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Dimissioni in Italia, da aprile a novembre +23,2%

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Enel 2022

L’America è ancora lontana e i numeri del fenomeno chiamato ‘great resignation’ o ‘big quit’ non sono paragonabili. Eppure, anche in Italia si comincia a osservare una crescita del numero delle dimissioni. Nel prossimo numero di Fortune Italia in edicola il 4 dicembre ci sarà un approfondimento su quello che sta accadendo, su cosa c’è dietro e quali analogie (e quali differenze) ci sono rispetto al mercato statunitense. Ma intanto si può partire dai numeri: quelli più aggiornati che sono stati forniti dal ministero del Lavoro e che dicono che la tendenza registrata nel secondo trimestre (+10%) non solo si consolida ma cresce. Tra l’1 aprile e il 10 novembre, infatti, in Italia è stato registrato un aumento del 23,2%.

Il metodo

In Italia il ministero rileva due tipologie: le “dimissioni volontarie” (vengono registrate le comunicazioni che il lavoratore fa quando intende interrompere il rapporto di lavoro, è il sistema introdotto per contrastare il fenomeno delle “dimissioni in bianco”) e quello delle “comunicazioni obbligatorie”,  sistema che registra tutti gli eventi del rapporto di lavoro: instaurazione, variazione e cessazione, comunicati dal datore di lavoro.

Periodo di osservazione

E’ dall’1 aprile al 10 novembre 2021 e viene messo in comparazione con lo stesso periodo dell’anno 2019, dunque con la situazione precedente alla pandemia. In particolare, l’analisi riguarda le sole dimissioni volontarie relative a datori di lavoro privati. Sono escluse le risoluzioni consensuali. Inoltre viene analizzato anche l’eventuale reinserimento nel mercato del lavoro attraverso l’analisi dei rapporti di lavoro successivi alla dimissione.

Le dimissioni volontarie nel periodo di osservazione

Analizzando le dimissioni volontarie presenti a sistema, nel periodo di interesse, emerge che sono pari a 1.195.875 di cui 763.527 riferite a maschi (63,8%) e 432.348 riferite a femmine (36,2%). Complessivamente si registra un aumento del 23,2% rispetto al medesimo periodo del 2019.

Se si prende in considerazione il settore di attività economica, si registra che la maggior parte delle dimissioni riguardano i servizi (68,6%), segue poi l’industria (18,4%), le costruzioni (10,2%) e infine il settore agricolo (2,8%).

Guardando invece all’area geografica, si può constatare che la maggior parte delle dimissioni si registrano al Nord ( 677.131 pari al 56,6%) , segue poi il Sud ( 282.510 pari al 23,6%) e infine il Centro ( 236.023 pari al 19,8%).

Le dimissioni per giusta causa

I sistemi utilizzati per l’analisi delle dimissioni non registrano le motivazioni che inducono un lavoratore a lasciare volontariamente il posto di lavoro. Unica eccezione sono le dimissioni per “giusta causa” che ricorrono in presenza di un’inosservanza del datore rispetto ai suoi obblighi contrattuali, talmente grave da non consentire la prosecuzione del lavoro durante il periodo di preavviso e indurre il dipendente a richiedere l’interruzione immediata del rapporto.

Di 1.195.875 dimissioni complessive presenti a sistema nel periodo di interesse, 19.316 sono per giusta causa (pari all’ 1,6% delle dimissioni complessive), di cui 10.917 riferite a maschi (56,5%) e 8.399 a femmine (43,5%). Inoltre, emerge che queste sono in calo del 20,5% rispetto al medesimo periodo del 2019.

L’analisi del reinserimento nel mercato del lavoro

Ma quali sono le motivazioni? Può essere utile a questo fine osservare l’eventuale reinserimento nel mercato dopo la cessazione del lavoro. Sono stati instaurati 692.880 rapporti di lavoro successi alle dimissioni in esame, di questi 468.755 riferiti a maschi (67,7%) e 224.125 riferiti a femmine (32,3%). Dei 692.880 rapporti instaurati successivamente, 521.192 si riferiscono allo stesso settore di attività economica del rapporto oggetto della dimissione (75,2%) mentre 171.688 risultano avere un settore differente (24,8%).

Se si analizza la tipologia contrattuale dei rapporti di lavoro instaurati successivamente alla dimissione, si rileva che la maggior parte sono contratti a tempo determinato (55,1%), a seguire i contratti a tempo indeterminato (37,3%), contratti di apprendistato (4,9 %), tipologia contrattuale Altro1 (2,4%) ed infine i contratti di collaborazione (0,5%).

 

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