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Un voto poco amministrativo. Stress test per i leader

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Se queste elezioni si fossero tenute a primavera probabilmente la storia da raccontare sarebbe un’altra. Ma la pandemia ha determinato la necessità di uno slittamento e così, questa tornata amministrativa cade nel delicatissimo momento del semestre bianco, ovvero in quei sei mesi in cui praticamente ogni mossa politica è fatta nell’ottica di vincere la partita per il prossimo inquilino del Quirinale. Con annessi e connessi ragionamenti sulla durata del governo presieduto da Mario Draghi e della stessa legislatura.

Troppo alta la posta in gioco per tutti i leader di maggioranza e opposizioni perché questo voto possa avere un valore solo locale. E non soltanto perché si vota in cinque grandi città, tra cui Roma, e sono coinvolti 12 milioni di elettori. E’ quasi una costante della cosiddetta seconda Repubblica: tranne un paio di casi (1994 e 2006) tutte le legislature, a differenza di quanto accadeva in passato, arrivano ormai alla naturale conclusione. Soprattutto da quando sono state cambiate le regole per accedere al vitalizio. E così, qualsiasi tornata – tra una elezione politica e l’altra – si trasforma in una sorta di voto di mid term (come sa bene Massimo D’Alema).

Il punto, in questo caso, non è però il giudizio sul governo, ma sulle strategie scelte dai partiti e dai loro leader. Per Enrico Letta e per Giuseppe Conte, per esempio, è il primo test elettorale da quando hanno assunto la guida rispettivamente del Pd e del M5s. Il segretario dem la gioca in prima persona dal momento che ha deciso di candidarsi nel collegio di Siena che è stato lasciato vacante da Pier Carlo Padoan: un modo anche per poter gestire la partita del Quirinale dall’interno del Parlamento, dove a essere fortemente rappresentata è soprattutto la corrente degli ex renziani. Un esito non farevole di queste elezioni – gli occhi sono puntati soprattutto su Roma – potrebbe mettere in crisi una segreteria che ha solo pochi mesi di vita e che era arrivata in corsa proprio per guarire un partito di cui il suo predecessore, Nicola Zingaretti, aveva detto di vergognarsi.

Per Giuseppe Conte la strada non appare più agile. Arrivato alla guida dei pentastellati dopo un plateale scontro con il fondatore Beppe Grillo, è al momento il comandante di un esercito allo sbando. I gruppi parlamentari sono in ebollizione e l’esito delle amministrative con ogni probabilità non risolleverà le sorti di un movimento in calo di consensi ma che detiene ancora la maggioranza del Parlamento. In più, c’è il rischio concreto di non riuscire a mantenere la guida delle due città conquistate cinque anni fa, Roma e Torino. Sarà lui a fare da capro espiatorio?

Ma queste elezioni sono un test anche per l’asse giallorosso: i precedenti tentativi di presentarsi in coalizione si sono rivelati fallimentari, in questo caso Pd e M5s sostengono un candidato comune a Bologna e Napoli. Ma anche dove sono andati separati, il cantiere dell’allenza si potrebbe riaprire per i ballottaggi.

La posta in palio è alta anche nel centrodestra. Il rischio per i partiti della coalizione è quello di uscire con le ossa rotte da elezioni in cui erano entrati virtualmente da vincitori. Forza Italia, con Berlusconi sempre più lontano dalle scene (e tutto concentrato su un obiettivo Quirinale che difficilmente riuscirà a centrare) deve dimostrare di essere ancora viva e di avere consensi in qualche modo in grado di renderla rilevante. La recente trasmigrazione di due consiglieri regionali lombardi verso la Lega ha dato la misura del cattivo stato di salute del partito persino nella città di Milano, un tempo roccaforte.

Ma le amministrative possono essere soprattutto la cartina di tornasole della rivalità tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il leader della Lega arriva all’appuntamento molto più indebolito di quanto non sarebbe stato in primavera, anzi di quanto non sia mai stato. Non c’è solo il caso dell’ex responsabile della comunicazione, Luca Morisi, o le divergenze di linea con Giancarlo Giorgetti e i governatori. Per la prima volta l’ex ministro dell’Interno sembra costretto a giocare di rimessa, incapace di gestire quell’altalena tra il sostegno al governo e la corsa su Fdi per i consensi a destra. Un esito fallimentare di queste amministrative potrebbe costringerlo a un congresso, con il rischio di essere sì confermato segretario ma ridimensionato e quindi più lontano da ambizioni di premiership. E sebbene Giorgia Meloni sia probabilmente la leader di partito che ha meno da perdere in queste elezioni, anche per lei il percorso non è in discesa. Quanto peserà il caso Fidanza generato dall’inchiesta di Fanpage? Riuscirà o no a superare nei consensi la Lega, come qualche sondaggio già sostiene? Fdi rischia di sbagliare il gol a porta (quasi) vuota della corsa a sindaco di Roma. Giorgia Meloni ha voluto fortemente che il candidato fosse Enrico Michetti che, però, in campagna elettorale si è spesso distinto per assenze e gaffe.

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