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Mazzucco: questo Paese ha abbandonato i giovani e non sa parlare di futuro

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Melania Mazzucco *, in questa campagna elettorale lunga, difficile e complicata, che giorno dopo giorno si arricchisce di promesse elettorali che cosa non le è piaciuto particolarmente?

Non mi piace mai la demonizzazione degli avversari e quindi gli attacchi personali, a prescindere dalle idee, dalle persone. Non mi piace mai quando si appiattisce il discorso sugli individui e non sulle proposte reali per la società. La prima cosa è sicuramente questa, la seconda è che si è parlato molto di temi grandissimi, importantissimi come la guerra, il fascismo, la memoria della nazione, però pochissimo, secondo me, di quello di cui l’Italia ha bisogno in questo momento, al di là dei sussidi, dei bonus. Non si vive di bonus, bisogna avere un progetto e anche un’idea di comunità. Sinceramente questo non l’ho sentito quasi da nessuno.

Noi italiani ci vantiamo di essere il Paese della cultura. Io ne ho sentito poco parlare, non so lei che comunque è una scrittrice importante non sono in Italia ma anche all’estero…

Ormai di cultura in Italia si parla quasi soltanto in relazione al turismo. Questo è abbastanza interessante, secondo me, perché non è esattamente la stessa cosa. Si parla di patrimonio come un bene, come se fosse appunto una risorsa economica. Però la cultura è anche molto altro, è produzione culturale attuale, è cinema, teatro, opera, arte. Non si parla per niente di quali sono i progetti a supporto per far tornare le persone nelle sale, ad esempio. Dopo gli anni della pandemia ci sono crisi gravissime che porteranno forse alla chiusura di tantissime attività, che sono luoghi di incontro, sono luoghi in cui ci si scambiano modi di vedere il mondo, progetti. Si parla poi pochissimo di archivi o biblioteche, che sono anche dei presìdi sociali fondamentali nelle città, ma ci deve essere una visione collettiva negli interventi che non può essere demandata soltanto ai singoli comuni.

Perché non interessa alla classe dirigente di questo Paese parlare di cultura in campagna elettorale? Fa poco audience, non si prendono voti?

Forse perché non ci si rende conto che la cultura è anche un lavoro e che ci sono lavoratori della cultura che sono molto numerosi e sono fra quelli che hanno sofferto di più in questi ultimi anni, per esempio, e che non hanno dei sindacati, non hanno una rappresentanza, vengono ascoltati pochissimo. Credo non ci si riesca a rendere conto che la cultura è anche un’industria e quindi muove voti.

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Se lei potesse chiedere qualcosa a quella che sarà la futura classe dirigente del domani, che cosa chiederebbe di fare per questo segmento così importante, ma anche così bistrattato, della cultura?

In questo momento mi rendo conto che ci sono delle urgenze più importanti, che secondo me stanno minando proprio le fondamenta della comunità. In questi ultimi trent’anni hanno ceduto alcuni dei pilastri della comunità come la scuola, la salute, la giustizia e penso anche alla casa. Senza queste quattro cose non si può neppure immaginare di pensare alla cultura, perché sembrerebbe un lusso. La cultura non è un lusso, è proprio il fondamento dell’essere umano, ciò che caratterizza gli esseri umani rispetto agli animali. Noi abbiamo una dispersione scolastica devastante, non abbiamo la capacità di inserire nel sistema scolastico tutti i ragazzi stranieri che arrivano progressivamente nel nostro Paese, oppure che sono italiani ma non sono riconosciuti come tali. Non riusciamo a seguire tutti quelli che sono in difficoltà. Sulla disabilità poi la politica è scandalosamente in ritardo rispetto agli standard europei. Insomma, facciamo parte della famiglia europea, ma di fatto invece non lo siamo per niente. L’inclusività è una parola bellissima che però non viene minimamente applicata. Ci sono tante belle leggi che nessuno si premura di applicare, quindi la scuola è per pochi, è diventata progressivamente una scuola d’élite. Questa è la realtà. Poi ci sono delle eccellenze anche locali, naturalmente una classe di insegnanti ‘eroici’ che stanno letteralmente in ‘trincea’. La prima cosa che mi aspetto di sentire da un politico è di pensare al futuro. E il futuro si fa a scuola. La seconda cosa è la sanità, perché chiunque abbia a che fare con la sanità sa che funziona solo la sanità d’emergenza, che è eccellente in Italia, ma poi il resto non c’è: costi altissimi, visite impossibili. Bisogna riformare la sanità, creare personale medico, far entrare nuovi medici ad accedere alla professione medica. Di queste cose se ne parla nel momento in cui negli ospedali non ci sono persone, però di fatto non sento un progetto in questa direzione. L’altra cosa è la giustizia, che versa in condizioni gravi: qualunque cittadino sa delle difficoltà di ottenere giustizia, di perseguire il reo, di ottenere risarcimenti. In questi anni abbiamo assistito tante volte a omissioni gravissime di donne uccise senza essere state ascoltate. Infine la casa: la situazione abitativa italiana è disperante, una coppia giovane non può trovare una casa e una famiglia che veramente merita di avere una casa popolare non riesce ad ottenerla. Se il cittadino sente che lo Stato non è in grado di garantire l’istruzione dei suoi figli, la sua salute se sta male, un luogo dove vivere dignitosamente e giustizia, nel caso subisca un torto, io credo che non possa credere nelle istituzioni, quindi non può credere nella politica, perché a quel punto sa che le altre sono promesse.

Ci sono alcune città, alcune aree metropolitane, città importanti come Roma, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, dove c’è una percentuale di dispersione scolastica che è patologica. Quattro bambini su dieci non vanno a scuola. Si è mai chiesto perché non ce ne occupiamo seriamente?

Perché, appunto, la scuola non viene reputata la grande risorsa del Paese. Non viene reputata così neppure l’Università, in cui formiamo la classe dirigente del futuro, i ricercatori migliori, professionalità veramente preparate, che però poi non siamo in grado di inserire nel mercato del lavoro, nella ricerca. Non diamo nessun valore alla nostra istruzione. Quindi chi si perde si è già perduto, ma non ci interessa neppure chi ha completato il ciclo di studi e chi davvero è una risorsa per il futuro. In effetti non ci interessa il futuro.

Che è la nostra ricchezza.

Quello che mi sconvolge di più è che la parola giovani ha perso completamente di significato, anche numericamente. Sono ormai diventati un segmento dell’elettorato non decisivo.

A proposito di giovani, lei avrà assistito a questa vicenda di alcuni politici che vanno su TikTok per poter parlare alle nuove generazioni…

Credo che bisogna stare su TikTok se si ha la capacità di comunicare qualcosa. Naturalmente i ragazzi su TikTok vedono un po’ di tutto, prevalentemente i balletti, ma non solo: esistono dei famosi tiktoker che pubblicano aforismi ispirati alla grande letteratura, o alcuni che parlano di libri. Per cui per me non è sbagliato che un politico stia su TikTok, ma deve saper parlar loro dicendo qualcosa che possa interessarli davvero. Lo sport, la cultura, sono altri grandi assenti dai discorsi elettorali. Lo sport è un’enorme scuola di vita, di socializzazione e di riscatto. Ecco, una politica sullo sport per i giovani, ad esempio, non la fa nessuno.

Non la sentiamo nemmeno in campagna elettorale.

La dispersione scolastica in alcuni Paesi si cura anche così. Ti attiro a scuola, perché a scuola potrai fare sport. Lo sport è anche questo. In questo momento perché un giovane dovrebbe far politica? Non si parla di loro, non c’è un progetto su di loro, si sente soltanto qualcuno che grida contro qualcun altro, perché poi sui social spesso si fa anche soltanto questo.

*Melania Mazzucco è una scrittrice italiana, Premio Strega 2003

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