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Giustizia climatica per combattere la povertà e favorire lo sviluppo sostenibile

rossella muroni giustizia climatica
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Il 29 agosto 2005 l’uragano Katrina aggredisce la costa meridionale degli Stati Uniti e devasta New Orleans: 1836 vittime, 705 dispersi, 125 miliardi di danni. Il mondo industrializzato occidentale si risveglia in piena crisi climatica. Le vittime sono soprattutto nelle grandi periferie, tra popolazione nera e ispanica.

Sono passati 17 anni. Cosa è cambiato? Poco, se pensiamo agli interventi necessari di mitigazione e adattamento, molto se pensiamo alla consapevolezza delle persone.

Forse per questo nel nostro immaginario collettivo non siamo rimasti troppo spiazzati da questa caldissima estate dominata dai cambiamenti climatici. Siccità inedita, che sta portando per la prima volta l’Italia a valutare il razionamento dell’acqua; tragedie come quelle della Marmolada, che ha messo drammaticamente a nudo il fenomeno dello scioglimento dei nostri ghiacciai; alluvioni e tempeste che hanno colpito il Trentino, la Campania, Stromboli, la Liguria, e la Toscana.

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Secondo l’Istat a luglio ci sono stati oltre 62mila decessi, soprattutto tra gli over 80, il 20% circa in più rispetto al dato degli anni precedenti, nonostante la pandemia Covid-19: “L’incremento dei decessi del mese di luglio del 2022 potrebbe essere in buona parte dovuto all’eccezionale e persistente ondata di caldo che sta caratterizzando l’estate nel nostro Paese e in molti altri Paesi dell’Europa”. Un’ipotesi che resta ancora da convalidare, ma intanto confermata dalle analisi del Ministero della Salute che, nel suo secondo rapporto sulla mortalità associata alle ondate di calore, rileva come nel mese di luglio l’eccesso di mortalità sia stato pari al 29% e abbia interessato tutte le classi con età superiore a 65 anni. E non stiamo parlando di un caso isolato. Il nostro Paese è sempre più soggetto a eventi climatici estremi: 132 da gennaio a luglio 2022, il numero più alto della media annua dell’ultimo decennio.

Ma la crisi climatica non è solo una questione italiana bensì una delle principali emergenze planetarie che rischia di mettere in ginocchio l’intero Pianeta. Basta pensare a quanto sta succedendo in questi giorni in Pakistan: metà del Paese è sott’acqua, 1.061 persone sono morte, 33 milioni di abitanti su 220 milioni – uno su sette – sono stati colpiti, 800mila capi di bestiame sono stati portati via dal fango e un milione di case è andato distrutto.

Chi sono le persone che stanno pagando il prezzo più alto? In uno studio della Stanford University (pubblicato nel 2019) sono stati intrecciati i dati sulla crescita economica con l’andamento delle temperature nel mondo tra il 1961 e il 2010. Ed è emerso che tra i Paesi più poveri il Più pro capite si è ridotto tra il 17% e il 31% per effetto del riscaldamento globale. Dividendo poi tutti i Paesi in dieci gruppi in base alla ricchezza, si è rilevato che tra il primo e l’ultimo gruppo il divario economico oggi è del 25% maggiore di quello che ci sarebbe stato in assenza del riscaldamento globale.

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Nonostante le conoscenze scientifiche e sociali stiano crescendo, la politica internazionale si dimostra ancora sostanzialmente sorda. Lo abbiamo visto all’ultima Conferenza delle parti delle Nazioni Unite, la Cop 26 di Glasgow, dove piuttosto che far proprio l’obiettivo della giustizia climatica, reclamato dai milioni di persone scese in piazza nel mondo in quei giorni, il documento finale si è limitato a rilevare in premessa “anche l’importanza per alcuni del concetto di giustizia climatica”. Non si va al di là di affermazioni di principio e inviti ai Paesi ricchi a investire da 5 a 10 volte di più, rinviando alle prossime Cop ogni concreto finanziamento per migliorare le condizioni nei Paesi più poveri. Un risultato molto negativo, se si considera che secondo il Gga – Global goal on adaptation – in assenza di politiche concrete e rapide, ci saranno almeno 100 milioni di persone che finiranno sotto la soglia di povertà di qui ai prossimi anni.

A livello nazionale l’atteggiamento non cambia, nonostante le risorse del Pnrr. C’è molto da fare. L’Italia deve aggiornare il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) ai nuovi obiettivi europei di riduzione di gas climalteranti del RepowerEu. Inoltre va aggiornato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, fermo al 2017, va applicato un taglio radicale dei tempi di autorizzazione dei nuovi impianti a fonti rinnovabili e va prevista una procedura semplificata per il rinnovo e il potenziamento di quelli esistenti. Ma, soprattutto, quello che va capito rapidamente è che occorre cambiare punto di vista da cui si guarda alla crisi climatica per guidare le politiche pubbliche. La tecnologia da sola non basta. Le scelte tecnologiche vanno viste in coerenza con le politiche sociali, ambientali, culturali e scientifiche, perché riguardano tutta l’organizzazione della società, su cui pesano le disuguaglianze.

Bisogna convincersi che la via maestra per affrontare questa crisi sta nell’applicare il principio della discriminazione positiva, ovvero il principio in base al quale tutte le misure prese dalle autorità pubbliche dovrebbero avere come fine principale quello di proteggere le persone svantaggiate, le categorie più deboli, allo scopo di realizzare un’uguaglianza di fatto che la semplice uguaglianza di diritto non riesce ad assicurare. Niente di più, e niente di meno di quanto già diceva Don Milani: “Se dividiamo in parti uguali tra disuguali, aumenteremo le disuguaglianze”. Solo partendo dai bisogni dei vulnerabili e dei più fragili si possono avviare politiche di messa in sicurezza e di resilienza buone per tutti.

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Io penso si debba partire dalle periferie. Aggredire il caro bollette per difendere i posti di lavoro e contrastare la povertà energetica, entrata oggi a pieno titolo tra le forme più distruttive di povertà che hanno colpito l’Occidente; eliminare i rischi ambientali e le disuguaglianze territoriali dei ceti meno abbienti, rendendo i territori più sicuri dal rischio idrogeologico e dalle ondate di calore; riorientare il 100% alla riqualificazione dell’edilizia popolare e dei condomini di periferia; diffondere le comunità energetiche rinnovabili che permettono di ridurre la povertà energetica e di condividere per l’autoconsumo energia elettrica ‘auto-prodotta’ da fonti pulite.

Come mi capita di ripetere spesso in questi giorni, parlando con la gente nei municipi di Roma (il V e il VI) dove sono candidata alla Camera per il centro-sinistra. Se le politiche pubbliche perseguissero l’obiettivo della giustizia climatica potrebbero generare benefici multipli: taglio delle emissioni, risparmi in bolletta, sicurezza ambientale, più lavoro e più salute, dignità abitativa, maggiore giustizia sociale.

*Rossella Muroni è candidata PD alla Camera dei Deputati, Collegio Uninominale Roma 03 Municipi V e VI

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