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Tutti i grandi del mondo insieme, nello stesso posto. Questa volta a Roma, con l’Italia di Draghi nel ruolo del padrone di casa, tradizionalmente quello del Paese che spinge di più perché il summit possa servire realmente a qualcosa, ed essere ricordato come un G20 capace di spostare il corso delle cose.

Nella sigla G20 c’è la composizione del formato più ambizioso in cui esprimere il multilateralismo, lo schema che punta a orientare con accordi globali l’evoluzione, spesso disordinata, delle grandi questioni. Prima fra tutte, da anni, quella del cambiamento climatico. Un tema che è universalmente riconosciuto come un’urgenza, una priorità assoluta, e puntualmente declassato a necessità o, addirittura, a buon auspicio. Si è andati avanti nello stesso modo con diversi tentativi: gli obiettivi del millennio, poi l’agenda 2020, poi quella 2030, ora si guarda al 2050.

Nei giorni che precedono i G20, in genere, si infittiscono i proclami. Per poi arrivare a un comunicato finale che li raccoglie, e ridimensiona, in un compromesso al ribasso.

È un risultato inevitabile che riflette la composizione larga e gli interessi spesso divergenti di Paesi più lontani nelle strategie di quanto lo siano sulla cartina geografica. Basta guardare a come si muovono gli Stati Uniti di Joe Biden, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping e lo stato dei rapporti tra loro. Pensare che possano mettere da parte contrasti e guerre commerciali, che poi sono anche diversi punti di vista sul funzionamento del mondo, per focalizzarsi su un obiettivo comune è inevitabilmente uno sforzo velleitario.

Ma la conclusione che il G20 non serva a nulla e che sia sostanzialmente tempo sprecato è sicuramente sbagliata. L’inevitabile compromesso al ribasso del comunicato finale non vuol dire un fallimento.

Incontrarsi, anche all’interno di un protocollo ingessato, vuol dire comunque ridare una dimensione verosimile alla grandezza e alla gerarchia dei problemi. Vuol dire mettersi di fronte all’opinione pubblica mondiale in una posizione, quantomeno, di ascolto. Vuol dire restituire l’immagine, non solo nella foto iniziale e in quella finale, di una comunità internazionale.

Tra due giorni tutti torneranno ai propri affari interni, alle proprie beghe e alle proprie distorsioni, ma il G20 di Roma avrà comunque segnato un momento di ‘controllo’ sulla salute, anche se pessima, della collaborazione multilaterale. Potrà costituire, anche solo fosse un pro-memoria, un punto di riferimento nel fluire disordinato, sul piano politico, economico e sociale, del mondo globalizzato. Perché anche guardarsi in faccia e tentare di capirsi può dare un contributo. A questo serve un G20 e a questo servirà anche il G20 di Roma.

 

 

 

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