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Su Clubhouse con Luciano Floridi

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Clubhouse è apparso come un fulmine nel cielo ormai monotono dei social. Il suo nome fa venire in mente slogan d’altri tempi, e in effetti sembra un desueto frammento analogico caduto all’improvviso nel tessuto delle piattaforme digitali, e divenuto un piacevole, buffo ibrido. Ci si incontra, si chiacchiera, si esce, e tutto resta indietro, nella nostra memoria, perché nulla viene registrato. Un tuffo nel campo dell’effimero autentico, di cui forse sentivamo la mancanza, senza rendercene conto fino in fondo.

Un carattere transiente che però non fa rima con carente, perché gli argomenti, le discussioni e gli oratori sono in media di livello piuttosto alto, e il tempo speso in una room difficilmente è buttato via. C’è il fondato timore che questa densità elevata sia l’effetto dell’elitarismo di sicurezza che i fondatori hanno programmato per evitare crisi di crescita, e che sia destinata a svanire non appena la soglia sarà azzerata e Clubhouse diventerà un altro territorio selvaggio pieno di urla, nonsense e pubblicità. Anche perché al momento nessuno sa quale sia esattamente il modello di business di Clubhouse.

Per ora ci godiamo l’aperitivo in questa bolla confidenziale, non sapendo quanto durerà. La sensazione di intimità è favorita dalla fonia pura e dal calore delle voci, che portano gli altri dentro di noi nel presente con tutt’altra profondità rispetto al testo scritto e alla comunicazione asincrona. La modalità di interazione è semplice,

educata e dialettica: si entra in una room, si ascolta, volendo si alza la mano, si prende la parola a turno, si fanno domande, si portano esperienze. Oppure si esce non notati, senza disturbare nessuno. Ci si può riunire tra amici a scambiare idee, e magari sorprendersi che poi il gruppo si allarghi. E poi niente timeline da affrontare, niente feed infiniti, solo quello che sta succedendo in questo momento, solo quello che posso sentire o dire adesso. Proprio come nella nostra cara vecchia radio, che non invecchia mai.

Quando il mondo si è fermato, con tutti i suoi abitanti chiusi in casa, il bisogno di relazione si è amplificato, la mancanza dell’altro è divenuta sempre più forte. E allora, ancora una volta, la Silicon Valley ha sapientemente colto il bisogno e creato una app semplice ed efficace per soddisfarlo, per appagare il desiderio di relazione.

Contrariamente alle apparenze di poca tracciabilità dei contenuti (la stanza si chiude e tutto scompare), anche questa volta il prezzo da pagare per entrare in relazione con l’umanità è rappresentato dai nostri dati. Grazie all’accesso alla nostra rubrica telefonica, che concediamo al servizio per poter invitare alcuni nostri contatti ad unirsi a noi, è possibile ricostruire la rete sociale, individuare le community e connetterle a cluster semantici.

E’ bene dunque accompagnare la fruizione di Clubhouse con pensiero critico e buone domande. Noi abbiamo fatto la nostra prima esperienza invitando un esperto fuori dal comune, il professor Luciano Floridi, a parlare del suo imminente ritorno in Italia dall’università di Oxford dove insegna ora. Ma abbiamo colto anche l’occasione di sperimentare con lui la novità e raccogliere in diretta le sue prime impressioni con la simpatia e l’acume di sempre. Sicuramente Clubhouse rappresenta in questo momento un’incredibile opportunità per disporre di un posto dove fare quattro chiacchiere tra amici e alleviare le crisi d’astinenza sociale da pandemia. Ma quando torneremo a trascorrere un’intera mattina a parlare a lezione, e poi il pranzo a chiacchierare con i colleghi, e poi il pomeriggio a dialogare con gli studenti, tornare la sera a casa e mettersi a chiacchierare su Clubhouse non sarà esattamente il primo desiderio a venire in mente, commenta il prof. Floridi. La sua seconda perplessità riguarda il protagonismo della voce, che può essere visto come regressione a una più arcaica tecnologia della parola, la trasmissione orale, con implicazioni e conseguenze tutte da capire. L’attuale tendenza di ritorno alla voce (in Clubhouse, nei podcast, nell’interazione con sistemi di intelligenza artificiale), sarà dettata dalla nostra solita pigrizia? Ci allontanerà da una scrittura più lenta e meditata?

Chiuse le riflessioni semiserie su Clubhouse, peraltro considerato dal Prof un oggetto da tenere d’occhio con interesse ma il cui futuro è molto difficile da pronosticare, siamo tornati all’argomento che ci stava a cuore: il rientro del Professore in Italia, in particolare all’università di Bologna. Per tutti noi è certo una grande soddisfazione e un motivo di speranza il ritorno di una competenza di tale livello internazionale che condivide con noi le origini culturali e di cui riconosciamo con sottile piacere la sfumatura romana nell’eloquio.

A cosa dobbiamo questo rimpatrio? Nessun problema a Oxford, rassicura il Prof, che del resto l’ha scelta e vi si trova molto a suo agio essendo l’università più antica e prestigiosa in lingua inglese. Solo che la ripetizione degli stessi schemi sta creando un po’ di monotonia, e si sentiva il bisogno di un cambiamento. La nuova stagione del prof. Floridi inizierà dopo la prossima estate, con l’anno accademico 2021-22, sarà una stagione mista, per metà a Bologna e per metà a Oxford, e giustamente dedicata a nuovi stimoli. Non sarà infatti un’attività di semplice didattica. Il Prof si occuperà soprattutto di programmi di ricerca nei corsi di dottorato e di Master, corsi più specialistici dedicati a studenti già laureati. L’obiettivo è mettere in piedi un importante centro di etica del digitale che si occuperà di temi centrali nella società odierna: privacy, proprietà dei dati, cybersecurity a livello europeo, cosa significa fare buona innovazione, come promuovere una società più equa in cui ci sia lavoro per tutti.

Ci si attende così che l’Università di Bologna diventi un’eccellenza su questi temi, un luogo che potrà creare competenze avanzate, specialisti di nuova generazione e nuovi posti di lavoro, attraendo persone da tutta Italia e dall’estero. Inevitabile a questo punto una domanda sulla didattica a distanza, la famigerata DAD che sta mettendo a dura prova l’istruzione dall’inizio della pandemia. Il Prof ha osservato con imbarazzo appena dissimulato che stiamo scoprendo ora la didattica a distanza, così all’improvviso, quando invece la didattica online o “non in presenza” esiste da tempo: infatti negli Stati Uniti i corsi online (MOOC) di atenei celeberrimi sono operativi già da una decina d’anni.

Della DAD nostrana la prima cosa che il Prof ci tiene a dire è che sarebbe stato meglio fare innovazione nella scuola quando non serviva, fuori dalla pressione dell’urgenza. Perché ci vuole tempo, e lo sviluppo di un insieme di fattori molto complesso: non è solo la questione della infrastrutture di rete, o della strumentazione personale, c’è pure il fatto che quando sono in cinque a usare un solo computer e c’è una sola stanza le cose si fanno veramente dure. E comunque in Italia c’è tuttora un digital divide molto, molto pesante a tutti i livelli. Purtroppo invece è successo tutto di colpo, l’emergenza ci ha trovato impreparati e ci ha sommersi. E va a finire che la DAD si riduca spesso, almeno in ambito universitario, a guardarsi una lezione come se fosse registrata. Ma questo è il modo in cui i nostri genitori imparavano le lingue negli anni ’70, lezioni registrate sulle videocassette. Anche qui sembriamo tornati indietro di decenni, a un tipo di apprendimento che non ci mancava. Invece la lezione online deve diventare la più interattiva possibile, per sfruttare le caratteristiche del mezzo attuale. Ma la cosa più importante e ignorata da questa DAD sono i metadati. Tutti i dati che vengono generati dalla interazione degli utenti con le applicazioni e con i docenti o fra loro, dal download delle risorse, e via dicendo. In questo momento nessuno li sta raccogliendo. Tutto quello che accade passa senza lasciare traccia. Quindi non possiamo produrre analisi che vadano a migliorare il sistema, ad arricchire la conoscenza del processo di apprendimento e l’offerta formativa, a cogliere i bisogni sia della classe intera sia del singolo studente. E questo, lamenta il Prof, è un vero peccato. Del resto per raccogliere e analizzare i dati occorrono competenze adeguate, abbiamo sottolineato di rimando, e il suo arrivo a Bologna ci fa sperare che si vada anche nella direzione di una migliore e più diffusa data science in Italia.

A proposito di competenze e della entrepreneurship in generale, un ospite ha chiesto al Prof quale fattore in particolare manchi alle imprese italiane per farci raggiungere un livello di digitalizzazione internazionale. Secondo Floridi è necessario rivedere il business model, ancora arretrato. Oggi non avere competenze digitali rischia di avere un impatto negativo sul fare impresa, ma anche sul concetto più ampio di cittadinanza. Scarsa comprensione dei meccanismi e dei dati, fake news, non verifica delle fonti minano la percezione della realtà e mettono a rischio la salute della democrazia.

A proposito di etica e sviluppo dell’IA un ospite ha chiesto al Prof cosa ne pensasse della prospettiva di impiantare chip nel cervello in un prossimo futuro, soprattutto considerando la possibilità che questi chip siano hackerati. Il Prof ha placato l’ansia commentando serafico che questa è la solita fantascienza che si sviluppa intorno all’IA, e che ha un difetto fondamentale: fa come se fossimo già lì, come se potessimo arrivare a quella situazione con un salto netto. Invece nella realtà c’è una lunga strada per arrivare da qui a lì, e lungo questa strada si scoprono cose nuove, si fissano regole, si fanno leggi che rendono certe cose possibili e altre impossibili perché sono vietate. Quindi questa storia è tutta da vedere, tutta da scrivere. Quanto ai chip, dopotutto esiste già ed è in uso un chip impiantato sottopelle per monitorare la glicemia nei pazienti diabetici, è connesso wireless e quindi in teoria può essere hackerato. Però nessuno sembra preoccuparsene più di tanto.

Parlando di IA, una ospite ha deplorato quel malinteso di fondo che c’è nell’espressione “intelligenza artificiale”, che può confondere e depistare in quanto non si capisce di che intelligenza si stia parlando. E allora, ricordando quanti neologismi di successo il Prof abbia coniato negli ultimi anni – “onlife”, “infosfera”, “quarta rivoluzione” – gli ha proposto di lanciare un nuovo nome per la IA che sia più appropriato alla disciplina. Il Prof ha sorriso e ammesso che poteva essere una buona idea, ma purtroppo teme ormai sia troppo tardi. Ci sono insegnamenti, corsi di studio, convegni, pubblicazioni, un mondo intero che fa riferimento a questa formula, è impossibile smontare tutto e rimontarlo diversamente. Del resto ci hanno provato: qualcuno ha fatto un tentativo con “intelligenza aumentata”, ma non ha preso piede. Tuttavia non bisogna preoccuparsi troppo, ha rassicurato: usiamo tutt i giorni termini e modi di dire in un certo senso falsi, come quando diciamo “il sole sorge” o “il sole tramonta” pur sapendo che il modello geocentrico non è più vero, almeno non lo è più per la maggior parte di noi. Eppure ci capiamo benissimo.

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