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Startup, le proposte di ‘Fare Nuova l’Impresa’

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Quasi dieci anni fa l’Italia si dotò della prima legge sulle startup innovative, a seguito di un articolato processo di definizione, consultazione e mobilitazione che diede voce ad una comunità di innovatori che chiedeva più facilità nel fare un certo tipo di impresa, vedeva nel digitale un’opportunità, riteneva che l’Italia non fosse necessariamente destinata a rincorrere il resto del mondo quando si trattava di costruire sull’intraprendenza.

In questi dieci anni, seppure tra alti e bassi, l’attenzione alle startup si è preservata, e più interventi negli anni hanno provato ad affinare la policy iniziale e ad estendere alcune delle misure inizialmente riservate alle startup anche ad altre tipologie di imprese. In parallelo, è stato un decennio in cui più forme di impresa hanno iniziato a farsi strada: dalle startup a vocazione sociale alle imprese sociali, dalle società benefit alle industrie culturali e creative. Abbiamo inoltre capito quanto conti curare non solo il lato della “offerta” di politiche a favore dell’impresa, ma anche il lato della “domanda” e quindi aiutare studentesse e studenti a crescere nella consapevolezza che seguire un progetto imprenditoriale sia possibile. A fare in modo che abbiano consapevolezza della contemporaneità.

Oggi l’Italia ha ancora bisogno di tanti interventi e fare nuova impresa resta un atto coraggioso e contro-intuitivo, ma che va senz’altro incoraggiato e facilitato con strumenti, agevolazioni e misure di semplificazione, perché sarà anche dalla rinnovata capacità di mettersi in gioco di tante giovani ragazze e ragazzi – e di altrettanti “diversamente giovani” – in questi difficilissimi anni segnati dal Covid-19, che passeranno la crescita sostenibile e il progresso del nostro Paese. Certo, questi dieci anni sono anche serviti a prendere consapevolezza dei limiti di modelli di impresa che non sono necessariamente funzionali a questa crescita e a questo progresso: prima di tutto quando non contribuiscono alla creazione di nuova occupazione di qualità e alimentano modelli di sviluppo non sostenibile.

Per tutto questo nei mesi scorsi, come FacciamoECO e con la collaborazione di alcuni partner – Lexia Avvocati, VC Hub, Onde Alte, Junior Achievement Italia; e potendo contare sull’attenzione di due media partner: StartupItalia e Fortune Italia – abbiamo avviato l’iniziativa

grazie alla quale in maniera pragmatica abbiamo facilitato una riflessione collettiva e pubblica sulle nuove forme dell’impresa in Italia e sulla la necessità di non arretrare, dopo tante fatiche, sul fronte della modernizzazione del Paese. Quando infatti è venuto fuori che, dopo tanti anni, non era più possibile costituire una startup online, abbiamo deciso di cogliere la palla al balzo e di prendere questo ritorno al passato come l’occasione non solo per alzare la mano, dire che non ci stiamo, e ricordare dove sta andando l’Europa; ma per provare a rifare tutto un ragionamento più ampio sulle nuove imprese in Italia, a partire da un primo “tagliando” proprio all’ecosistema startup.

Abbiamo così organizzato un ciclo di 5 incontri pubblici da remoto sulle varie forme della nuova impresa con cui raccogliere preoccupazioni, riflessioni e proposte, e costruire l’embrione di una coalizione con cui portare avanti le migliori istanze che da quegli incontri sarebbero emerse.

Un primo risultato di questi incontri sono alcune proposte emerse grazie ai partner, ad esperti e ad una consultazione ampia e diffusa realizzata da StartupItalia durante l’estate, che abbiamo presentato in queste ore alla Camera dei deputati.

La prima di queste proposte ha riguardato chiaramente la costituzione online delle startup e di altre società; ma abbiamo avanzato più proposte che andrebbero a beneficio delle startup e non solo: dalla devoluzione ai notai dei procedimenti legati ai decreti ingiuntivi, alla tenuta digitale dei libri sociali tramite ricorso alla blockchain; a misure per favorire il coinvolgimento di grandi investitori istituzionali come fondi assicurativi e casse previdenziali negli investimenti in startup, alla tokenizzazione delle azioni di Società per Azioni. Proponiamo anche un Tech Transfer Act che riveda alcune regole del gioco sulla proprietà intellettuale e la titolarità dei brevetti, e la creazione di un Regulatory Sandbox, vale a dire di uno “spazio sicuro” in cui gli imprenditori possano sperimentare prodotti, servizi o modelli di business innovativi, senza incorrere nelle conseguenze regolamentari previste per chi opera normalmente in questi ambiti, sul modello di quanto fatto di recente per il settore Fintech. Abbiamo poi avanzato proposte legate alla fiscalità e alla formazione delle nuove generazioni, e altre relative all’imprenditoria innovative femminile e al nuovo protagonismo che potrebbero avere gli over-55 nel contribuire a far nascere e crescere imprese innovative.

Non si tratta ovviamente di proposte esaustive. Per fortuna c’è sempre un’altra misura importante da adottare a cui non abbiamo ancora pensato, o che non è ancora emersa. Ma per noi rappresentano senz’altro un punto di ri-partenza. Magari verso un’iniziativa ancora più grande, inclusiva e con maggiore capacità di impatto che si potrebbe immaginare nel 2022, per i dieci anni del rapporto Restart, Italia! e della prima legge sulle startup varata dal governo Monti-Passera.

Nel questionario realizzato da StartupItalia, di cui il quaderno di proposte che abbiamo elaborato fornisce ampi dettagli, è emerso più di un dato interessante. Il questionario ha coinvlto 273 persone. Di queste oltre la metà lavora in un’azienda fondata meno di 3 anni fa e solo il 12% lavora in una società fondata da oltre 10 anni. Alla domanda: in che settore lavora la tua impresa, l’ 11% ha risposto Fintech, seguito da Foodtech (9,5%) e e-commerce(4,5%), ma il panel di risposte è molto ampio e variegato: ci sono infatti utenti che provengono da aziende proptech, assicurazioni, cybersecurity, o education. Oltre il 56% degli intervistati ha dichiarato che la società in cui lavora è iscritta al registro speciale delle imprese; il 71% di queste aziende non sono state costituite online. È stato chiesto agli intervistati come hanno vissuto il periodo del Covid e quasi il 50% dei partecipanti al questionario ha dichiarato di non aver dovuto cambiare il proprio business. Della restante metà, il 19% ha dovuto cambiare completamente il modello e il 24% lo ha cambiato solo in parte.

Le maggiori difficoltà affrontate sono state quelle economiche (38%), ma è emerso con chiarezza e vigore una necessità di sostegno da parte delle istituzioni che, per il 41% degli imprenditori, è mancata. Se oltre il 24% degli intervistati dice di non avere avuto difficoltà pratiche durante la pandemia, l’11% sostiene di aver avuto difficoltà nell’organizzare lo smartworking e il 7% ha lamentato difficoltà nel modificare il proprio business.

Molto chiara e preoccupante è stata la risposta alla domanda successiva, che riguardava il grado di sostegno su cui le imprese avevano potuto contare. Il 41% ha dichiarato di non aver ricevuto alcun aiuto da parte di nessuno, mentre il 21% ha riconosciuto l’aiuto della tecnologia e un 13% ha sostenuto che l’unico aiuto ricevuto sia arrivato dalla famiglia.

Quando è stato chiesto quale sia il maggiore ostacolo per l’imprenditorialità in Italia, oltre il 36% ha risposto Burocrazia, il 24% Mancanza di risorse/investimenti, e il 13% Educazione all’imprenditorialità. PIù nel dettaglio, secondo gli intervistati in Italia mancano Corsi di orientamento per giovani che vogliono fare impresa (32%), percorsi a scuola (20%) e adeguata formazione dei docenti (23%).

Dati molto importanti, che ci hanno restituito un ordine di priorità e una necessità condivisa di occuparsi sempre di più e meglio di come creare condizioni favorevoli ad un certo tipo di impresa in Italia. Dati che ci hanno spinto ad avanzare le prime proposte che ho richiamato sopra e su cui adesso continueremo a lavorare nei mesi a venire, per provare a fare in modo che non restino solo “buone idee” ma diventino parte delle condizioni che il Paese offre a chi vuole investire e intraprendere sull’innovazione.

Su queste proposte siamo quindi impegnati da oggi a ragionare e lavorare ulteriormente, a spingere perché diventino realtà e contribuiscano a migliorare il Paese. Lo faremo da dentro e fuori il Parlamento, da dentro e fuori le imprese e le associazioni, dando il nostro contributo a far sì che non si spenga questo desiderio di guardare al domani con fiducia, di lavorare ogni giorno per l’emancipazione delle nuove generazioni e assicurare che – anche grazie al loro impegno e alla loro capacità di tradurre sogni e progetti in nuova materia prima – l’Italia resti ancorata alla contemporaneità.

Ecco il link al documento con le proposte di ‘Fare Nuova l’Impresa’.

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