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Quirinale, la profezia di Cassese: Sarà eletta una persona di valore

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sabino cassese quirinale
Enel 2022

Sabino Cassese, classe 1935, giurista, accademico ed ex componente della Consulta, il 26 gennaio è stato inserito nella rosa dei possibili candidati al Quirinale. Era già successo nel 2013. Il 10 gennaio scorso lo abbiamo intervistato per parlare con lui proprio di presidenza della Repubblica, di politica e Costituzione.

Alla domanda su chi pensava sarebbe stato il prossimo Capo dello Stato, rispondeva così: “Ho una ragionevole speranza che alla presidenza della Repubblica vada una persona come si deve. Questo perché per i dodici presidenti della Repubblica che abbiamo avuto, la classe politica italiana è riuscita a scegliere delle persone di notevoli qualità, in modi molto diversi. Alla fine è sempre andata bene e io spero vada bene anche questa volta”.

Di seguito riproponiamo l’intervista integrale del 10 gennaio:

 

Non c’è il rischio che il presidente della Repubblica venga scelto da una minoranza, così come non c’è alcuna possibilità che la votazione venga rinviata causa Covid. Sabino Cassese, costituzionalista, giudice emerito della Consulta e membro fondatore della Scuola Politica “Vivere nella Comunità”,  spiega perché la nostra Carta ha già in sé gli ‘anticorpi’ per evitare che l’effetto Omicron incida sulla validità dell’elezione del prossimo capo dello Stato. E, inoltre, apre alla possibilità del voto a distanza.

Professore, esiste una soglia, costituzionale o politica, al di sotto della quale si porrebbe un problema sulla effettiva rappresentatività dei grandi elettori?
La Costituzione prevede che l’elezione del capo dello Stato abbia una maggioranza di due terzi nelle prime tre votazioni e quella assoluta dalla quarta in poi. Queste maggioranze sono calcolate non sui presenti ma sugli aventi diritto, ossia 1009 persone, quindi non ci sono pericoli che possa essere scelto un presidente della Repubblica da una minoranza. Non possono essere che numeri alti, finché viene rispettato il quorum non si pone alcun problema.

C’è chi ipotizza che si possa ricorrere al voto a distanza. C’è modo di garantirne la segretezza?
La votazione sul presidente della Repubblica è una mera votazione nel vero senso della parola, dunque non è preceduta da una discussione, da un dibattito o altre procedure. Consiste nella riunione di tutti gli elettori in un luogo e nell’espressione segreta della loro preferenza. Nel caso delle votazioni politiche, o Europee, o Regionali, già si vota in luoghi e momenti diversi. Quindi in linea di principio è possibile. La riunione nello stesso luogo è solo funzionale al fatto che tutti possano vedere come si svolge la votazione, ma questo obiettivo potrebbe essere raggiunto anche adottando una formula come quella suggerita dall’onorevole del Pd Stefano Ceccanti che ha pensato che si possano svolgere le votazioni a Montecitorio o a palazzo Madama ma in modo distanziato: ritengo che con gli strumenti tecnici che ci sono oggi è sicuramente possibile.

Esiste a suo giudizio anche una sola possibilità che si debba rinviare il voto per il successore di Mattarella a causa della pandemia?
La votazione per il presidente della Repubblica è una procedura continua che si può concludere solo con l’elezione, è una seduta unica – pur con delle pause – che si svolge fino al compimento. Essendo già stata convocata per il 24 gennaio alle 15 a questo punto si deve solo concludere, punto e basta.

Com’è noto, uno dei papabili successori è il presidente del consiglio, Mario Draghi. Non è mai successo che ci sia stato un ‘trasloco’ da palazzo Chigi al Quirinale. Dal punto di vista costituzionale come potrebbe avvenire questo passaggio?
In realtà è un passaggio semplicissimo. Il presidente del Consiglio dei ministri al quale venisse comunicata dai presidenti della Camera e del Senato l’avvenuta elezione, si dovrebbe dimettere da quella carica che verrebbe pro tempore assunta dal vice presidente. In questo caso un vice premier non c’è, quindi toccherebbe al componente più anziano del consiglio dei ministri che sarebbe Renato Brunetta. Ricordo che il presidente della Repubblica eletto assume la sua carica nel momento in cui presta giuramento davanti alle Camere riunite. Quando entra ufficialmente nelle sue funzioni, il presidente del Consiglio supplente si reca dal capo dello Stato e consegna le dimissioni del governo. A quel punto vanno svolte le consultazioni all’esito delle quali ci può essere la nomina di un nuovo governo o la conferma di quello esistente.

A suo giudizio, in caso di elezione di Draghi, ci sarebbe il rischio che si crei quella condizione di semipresidenzialismo di fatto di cui ha parlato in passato il ministro Giorgetti?
Io penso che sia stato dato un significato eccessivo alla, seconde me ragionevole, ipotesi che ha fatto il ministro Giorgetti che ritengo persona molto equilibrata e seria. A mio modo di vedere, ha semplicemente detto che, qualora andasse al Quirinale una persona come Draghi non potrebbe che prestare un’attenzione particolare alla realizzazione del programma che aveva iniziato, ossia il Pnrr. Io penso che sarebbe tranquillamente rispettata la Costituzione e che l’ampiezza dei poteri del presidente della Repubblica in essa definita, consenta di seguire più da vicino lo svolgimento di un piano che lui stesso, in un altra veste, ha avviato.

Cosa ne pensa di chi candida una donna al Colle senza fare nomi o tracciarne un profilo preciso? Nel board della vostra Scuola Politica “Vivere nella comunità”, per esempio, figura la ministra Marta Cartabia, da molti invece indicata come papabile per la corsa al Quirinale.
L’articolo 3 della nostra Costituzione dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso. Domando: questa disposizione è stata attuata considerando che dal 1948 non vi è mai stata una persona di sesso femminile al Quirinale? Ovviamente la mia è una domanda retorica. Per quanto riguarda poi la professoressa Cartabia, attuale ministro della Giustizia, è una nota studiosa di diritto costituzionale, è stata giudice e presidente della Corte costituzionale, la riterrei una scelta eccellente.

Parlando di nuova classe dirigente, lei è uno dei fondatori della Scuola Politica “Vivere nella comunità” un’iniziativa che ha avuto un successo in termini di partecipazione dei giovani e di adesione delle più importanti aziende pubbliche e private italiane. Come spiega questo fenomeno? Il tema delle competenze sta tornando centrale?
C’è una grande crisi della politica in Italia perché i partiti si sono liquefatti, sono solamente delle organizzazioni intorno a un leader, non hanno più una struttura. Quindi, c’è un grande vuoto e allo stesso tempo un grande bisogno di politica. Ecco che persone giovani tra i 18 e i 30 anni si chiedono ‘io cosa posso fare per questo Paese?’. La polis è il Paese e quindi una scuola di politica come “Vivere nella comunità” ha successo perché serve a rispondere a una domanda molto forte a cui nessuno dà una risposta

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