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Cristina Finucci, l’artista presidentessa del ‘Garbage Patch State’

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L’arte come metafora del vivere, linguaggio che interpreta le problematiche del presente, trasfigura il vissuto, restituisce una lettura condivisa e profonda. Questa è l’idea di Maria Cristina Finucci, artista visionaria e trasmediale, che già nel 2013 ha portato alla Biennale di Venezia un concept straordinario, Wasteland. Un intero padiglione fu dedicato allo stato di cui la Finucci è Presidentessa, il “Garbage Patch State”, lo stato di spazzatura, ufficialmente riconosciuto dall’Unesco quello stesso anno. Fortune Italia ha incontrato Cristina Finucci per approfondire il tema della sostenibilità post-pandemia.

Quali sono le sue impressioni sul percorso compiuto dall’arte in questi due anni, anche in tema di sostenibilità?
Parliamo di sopravvivenza, il tema della sostenibilità è cruciale e noi artisti negli ultimi anni lo abbiamo affrontato spesso, proponendo tante chiavi di lettura, lanciando allarmi e indicando possibili soluzioni. Ma di recente la sopravvivenza è stata legata al concetto della Pandemia e ora c’è anche la guerra. Queste sono problematiche che toccano da vicino le sensibilità dei singoli. Sempre di più gli artisti si impegnano sui temi che affliggono l’uomo nel momento storico in cui si vive.  Ed è forse per questo che mi sembra che l’arte stia provando a dare una lettura anche della “sostenibilità umana”.
Però purtroppo il degrado del Pianeta va avanti, e la guerra ed il Covid hanno forse spento i riflettori sul tema, ma non ne hanno mitigato la forza e la devastazione. Io ho iniziato il mio percorso una decina di anni fa, proprio partendo dal discorso della sostenibilità, e lo Stato di rifiuti l’ho immaginato attraverso proprio la visione artistica, l’ho inventato io. Ho voluto associare un’immagine ad un problema invisibile, come quello degli oceani infestati dalla plastica e dalla nano plastica. Non ho mostrato con immagini la realtà, ho parlato per metafore, perché senza metafora, senza poesia, non c’è arte.

La normalità è ancora un’illusione, ma il ritorno graduale passa anche dal fatto che gli spazi  dedicati all’arte vengano visitati da un grande pubblico. In che modo l’arte può accompagnarci in questo processo di riappropriazione della normalità?

Le persone vogliono capire cosa gli artisti hanno captato con le loro antenne, e come restituiscono l’esperienza, in questo caso drammatica, degli ultimi anni, in cui siamo stati segregati e ci siamo dovuti privare della socialità, della condivisione, della bellezza dell’espressione artistica. Gli artisti sono quasi degli intermediari, trasformano le emozioni in esperienze da condividere, è forse per questo che l’arte ha il grande potere di aggregare, e far muovere anche fisicamente le persone. Ci sono delle opere d’arte che puoi vedere, fruire veramente solo dal vivo. La comunicazione dell’emozione non può avvenire in via virtuale, entra da canali differenti, che non sono quelli dei cinque sensi, per farti travolgere da alcune opere le devi vivere, vedere, ti ci devi avvicinare. Le persone hanno bisogno di vedere raffigurate le proprie emozioni, attraverso l’esperienza dell’artista che ha le antenne e ti restituisce un punto di vista che ti aiuta magari a superare un momento complesso, come quello che abbiamo vissuto tutti.

Com cambia l’arte nella lettura al femminile?
Ultimamente le donne, nell’arte, spesso hanno trattato di temi al femminile, usando anche materiali “classici”, cucito, ricami, che avevano un grande richiamo proprio ai topos del mondo femminile. Quando “sfonderemo il soffitto di cristallo” potremo anche parlare di temi che non siano questi, e forse finalmente individuare il valore nella diversità dei punti di vista, ciascuno espresso liberamente, per il valore di quello che racconta.

Nei suoi progetti artistici, il transmediale è stato in molti casi utilizzato come strumento, ma in Italia questa dimensione non è ancora molto nota. Quali sono secondo lei i vantaggi che derivano dal transmedia nel campo dell’arte?
Il transmedia è una comunicazione a tutto tondo, io l’ho scelta per istinto, ho sentito di voler comunicare attraverso molti canali messi in sinergia fra loro, perché il messaggio fosse completo. Oggi siamo bombardati di messaggi artistici, non più solo pittura, o immagine. È potente poterli usare tutti. È sicuramente un approccio innovativo, per rappresentare lo Stato Wasteland ho voluto usare tutte le risorse a mia disposizione, mi sembrava la scelta più logica per dar vita ad uno stato che esiste, ma non si è mai visto, una terra di nessuno, un territorio che c’è, il patch è grande e facilmente identificabile da tutti i satelliti, pur non essendo tracciato dalle mappe ufficiali.
Ho quindi disseminato, nel tempo e nello spazio, degli indizi che insieme concorrono a delineare l’esperienza artistica, che è diversa nella percezione dei singoli, a seconda degli indizi e dei pezzi di narrazione che hanno saputo, e potuto, fruire.

Cos’è successo, nel tempo, al Garbage Patch State? Come si articola il suo progetto artistico nei prossimi anni?
Continuerò a raccontare la Wasteland, perché il progetto artistico si è arricchito sempre di più. Lo Stato vive anche grazie ad una fondazione, la Fondazione Finucci. Fra i prossimi appuntamenti c’è quello di Milano, fissato per l’8 giugno, la giornata mondiale degli oceani, e sarà una delle opere del programma Fuorisalone 2023. Realizzerò una grande opera, diffusa su tutta la città di Milano, ma per ora niente spoiler. La mia arte non è scultura, né pittura, consta di un intero sistema, un grande meccanismo al quale concorrono molte istituzioni, anche le università, è un’arte partecipativa.  La mia arte non riesce ad essere solo concettuale, io penso che l’arte possa e debba smuovere delle corde, farci scoprire emozioni nuove, recondite, di cui non conoscevamo l’esistenza.

 

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