di disinfettanti e mascherine (+40% rispetto a prima dell’emergenza). Crescono anche altri settori, come ad esempio quelli legati ai beni di prima necessità: sale la domanda per le aziende del mondo della Gdo (Grande distribuzione organizzata), dai magazzinieri per preparare la spesa on line agli addetti al trasporto (+60%), della logistica e delle attività legate all’e-commerce (+40%). In aumento infine la richiesta per addetti alle pulizie e interventi di sanificazione (+40%). Di contro, ci sono professioni a rischio di estinzione: trasporti, commercio al dettaglio non food, incluso il travel retail, e i lavori dove la vicinanza e il contatto fisico sono quasi necessari. “Mi aspetto – evidenzia Malacrida – un impatto significativo sul mondo degli stagionali, della GIG economy, dei contratti flessibili e dei lavori legati alla moda e al lusso, dove gli effetti della pandemia si faranno sentire sulle collezioni fino a metà del 2021”.

 

Nello specifico di Adecco, “dal 21 febbraio, quando abbiamo ricevuto la telefonata della filiale di Codogno che ci informava della situazione, abbiamo agito su tre leve: la prima è stata di un’attenzione forte ai colleghi per proteggerli e tenerli al sicuro. La seconda è stata rispettare le guideline ministeriali o regionali. La terza, riuscire a dare il più possibile continuità alla parte lavorativa”. Malacrida spiega di essersi organizzato con comunicazioni costanti a tutti i dipendenti, dirette facebook una volta alla settimana e in alcuni casi in concomitanza con comunicazioni di particolare rilevanza come quelle del Presidente del Consiglio o di novità introdotte a livello di decreti. Sempre, incontri settimanali “per fare sentire la mia vicinanza nei confronti di tutti”. Per quanto riguarda il business del gruppo, l’impatto è stato “intorno al 50% delle vendite, prevalentemente legate ad aziende che oggi sono in cassa integrazione”. Invece i business collaterali “si sono totalmente fermati”. Parliamo di ricerca e selezione del personale e di formazione.

 

Rispetto ad altre tante altre società, “da tempo eravamo abituati in Adecco a lavorare in smart working: per noi è stato facile gradualmente switchare dall’analogico al digitale e ovviamente immaginare come 2500 colleghi potessero essere connessi tramite la rete. Inizialmente abbiamo garantito un presidio sul territorio, nelle filiali. Ormai sono più di 3 settimane che operiamo totalmente in remoto. Stiamo valutando di ripartire con le attività da lunedì prossimo, 27 aprile. Il lavoro somministrato è strettamente legato alla filiera dei lavori ritenuti essenziali. Al nostro codice Ateco era già stata consentita l’operatività. Oggi stesso saremmo potuti essere in ufficio. Abbiamo invece preferito lavorare da remoto, a tutela dei dipendenti. Ora però, per prepararci ad una graduale ripresa a far data dal 4 maggio, abbiamo bisogno di iniziare a riaprire gradualmente, avendo a disposizione tutti i dispositivi necessari. Stiamo aspettando i termo scanner dalla Cina e abbiamo acquistato quasi 100.000 mascherine dalla Protezione civile; abbiamo definito le distanze tramite nastri”.

 

Per quanto riguarda il business della società, la ripresa è strettamente connessa “a quella verticale di alcuni settori. Va da sé che negli ultimi mesi in alcuni segmenti c’è stata un’esplosione di lavoro e in altri per nulla. Ovviamente – rileva Malacrida – c’è stata un’accelerazione forte nel mondo sanitario e infermieristico. Le nostre filiali e la nostra divisione specializzata sul mondo medicale è stata sotto pressione per la ricerca di nuove figure. Ma c’è stata una attività molto forte anche nell’ambito dei lavori legati ai beni primari e un’esplosione incredibile (che già si stava manifestando pre-Covid) legata al mondo della logistica”. E proprio su questo fronte, i numeri, considerato il periodo dell’anno, sono in crescita vertiginosa. “Non dico che siamo al medesimo livello che si registra solitamente con il picco di Natale, ma quasi”. D’altra parte la richiesta di beni è stata bypassata sui corrieri, sui driver, sugli acquisti on-line. “Noi, lavorando con i principali player in Italia abbiamo dovuto dare seguito tutte le attività legate al mondo della logistica”. Un settore nel quale “stiamo crescendo a tripla cifra”.

 

E domani? “E’ difficile dire o anche solo immaginare come sarà. D’altra parte nessuno avrebbe mai potuto anche solo lontanamente pensare che per due mesi l’Italia sarebbe stata bloccata e che si sarebbe dovuto girare con le mascherine. Figure che ritenevano di essere indispensabili, si sono trovate a dovere stare a casa costantemente”. Insomma, l’emergenza ha mischiato le carte. Ora “stiamo seguendo dei percorsi con gli esperti per valutare quali potranno essere i business model del futuro”. Quel che è certo è che “lo smart working è ormai presente nelle nostre vite e lo sarà sempre di più. La contingenza ci ha insegnato che per determinate tipologie di attività forse i verticali sono più efficienti da remoto. Per altre attività, come il mondo delle consegne, della delivery e della logistica, si dovrà essere sempre più connessi”. Il lockdown ha evidenziato infatti che si era “impreparati a gestire attività continuative di bisogni domestici legati al delivery continuativo”. Non per tutti gli operatori, ma per molti sì.

 

Insomma, dovremo affrontare nuove modalità di lavoro, a partire dal tema “della distanza fisica: bisognerà ridefinire i luoghi di lavoro, che siano uffici o che siano fabbriche, ma anche luoghi di avvicinamento al lavoro oppure quelli nel quali si vive il lavoro di altri, come ristoranti, bar, negozi, centri commerciali”. E dovremo affrontare anche nuovi lavori: “tante aziende si stanno riconvertendo per produrre dispositivi di sicurezza, gel”. Serviranno nuove figure, penso ad esempio agli stadi: ci vorrà “personale per definire le nuove modalità di accesso e per farle rispettare”.

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