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40 Under 40 | Simone Mancini: Ora per Scalapay è il momento della maturità

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Quando parliamo con Simone Mancini, il fondatore di Scalapay è in viaggio in Australia. Per lavoro, perché l’unicorno dei pagamenti lì ha 40 dipendenti. Ma anche per motivi familiari: Mancini in Australia ci è cresciuto, spiega a Fortune Italia alternando occasionalmente l’accento inglese a quello toscano (è nato ad Empoli).

Secondo Mancini, che quest’anno abbiamo scelto tra i 40 Under 40 di Fortune Italia, il segreto del suo percorso (un percorso che, dopo la fase della raccolta di capitali, è arrivato a un punto di svolta) è anche quello: la cultura imprenditoriale italiana trasmessa dai genitori, e il melting pot culturale australiano, mischiati.

Il Bnpl

La storia che ha dato origine a Scalapay nasce proprio in Australia, dove il Bnpl, il buy now pay later ora al centro del business dell’unicorno di Mancini, era una realtà già dal 2012. Mancini e l’altro co-fondatore, Johnny Mitrevski, hanno deciso lì di iniziare quel percorso che li ha portati ad aiutare le imprese a vendere online, proprio usando il Bnpl. “Ci siamo accorti che molte aziende sono molto brave nella creazione del prodotto, ma non hanno le competenze digitali che servono per vendere in maniera efficace online”, dice Mancini.

Quella che Mancini definisce una soluzione “semplice ma innovativa”, quella del Bnpl, ora è una risorsa per i commercianti e gli e-commerce di tutto il mondo: tra gli altri player ci sono la svedese Klarna, Paypal dopo l’acquisizione di Paidy, e l’Afterpay acquistata da Square. Anche un gigante come Amazon è entrato nel Bnpl.

La soluzione di Scalapay, in particolare, consente ai clienti di acquistare ora e pagare dopo, in tre rate, senza interessi. Ma c’è anche l’opzione per pagare in 4 rate o l’intera cifra dopo 14 giorni.

La raccolta di capitali di Scalapay

L’ultimo grande round d’investimento, che ha portato la valutazione oltre il miliardo e lo status di unicorno così raro per una startup italiana (sede legale a Dublino, ma quartier generale a Milano) è arrivato a inizio 2022: 497 mln di dollari raccolti da investitori guidati da Tencent e Willoughby Capital, con la partecipazione di Gangwal, Moore Capital, Deimos, Fasanara Capital e Tiger Global.

In realtà l’ultima raccolta è arrivata a maggio: 27 mln di dollari da Poste Italiane. Un estensione del round di Serie B di febbraio che, al di là della cifra (siamo a 727 mln di finanziamenti raccolti), dice molto del futuro di Scalapay. Che oltre a sinergie industriali come questa (“il 35% percento dei nostri utenti che usano una carta usano una carta Postepay”, dice Mancini), passerà dall’espansione del team a livello mondiale (si punta a 400 dipendenti a fine anno).

“È stato un successo inaspettato da alcuni punti di vista, non pensavamo che tutto sarebbe scalato così velocemente”, racconta Mancini a Fortune Italia. “Quando sei un founder di solito si ragiona per tappe, ognuna caratterizzata da certe aspettative. All’inizio puntavamo a integrare almeno 100 merchant”. In men che non si dica, quei merchant sono diventati oltre 3000. Tra loro ci sono marchi come Shein, Calzedonia, Swappie, Moschino, Nike e Pandora. Ultimamente Scalapay si è allargata anche al turismo, con l’accordo con WeRoad e con Trenord.

Ma qual è la metrica che Mancini guarda di più per capire il progresso della sua creatura?

“La cosa più importante è la metrica ‘increase in net revenue per user’, che racchiude tutte le metriche principali guardate da un merchant: quanto costa un utente, quanto è lo scontrino medio”. Finora, dice Mancini, i ricavi netti per utente con Scalapay crescono da un 3 a un 14%, una percentuale che varia molto in base al settore merceologico che si va ad analizzare (le percentuali più alte sono nel fashion, dice Mancini). La cosa più bella, però, “è sapere che il prodotto è apprezzato. Recentemente ero in un ristorante con mia moglie e due amiche al tavolo vicino parlavano bene di Scalapay, la soddisfazione maggiore è quella”.

Scalapay, una fase nuova

La breve storia di Scalapay è passata da una prima fase in cui Mancini e compagni si sono “focalizzati molto sul prodotto”. Poi, un anno fa, è cominciata la fase del marketing, con una “raccolta capitali più aggressiva”.

Ora, l’unicorno ha raggiunto una fase nuova, nella quale con “il capitale raccolto pensiamo di poter arrivare alla profitability e quindi di non aver più bisogno di capitali esterni”. Non ci saranno quindi più raccolte, per Scalapay? “Mai dire mai”, risponde Mancini. “ma l’idea è di raggiungere la profitability con la cassa che abbiamo oggi. L’obiettivo è farcela nel 2023”.

Non sarà facile, visto che il contesto economico è decisamente cambiato, rispetto al 2021: “I prossimi 12-24 mesi saranno abbastanza tosti, ci sarà molta meno liquidità sia dal punto di vista degli investitori che degli utenti”, il che potrebbe avere conseguenze sulla spesa media dell’utente, spiega il Ceo.

Quello che non si riesce a prevedere, dice Mancini, è quanto sarà diversa questa contrazione economica rispetto a quelle del passato, come la crisi del 2000, che però Mancini ha studiato: “Se la situazione sarà simile a quella, pensiamo di poter andare avanti abbastanza bene”.

Mancini vede un exit in futuro per Scalapay? “Non è qualcosa che abbiamo pensato a breve termine, ma magari tra qualche anno potremmo arrivare alla quotazione. Abbiamo parlato con diversi grandi player che erano interessati all’acquisizione, ma per adesso visti i tassi di crescita non abbiamo mai accettato le offerte”. Che ci sono state “già dal primo anno”.

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