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Non solo il caso Fedez, il nodo della governance Rai

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I partiti nominano i dirigenti della Rai. E gli stessi partiti dicono che i partiti devono stare fuori dalla tv pubblica. Succede oggi, sulla scia del caso Fedez, come è sempre successo in passato. Per questo, si invoca una riforma. Come fa il presidente della Camera Roberto Fico. “Spero che il Parlamento possa iniziare una discussione sulla riforma della governance del servizio pubblico radiotelevisivo”, ha detto, aggiungendo: “Non può esserci una legge se non cambia anche la cultura; deve esserci un serio dibattito culturale”.

Il problema è che per cambiare una cultura e fare una legge serve la volontà politica. È invece pressoché certo che si arrivi al rinnovo dei vertici della tv pubblica, con le stesse regole e la stessa governance.

Le nomine in Rai sono sempre state guidate dal cosiddetto principio della ‘lottizzazione’: Rai Uno in quota ‘filo-governativa’, cambiando quindi volta per volta; Rai Due in quota centrodestra; Rai Tre in quota centrosinistra. Uno schema che i governi giallo-verde e giallo-rosso, accumunati dalla presenza grillina, hanno arricchito della componente Cinquestelle in quota governo.

La nomina più importante spetta all’azionista di maggioranza, il ministero dell’Economia, ed è quella del direttore generale. Con la riforma firmata dal governo Renzi nel 2015, ha visto crescere molto i suoi poteri: nomina i direttori di rete e delle testate giornalistiche, come i telegiornali; può assumere e promuovere dirigenti e firmare contratti fino a dieci milioni di euro senza dover consultare il consiglio d’amministrazione.

Il Parlamento procede invece all’elezione dei quattro membri del Consiglio di amministrazione che sono di sua competenza; due sono indicati dal governo (tramite il Ministro del Tesoro quale azionista), e uno dall’assemblea dei dipendenti. Il Cda ha perso molto dei suoi poteri con la stessa riforma ma continua ad avere il potere di sfiduciare il direttore generale.

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