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2 Novembre 2020

Coronavirus: si fatica a chiamarli governatori

Fabio Insenga

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Vorrebbero decidere, sempre. Ma senza assumersi la responsabilità di prendere le decisioni più difficili. I governatori, anche se si fatica a chiamarli governatori, stanno diventando l’anello più debole della catena di comando che deve trasmettere al Paese le regole di comportamento indispensabili per affrontare la seconda ondata dell’epidemia del Coronavirus.

 

Dovrebbero imparare a stare al loro posto. Nel senso più nobile e ‘pieno’ della questione. Il loro è un posto importante, decisivo per la grandissima influenza che possono avere nel governo del loro territorio. Invece, sempre più spesso, si avventurano altrove. Negli spazi sempre più frequentati del protagonismo personale e in quelli, sempre più pericolosi, del conflitto istituzionale.

 

Non è solo colpa loro. Scontano anche gli errori del governo centrale e le scorie accumulate nel tempo di un federalismo prima sbandierato e poi ritrattato, costruito solo in parte e poi rinnegato. Ne risente la gestione del sistema sanitario, da sempre e a maggior ragione durante l’emergenza legata al Coronavirus, e ne risente più in generale la capacità dello Stato di arrivare in maniera corretta a rendere efficaci i provvedimenti e le misure indispensabili per contenere l’epidemia.

 

Nell’equilibrio fra decreti e dpcm, da una parte, e ordinanze regionali, dall’altra, andrebbe trovato il modo per calibrare e articolare le decisioni secondo le caratteristiche e le esigenze dei singoli territori. Nel costante rimpallo di responsabilità a cui stiamo assistendo, invece, si consumano gli effetti peggiori di un conflitto fra poteri che non ci possiamo permettere.

 

Si pensava che la smania di farsi notare a ogni costo fosse legata alle esigenze elettorali. Ma i casi di questi giorni dimostrano che si era sottovalutato il problema. Le gaffes di Vincenzo De Luca e Giovanni Toti sono qualcosa di diverso rispetto ai passi falsi e agli incidenti di percorso. Ci sono l’arroganza di un guitto e la rinuncia a qualsiasi mediazione culturale a rendere più evidente la pochezza degli argomenti e del pensiero su due tempi cruciali, come la gestione della scuola e quella degli anziani. Non è solo forma, facilmente derubricabile all’errore di qualcun altro, è soprattutto sostanza.

 

Servirebbero governatori e non personaggi in cerca d’autore. Lo dimostrano altri presidenti di regione, come Luca Zaia in Veneto e Stefano Bonaccini in Emilia Romagna: il buon governo serve, soprattutto per fronteggiare un’emergenza assoluta, come quella che stiamo attraversando.

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