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Il peso del Covid sulle donne: persi 76mila posti di lavoro

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imprese femminili lavoro

Nei 12 mesi trascorsi dall’arrivo della pandemia (tra marzo 2020 e febbraio 2021) i posti di lavoro occupati da uomini sono aumentati di 44 mila unità rispetto all’anno prima. Quelli delle donne, invece sono diminuiti di 76mila unità. Adesso, il divario di genere in Italia corrisponde a una differenza, tra uomini e donne, di 120mila posti di lavoro, si legge in un’analisi congiunta tra Banca d’Italia e ministero del Lavoro. Un dato che testimonia bene su chi i lockdown, le chiusure delle attività e soprattutto delle scuole, abbiano pesato di più, nelle famiglie italiane.

Solo il 60% di questo divario da 120mila posti di lavoro è riconducibile alla composizione settoriale della domanda di lavoro, alle variazioni subite da diversi settori occupazionali: il resto, si legge nel report, il secondo tra ministero e Bankitalia, potrebbe dipendere dalla minore partecipazione delle donne, su cui incide anche le difficoltà di conciliazione tra attività lavorativa e carichi familiari.

In generale, dall’inizio della crisi pandemica sono stati creati circa 300.000 posti di lavoro in meno rispetto ai dodici mesi precedenti. Dopo il punto di minimo raggiunto a metà giugno (quasi 600 mila posti di lavoro in meno) è stata pertanto recuperata circa la metà del divario.

Il report di Banca d’Italia e ministero del Lavoro fornisce anche qualche indicazione sull’andamento del lavoro a tempo indeterminato e determinato. Per i contratti a tempo indeterminato le attivazioni nette cumulate sui dodici mesi, che misurano la variazione del numero di posti di lavoro nel periodo considerato, sono rimaste positive e pari a 259.000.

Su tale tendenza hanno inciso il blocco dei licenziamenti e la dinamica delle trasformazioni registrate alla fine dello scorso anno, sostenute dagli incentivi introdotti dal decreto ‘Agosto’.

A dicembre le stabilizzazioni di contratti temporanei sono state oltre 100.000 (20.000 in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente), riflettendo anche la scelta delle imprese di anticipare agli ultimi giorni del 2020 parte delle trasformazioni previste per i primi mesi del 2021: a gennaio e febbraio il numero delle conversioni di contratto è risultato pertanto lievemente inferiore rispetto allo stesso periodo del 2020.

La creazione netta di posti di lavoro temporaneo è rimasta significativamente al di sotto di quella registrata nel periodo antecedente la pandemia; alla fine di febbraio la variazione cumulata sui dodici mesi è stata pari a -230.000.

Nei primi due mesi del 2021 l’occupazione dipendente regolare ha complessivamente ristagnato: nel bimestre gennaio-febbraio il saldo tra le posizioni attivate e quelle giunte al termine è rimasto all’incirca sugli stessi livelli del 2020, immediatamente prima dello scoppio della pandemia (-65.000 in gennaio, 55.000 in febbraio). Le cessazioni sono state 707.000 a fronte di 697.000 attivazioni.

Ogni settore ha reagito alla pandemia in maniera diversa. Il numero di posizioni di lavoro nell’industria a fine febbraio è risultata superiore di circa 70.000 unità rispetto a un anno prima. La crescita è quasi esclusivamente imputabile al settore delle costruzioni, a fronte di un sostanziale ristagno nella manifattura (-6.000 posti) e negli altri comparti industriali (produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua). È stato significativamente più ampio il calo registrato nei servizi privati, pari a oltre 110.000 posti di lavoro in meno rispetto a un anno prima (-140.000 nel solo settore turistico).

 

 

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