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Coronavirus, i fiancheggiatori della piazza violenta

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Le rivolte di piazza non vanno mai sottovalutate. Quando ci sono le condizioni perché la rabbia e il disagio possano trovare nella violenza l’unico sfogo possibile, c’è da preoccuparsi. Il semi-lockdown che ci ha imposto la seconda ondata dell’epidemia del Coronavirus colpisce più persone di quelle censite tramite una partita iva o un contratto di lavoro.

 

C’è tutta un’area grigia, fatta di lavoratori occasionali e lavoratori in nero, di espedienti e di micro-criminalità, che viene tagliata fuori dalle norme imposte per arginare i contagi da Coronavirus. Non solo delinquenti e non solo malavita organizzata. C’è anche quella ma non c’è solo quella. Gli interessi si saldano e in condizioni difficili anche il linguaggio e gli strumenti della protesta si omologano.

 

Il problema di ordine pubblico, con le molotov e gli scontri di queste notti, diventa un problema sociale, politico, economico. E anche culturale. Si sottovaluta spesso quando si parla di rivolte di strada che la linea di confine che separa chi usa abitualmente la violenza e chi è disposto a giustificarla, e usarla quando serve, è sottile. Nella vita reale, il passaggio dal lavoro pulito a quello sporco, la tentazione di accorciare il percorso che porta al denaro, è sempre presente. Quando le condizioni peggiorano, quando il mondo pulito addirittura chiude, può cadere anche l’inibizione del senso di colpa.

 

Fare finta di niente, limitarsi a osservare e criticare senza cercare di capire, ridimensionare e sottovalutare, può diventare pericoloso. Così come è pericoloso non accorgersi che si ingrossano le fila dei fiancheggiatori della violenza. Ci sono nei bar, al mercato, nelle piazze che continuiamo a frequentare. Quel ‘fanno bene’, prima bisbigliato e ora scandito con fiero senso di rivalsa, ha un peso. Poi si aggiunge un generico, ma convinto, ‘se lo meritano’ a mettere nello stesso discorso le responsabilità dello Stato e della politica. Sono le posizioni di chi in piazza a spaccare le vetrine non ci va ma che giustifica e anzi incoraggia ‘la resa dei conti’.

 

Poi, c’è un’altra nutrita pattuglia di fiancheggiatori. Più sofisticata ma altrettanto pericolosa. Scrivono, parlano e ammiccano, cavalcando il margine di confidenza che concede oggi il ‘politicamente scorretto’. Condiscono il ‘fanno bene’ con qualche premessa e qualche postilla, spesso aggiungono referenze storiche. I più superficiali giocano a fare i libertari, i più strutturati aggiungono un accenno di disegno politico. Questo brodo culturale accoglie anche buona parte dei negazionisti del Coronavirus. Oggi è più sconveniente negare. Ma strizzare l’occhio ai clan e agli ultras, ai picchiatori fascisti o alle frange violente dei centri sociali, può aiutare a trovare una collocazione nella confusione di questi giorni.

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