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Alibaba fuori da Wall Street?

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Sono passati quasi otto anni da quando Jack Ma, fondatore di Alibaba, ha invitato otto dei suoi clienti a suonare la campana di apertura alla Borsa di New York. Si inaugurava così il primo giorno di negoziazioni per la società di e-commerce cinese. Alibaba aveva appena completato quella che, all’epoca, è stata la più grande IPO al mondo. La società raccolse 25 mld di dollari, a 68 dollari per azione. Un trader dichiarò a Fortune di non aver “mai visto nulla” come il debutto commerciale di Alibaba. Il valore delle azioni è aumentato del 38% il primo giorno di negoziazione.

Ma la relazione tra Alibaba e la Borsa americana potrebbe presto diventare problematica. Nei giorni scorsi la Securities and Exchange Commission (Sec) degli Stati Uniti ha aggiunto Alibaba all’elenco provvisorio delle società che rischiano di essere delistate dalle borse statunitensi – ai sensi dell’Holding Foreign Companies Accountable Act (Hfcaa) del 2020, che prevede l’obbligo, per le società cinesi quotate, di mostrare i libri contabili agli ispettori statunitensi.

Le aziende segnalate dalla Sec potrebbero essere  escluse dalle borse statunitensi per anni. Oltre ad Alibaba, sarebbero a rischio altre importanti realtà, quali  JD.com, una società di commercio elettronico; NetEase, una società di videogiochi; Pinduoduo, piattaforma tecnologica incentrata sull’agricoltura; NIO, azienda produttrice di veicoli elettrici; Yum China, rivenditore di alimenti. Sarebbero in tutto  160 le società ad aver violato l’Hfcaa.

Alibaba si aggiunge quindi ai nomi oggetto del  delisting, che raggiunge così un valore complessivo di 1,3 trilioni di dollari. Una cosa mai vista prima.

Si scrive oggi un nuovo capitolo di una disputa lunga anni, tra regolatori statunitensi e cinesi, su come controllare le 261 società quotate negli Stati Uniti. In ballo c’è la possibilità, per le aziende cinesi, di continuare a operare sul mercato americano. All’obbligo di controllo, imposto dalla norma americana, Pechino oppone il divieto di accesso ai file di audit delle aziende, per motivi di sicurezza nazionale.  Le regole Hfcaa prevedono, però, che un’azienda estera possa essere espulsa dagli scambi nelle borse americane se non consente ispezioni per tre anni consecutivi.

Sono passati già due anni dall’approvazione della legge. Pechino e Washington sono alla continua ricerca di un accordo. All’inizio del 2022, la Cina ha proposto di concedere ai revisori stranieri l’accesso ai documenti delle aziende quotate, riservandosi il diritto di  oscurare  informazioni ritenute particolarmente sensibili. Dei giorni scorsi la notizia, data dal Financial Times, che Pechino stia valutando l’istituzione di un sistema di accesso multilivello, che categorizzi il rischio per la sicurezza nazionale rispetto ai documenti delle società quotate all’estero, e metta a disposizione dei revisori americani solo i documenti considerati ‘non sensibili’. La Cina nega di star lavorando a questa classificazione.

I revisori americani, dal canto loro, sono scettici sulla possibilità di raggiungere un’intesa. Il presidente della Sec, Gary Gensler, ha dichiarato di non essere “particolarmente fiducioso” sulle prospettive di un accordo, affermando che la legge richiede il pieno accesso ai file di audit. Ha poi aggiunto che non invierà gli ispettori in Cina o a Hong Kong finché Pechino non garantirà l’accesso a tutti i dati. Questo dovrebbe accadere al più presto, per consentire agli ispettori di approvare i documenti in tempo utile.

In questo caso, Pechino potrebbe considerare Alibaba, in possesso di dati relativi a oltre un miliardo di utenti, un target troppo sensibile per essere oggetto dell’audit americana, destinando così l’azienda a un quasi certo delisting. 

Alibaba ha affermato che “cercherà di mantenere il suo status di quotazione sia al Nyse che alla borsa di Hong Kong”, in una dichiarazione depositata presso Hong Kong Exchange and Clearing, dove la società di e-commerce ha una quotazione secondaria. 

L’uscita di Alibaba da Wall Street, se confermata, rappresenterebbe un drammatico cambio di rotta. L’Ipo di Alibaba, del 2014, rimane la più grande quotazione di sempre negli Stati Uniti, e a livello mondiale è stata superata solo da Saudi Aramco, la cui Ipo ha raccolto 26 mld di dollari nel 2019.

Alibaba aveva aperto le danze, seguita da un’ondata di debutti da parte di aziende cinesi, tra il 2013 e il 2021. E ora, mentre le relazioni Usa-Cina si deteriorano, diverse società quotate nella borsa americana sono tornate in Cina, dove hanno lanciato una seconda quotazione domestica. La stessa Alibaba, con la quotazione secondaria a Hong Kong nel 2019, ha raccolto 12,9 mld di dollari.

Lo scorso 26 luglio, Alibaba ha annunciato che avrebbe aggiornato la sua quotazione a Hong Kong, trasformandola in una quotazione primaria. Con questa azione, Alibaba potrebbe essere in grado di usufruire di uno schema che consenta l’accesso diretto agli investitori cinesi continentali. La società di gestione fondi Bernstein prevede che il gigante dell’ e-commerce cinese potrebbe ottenere fino a 21 mld in afflussi di investitori dalla Cina continentale. L’aggiornamento della quotazione potrebbe anche servire come piano di riserva per Alibaba, se venisse espulsa da Wall Street.

La minaccia di delisting potrebbe incoraggiare altre società cinesi, quotate negli Stati Uniti, a lanciare quotazioni primarie a Hong Kong, e questo potenzierebbe il mercato azionario della città. Altre due aziende cinesi sulla lista della Sec – la piattaforma di e-commerce Dingdong e la società di cloud computing Kingsoft Cloud – stanno seguendo l’iniziativa di Alibaba nel lancio di quotazioni primarie a Hong Kong.

L’articolo originale è su Fortune.com

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