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Facebook, Meta e il mercato delle verità

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Dal 28 ottobre è ufficiale. Cambia il nome di Facebook. Si chiamerà “Meta”, richiamando metaverse: una realtà parallela in cui realtà e fantasia si fondono. Un cambiamento che ha lasciato colpiti analisti ed osservatori. Colpo di genio o scelta di ripiegamento dopo i tanti atti di accusa rispetto all’ipotesi di attività manipolativa portata avanti dai social del gigante di Menlo Park?

Siamo sempre lì. “It’s economy stupid”. Il giovane Zuckerberg ha cominciato al college creando un concorso tra le miss di Harvard e da lì non si è più fermato. E per un caso del destino, proprio una laureata ad Harward, Frances Haugen, ex dipendente di Facebook assunta nel 2019 come ingegnere informatico addetta ai dati, ha denunciato all CBS che Facebook, dopo le presidenziali 2020, avrebbe allentato la censura dei messaggi d’odio e i contenuti che disinformavano sul risultato elettorale, finendo per favorire la diffusione dei messaggi sui presunti brogli.

Il motivo? Garantire e garantirsi interrelazioni, quindi scambi, quindi sponsorizzazioni ai post, quindi like, inserzioni pubblicitarie e, in sintesi, fiumi di denaro.

Fino alle elezioni, spiega Haugen, “c’era un piano di sicurezza” e di controlli sui messaggi d’odio e sulla disinformazione che apparivano su Facebook, ma dopo, gli algoritmi sarebbero cambiati e il sistema sarebbe diventato “meno sicuro”.

Per una interessante coincidenza sul tema degli algoritmi e della dis/mis-innformazione, è in libreria proprio in questi giorni il saggio “Il mercato delle verità” di Antonio Nicita, professore di Economia alla Lumsa, ex Commissario Agcom grande esperto della materia. Il libro, che esce con notevole tempismo, è dedicato al tema della concorrenza nei mezzi informativi ed alle manipolazioni e distorsioni nel campo dei social e dei connessi effetti economici.

Spiega Nicita che, “nel mercato digitale delle tesi si manifestano due tendenze opposte. Da un lato il web offre una straordinaria pluralità di fonti informative, magnificando il mercato delle idee e potenzialmente rendendo superflua una regolazione quale quella che ha caratterizzato i media tradizionali. Dall’altro lato però non si può non cogliere la circostanza che i social e motori di ricerca selezionino per noi informazioni, attraverso filtri algoritmici volte a ridurre i tempi di ricerca, massimizzare i tempi di cattura dell’attenzione e a valorizzare “forme di inserzionismo pubblicitario personalizzato”.

Nicita pone dunque alla riflessione collettiva il fatto che, attraverso questa eterodirezione degli algoritmi, si attua una sorta di arbitraggio, con creazione di una evidente asimmetria di posizione, tra selezione dei contenuti e concorrenza fra le fonti informative.

Il cambio di strategia di Facebook tenta di posizionare l’azienda come leader del mondo dei social. Ed è il paradosso che impatta sulla famosa definizione degli Stati Uniti come “leader of the free World” in cui la parola free significava impegno globale in favore del pluralismo e di una dimensione democratica “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness”

Ed ora il “metaverse, in una sostanziale discontinuità con il mondo reale. Il paradosso è che è proprio nell’irrealtà si determinano le maggiori opportunità di ricchezza. Stato senza confini che produce ricchezza. E con i bitcoins batte pure moneta. In questo complessivo ecosistema, i contenuti diventano in qualche modo una variabile marginale rispetto alla quale è lo stesso mondo virtuale, in cui si sviluppa un vero e proprio mercato delle verità.

E, come ci ricorda Nicita, ciò che rileva è il cosiddetto mercato digitale delle idee, definito come “l’ecosistema informativo offerto dal web che ha al suo interno caratteristiche in cui si sommano modelli tipici dei vecchi media ed altri assolutamente nuovi in cui il tema del pluralismo si incrocia con quello della concorrenza”. E prosegue “questo rivela dal lato della domanda di informazioni un consumatore del tutto disinteressato ad un confronto aperto ed onesto con chi la pensi diversamente”. Un quadro tutt’altro che rassicurante per una prospettiva democratica ed economica rispetto al quale la base di tutto è la tutela del pluralismo.

Il forte rischio è che questa accelerazione imposta dai social networks non abbia nulla a che vedere con gli interessi del pluralismo e della democrazia economica e sia anzi spinta dalla consapevolezza che al tempo della Rete, le decisioni economiche e politiche vengono significativamente condizionate dalla rete e dai comportamenti individuali che si assommano e diventano pensiero collettivo in grado di predeterminare le mosse del decisori politico ed economico.

Vale la pena di ricordare che, secondo la costante giurisprudenza della Corte Suprema americana, il pericolo imminente e l’unico vincolo che può determinare in quel paese l’eccezione alla protezione che il primo emendamento assicura la libertà di espressione. In questo senso il tema della disinformazione ha assunto grandissima evidenza negli eventi connessi alla conclusione del mandato del presidente Trump culminato nell’assalto a Capitol Hill.

In che termini la nuova vita che intende dare alla propria organizzazione Facebook determinerà effetti nel mercato dell’informazione e con che conseguenze nei sistemi democratici? Mark Zuckerberg, pur non praticante, è di famiglia ebrea. In queste ore in Rete, impazza, con ironia, la notizia che in ebraico il nuovo nome che ha scelto “meta” si traduce in “morta”.

Una scelta? Un errore? Un fosco presagio di un mondo in mano alla disinformazione globale? Ogni discontinuità segna un punto di svolta. per ciò che ci riguarda speriamo che abbia ragione Nicita che conclude la sua analisi augurandosi un nuovo illuminismo contro le strategie di disinformazione. Ricordando il pensiero di Hannah Arendt “anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione”.

 

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