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Fondo credito vittime mancati pagamenti, un flop

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L’intento era buono. Aiutare i piccoli imprenditori a rischio di fallimento, causa insolvenza di un cliente. Il risultato è praticamente inesistente. A cinque anni dall’introduzione dall’istituzione del Fondo per il credito alle vittime di mancati pagamenti si scopre che quello strumento non ha funzionato. Solo quest’anno il Fondo ha avuto un sussulto di vitalità erogando in dieci mesi un importo triplo dell’intero quadriennio precedente, ma dei 30 milioni stanziati oltre 26 sono ancora in giacenza.

 

Sono i risultati della ricognizione sul funzionamento, nel quinquennio 2015-2020, del Fondo per il credito alle vittime di mancati pagamenti, fatto dalla Corte dei Conti in contraddittorio con il ministero dello Sviluppo economico il cui esito è raccontato nella deliberazione numero 12 del 2020. Un interesse non estemporaneo quello dei magistrati contabili visto che iniziative simili, questa volta con dotazioni miliardarie, sono state messe in piedi in primavera per fronteggiare la crisi determinatasi a seguito dell’emergenza sanitaria Covid 19.

 

Istituito nel dicembre del 2015 dalla legge di Bilancio, prevedeva la possibilità di ristorare con finanziamenti a tasso zero e durata da 3 a 10 anni le imprese colpite dall’insolvenza dei propri clienti, e quindi dai mancati pagamenti, concedendo prestiti fino a 500.0000 euro a condizione che l’imprenditore fosse in grado di dimostrare una “sufficiente capacità di rimborso”.

 

Nel corso del tempo, il progetto iniziale è stato esteso ad altre figure, includendo fra i potenziali beneficiari anche i lavoratori autonomi e estendendo il campo della casistica alla base dell’insolvenza e acquisendo la nuova denominazione. La gestione del fondo era condivisa fra ministero dello Sviluppo economico e il ministero dell’Economia, mentre per la selezione delle domande era stata coinvolta Invitalia, la società di promozione degli investimenti affidata dal governo a Domenico Arcuri, oggi commissario alla pandemia.

 

I numeri del fallimento. In tutto, registra la Corte, sono state presentate appena “94 istanze per l’accesso ai finanziamenti agevolati dall’avvio della misura fino al 7 ottobre 2020”. Di queste, poi, “solo 21 sono pervenute alla concessione di finanziamenti agevolati”, per un ammontare totale di circa 4 milioni di euro. Insomma, praticamente nessuno è stato attratto da quei soldi gratis malgrado la platea di imprenditori e delle aziende potenzialmente finanziabili non mancasse vista l’elevata percentuale di mancati pagamenti del mercato italiano.

 

La Corte nella sua deliberazione ricorda che “la situazione dei mancati pagamenti delle Pmi nel periodo 2012-2019, mostra un andamento altalenante del valore delle partite non saldate su quelle in scadenza e già scadute. La quota di mancati pagamenti nel 2018 ha raggiunto il 15,2% e nel 1° semestre 2019 la quota di fatture inevase è stata pari al 13,4%, contro il 12,5% dello stesso periodo dell’anno precedente; il che corrisponde a dire che 115 mila imprese monitorate avrebbero dovuto a quella data saldare 5,9 mln di euro di debiti”. Un universo di imprenditori che almeno in parte avrebbero potuto trovare un ristoro nel fondo.

 

Tempi legali. A pesare sull’inceppamento della procedura di finanziamento sono stati, secondo quanto hanno riferito le stesse amministrazioni che gestivano il fondo Mise e Mef, le lungaggini della giustizia italiana: “giacché i criteri di ammissibilità prevedono la necessaria qualificazione del debitore del soggetto beneficiario quale imputato in un procedimento penale pendente a suo carico”, quindi si devono almeno aspettare le conclusioni delle indagini preliminari. D’altra parte, riconosce la Corte, è nelle cose “che gli Uffici giudiziari impieghino un tempo non troppo breve per fornire riscontro alle richieste di avvaloramento delle dichiarazioni rese dai soggetti interessati”, contribuendo così al protrarsi dell’iter istruttorio”.

 

Si era pensato di aggirare il problema con alcune modifiche alla procedura introdotte l’anno scorso con il cosiddetto decreto Crescita, consentendo “l’erogazione del 50%, a titolo di acconto” tuttavia, “la necessaria preventiva trasmissione degli atti giudiziari sembra aver comunque comportato rallentamenti nella fase dell’erogazione”, prende atto il magistrato estensore Paolo Cosa. Insomma, una legge pensata e gestita male.

 

Una conseguenza della scarsità di pratiche lavorate da Invitalia sono stati i costi stellari. La pratica media, nel biennio 2017-2018, secondo il rendiconto presentato dall’Agenzia diretta da Arcuri, è stato di 8.837 euro, per le pratiche che non hanno superato la verifica e di 46.394 euro per quelle concluse con successo. Il maggior numero di richieste ha fatto scendere nel 2019 la spesa media a “4.327,28 euro per domanda ed a 19.369,76 euro per ciascun provvedimento di concessione/erogazione adottato”. E’ un costo del sistema, che non viene addebitato all’imprenditore in cattive acque. Ma se una banca chiedesse, quella cifra per concedere un mutuo sarebbe subissata dalle denunce di autorità e consumatori. Se poi avesse veramente quei costi, difficilmente arriverebbe a gestire grandi numeri e presumibilmente fallirebbe.

 

La Corte punta l’indice sulla scarsa promozione fatta al fondo dal ministero e dalla sua appendice Invitalia, che non ha fatto conoscere le possibilità offerte dalla legge. Ma anche sulla convenzione stipulata fra il Mise ed Invitalia. Per il periodo (2017-2022) era previsto un compenso complessivo di 600.000 euro destinate all’impiego di 1.117 giornate uomo; all’acquisto di beni e servizi; alla copertura delle spese generali e all’Iva. Ma la corte mette in guardia per una possibile sottostima dei fabbisogni di lavoro da parte degli uomini di Arcuri.

 

L’aiuto agli imprenditori tentato attraverso il fondo per le vittime di insoluti è una esperienza da ripensare dicono i magistrati chiudendo la loro analisi: “deve costituire motivo di riflessione approfondita la modalità impiegata per l’utilizzo delle risorse del Fondo, troppo complessa e articolata nella fase istruttoria ma soprattutto va attuato un sistema di reportistica più efficace anche delle ricadute sul comparto delle Pmi, anche alla luce degli ulteriori strumenti messi in campo dal legislatore”, come il nuovo fondo Patrimonio Pmi da 4 miliardi deciso dal Parlamento a maggio del 2020 per fronteggiare l’emergenza sanitaria Covid-19.

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