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Tiziana Catarci (Diag): la ricerca è il futuro, la burocrazia uccide

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“Da bambina volevo fare un lavoro che mi permettesse di avere a che fare con i numeri e risolvere i problemi”. Si presenta così Tiziana Catarci, direttrice del Diag, Dipartimento di Ingegneria informatica automatica e gestionale ‘Antonio Ruberti’ de La Sapienza a Roma. Da sempre si batte per la diffusione del sapere e per l’accesso alle materie scientifiche da parte delle ragazze.

Più in generale, Tiziana Catarci ritiene sia fondamentale cominciare a rifondare il sistema universitario, partendo dalle esigenze specifiche del settore.

Fortune Italia le ha chiesto se c’è una direzione che vorrebbe veder tracciata dalla politica, in particolare in occasione di questa campagna elettorale. E lei ci ha risposto con nettezza: “Vorrei vedere una campagna elettorale con almeno un partito che si occupi di ricerca, innovazione e università, perché in genere nessuno ne parla. L’università è sempre l’ennesimo problema, che viene dopo tutto il resto”. Ma l’intento non è quello di distogliere l’attenzione dai temi cogenti, anzi, secondo la Catarci “se è vero che l’aumento dell’energia, per esempio, o il costo della vita, è un grave problema che incide su un elettorato amplissimo, è anche innegabile che il futuro di un Paese si costruisca su innovazione e ricerca”. L’esempio che ci deve far riflettere? “Per esempio la Corea del Sud, sembrerà strano, ma è uno dei Paesi che investe di più in ricerca e innovazione al mondo, e questo ha portato a registrare un importante aumento del Pil”, spiega Catarci. L’Italia dovrebbe quindi seguire l’esempio, perché “se non investiamo in ricerca rischiamo poi di non avere in futuro nemmeno le risorse per pagare le bollette che aumentano, e non avremo le professionalità che ci consentano di studiare ed utilizzare al massimo le fonti di energie alternative”. Queste tematiche però “sono completamente ignorate, sarà che questa è stata una campagna elettorale inaspettata, estiva”, ironizza.

università scuola

Ma vediamo quali sono le cose fondamentali. “La cosa ovvia, quella che dicono tutti, cioè investire più risorse su innovazione universitaria e ricerca. In proporzione al Pil, l’Italia – dice Tiziana Catarci – è la nazione che investe meno fra i Paesi occidentali, e ciò porta alla mancanza di spinta su questi settori strategici”. Ma questo non incide, per fortuna, sui successi internazionali dei ricercatori italiani “l’Italia, suo malgrado, continua a fare un’ottima figura nella graduatoria della ricerca internazionale. Dobbiamo essere però consapevoli che non saremo mai primi in queste classifiche. Al primo posto c’è l’Università di Harvard, che è privata ed ha un bilancio pari a quello dell’intero sistema universitario italiano”. La situazione non cambia nemmeno a livello europeo “siamo lontanissimi da Oxford o dal Politecnico federale di Zurigo (ETH)”.

C’è di fondo una dimensione che andrebbe considerata, secondo la Direttrice del Diag, e su cui la politica potrebbe e dovrebbe agire con priorità. “Non possiamo assoggettare l’Università alle regole della pubblica amministrazione”. E la norma, a quanto pare, esiste già, bisognerebbe solo che fosse applicata.  È la Legge 168 del 1989, con la quale in Italia fu istituto il Ministero dell’Università e della Ricerca, e che concesse ampia autonomia didattica e statutaria alle sedi universitarie. “La legge la volle proprio Ruberti, che fu anche fondatore del Diag che dirigo. Se la legge fosse messa in pratica, le università sarebbero autonome. Invece oggi sono gestite con delle regole che pongono gli stessi vincoli della PA”. E l’esempio che segue è storia di vita vissuta. “Se io devo comprare un’apparecchiatura devo andare sul Mepa, Mercato elettronico della pubblica amministrazione, come se comprassi dieci risme di carta in una PA. Io però devo comprare dei bracci robotici per un progetto di ricerca ed innovazione, e sul Mepa ovviamente non li trovi. Allora bisogna avviare una procedura, che nel nostro caso ci ha richiesto un anno e mezzo, ma non siamo nemmeno riusciti ad acquistarli. L’unico rivenditore era tedesco, ma lì è iniziata un’impossibile procedura per acquisto all’estero. I moduli sono scritti in Italiano, e al fornitore chiedono di produrre dei documenti che però in Germania non esistono, tipo il Durc. Solo allora si attiva la procedura speciale per gli stranieri,  che però richiede comunque una serie di documenti. Morale: il rivenditore ci ha riposto che era troppo complesso e non erano interessati a fornirceli”, ci racconta Tiziana Catarci, guidandoci con esempi concreti nei meandri di una pubblica amministrazione un po’ cervellotica.

Questa vicenda si ripete spesso, con relativi costi e svantaggi: è un costo per l’amministrazione pubblica, in termini di tempo impiegato, e svantaggio per la ricerca, che non può acquisire strumenti indispensabili. “Era un’apparecchiatura costosa, per cui avevamo ricevuto dei fondi dedicati, con obbligo di spesa, ma li abbiamo dovuti stornare su altri progetti, provando a non sprecarli”. Le regole servono, ma devono essere adatte a un organismo che fa ricerca nel panorama internazionale. “L’università non è un municipio”.

A questo fa eco la lentezza nell’assegnazione dei fondi dei progetti italiani. “Anche qui vita vissuta, Abbiamo vinto dei progetti del ‘Bando Cluster’, emanato dall’allora ministro Profumo. Noi il contratto per il progetto, vinto con decreto nel 2013, lo abbiamo firmato a gennaio 2022. I fondi sono arrivati dopo nove anni, e se poi nel 2022 ti finanziano una cosa progettata nel 2013, devi anche farla e rendicontare in maniera conforme al progetto”.

La Sapienza Roma Fortune Italia

Ma nonostante queste difficoltà, l’università Italiana prova a portare avanti dei progetti che innovano anche i processi formativi. Alla Sapienza è stato inaugurato un corso ibrido, Filosofia ed intelligenza artificiale. L’ibridazione delle competenze può essere la strada che segna la ripresa per il sistema formativo italiano. O no? “Sicuramente ho da dirti tue cose. C’è un problema che è solo italiano, ovvero l’incasellamento dei saperi, che nel resto del mondo non esiste. In Italia ci sono i settori scientifico disciplinari e le classi di laurea. Per fare un corso davvero multidisciplinare, come il nostro, ci siamo arrampicati sugli specchi. Eppure questo è il futuro, viviamo in un mondo non lineare e dobbiamo trovare nuove risposte a problemi complessi, fondamentali, vecchi e nuovi, e li possiamo trovare solo con la conoscenza multidisciplinare. Se il ricercatore di biologia non ha nozioni da data analyst o da informatico, non riesce ad ottenere risultati utili. Dobbiamo fare i conti con figure professionali che hanno bisogno di competenze ibridate, e prima questo bisogno non c’era.Il corso che citi è interdisciplinare, dà crediti di filosofia e discipline umanistiche, ma anche di logica, statistica e ingegneria informatica e intelligenza artificiale.

Questo insieme di conoscenze appartengono a due universi diversi, disgiunti per il modello dei settori scientifico-disciplinari: conoscenze umanistiche e scientifico tecnologiche. Riuscire a metterle insieme sembrava impossibile, in una classe di laurea scientifica. Le discipline umanistiche però sono riuscite a farlo, in una classe di laurea in filosofia. Questo nulla cambia perché ci sono un numero consistente di crediti in discipline dell’intelligenza artificiale, e questo lo abbiamo ottenuto con molta fatica e molti rinvii. Di questo tipo di corsi ci sarebbe tanto bisogno, ma è molto difficile attivarli” racconta Tiziana Catarci. Di recente però è stata varata una legge che consente, finalmente, che uno studente possa iscriversi contemporaneamente a due corsi di laurea.

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“Si, è una grande idea. Però ricordiamoci che questo non significa fare formazione multidisciplinare, perché manca la parte di connessione didattica, che viene demandata alla persona, che sarà sicuramente più ricca dal punto di vista cognitivo, ma l’intersezione fra le discipline dovrebbe avere un impianto didattico preciso, curato da chi fa formazione superiore”.  Per Tiziana Catarci, l'”occasione irripetibile” per cambiare l’Italia, “sicuramente potrebbe essere il Pnrr, la mia paura è che sia già un’occasione perduta, per lentezza, burocrazia”. E allora su cosa bisognerebbe che la politica investisse per poter concretizzare gli sforzi di chi crede che l’istruzione in genere, e le università in particolare, debbano riformarsi per ripartire? “Intanto si dovrebbe lavorare davvero alla trasformazione digitale dello Stato, smettere di parlarne e cominciare a farla, reingegnerizzando i processi, facendo davvero integrazione dei dati, semplificando le leggi. Ne parliamo da anni, ancora, e non si è fatto, ancora, quasi nulla.  Poi bisognerebbe far pagare a tutti le tasse, ed anche questo io lo vedo dal punto di vista del tecnico, non del politico. Per far pagare le tasse, e scovare davvero l’evasione fiscale, oggi ci sarebbero a disposizione tutti i mezzi tecnologici utili alla causa, tutti i dati, ci vuole che anche la volontà politica vada in quella direzione”. Abbiamo infine chiesto a Tiziana Catarci quale sarebbe il concetto chiave di questa campagna elettorale, se fosse toccato a lei sceglierne uno… e ci ha donato un’altra visione sul futuro “Io avrei detto che noi vogliamo far stare meglio i nostri figli. Dobbiamo fare le cose che servono, le scelte più utili affinché le generazioni future vivano in un paese ed in un mondo migliore, e non peggiore. Noi però non stiamo facendo niente, zero, per i nostri figli, e da questa campagna elettorale il tema è proprio assente. Non stiamo facendo niente per l’ambiente, ed il conto lo pagheranno le nostre figlie ed i nostri figli, non stiamo innovando, non stiamo costruendo il futuro, né nuove possibilità, e nulla stiamo facendo sul sociale, per costruire un mondo più equo e in cui la diversità sia considerata un valore e non un problema. Ma capisco che l’Italia forse non è ancora pronta a diventare un paese di questo tipo. Comunque avrei fatto questo, una campagna elettorale che guardi alle generazioni future. Molti di noi hanno figli, e questo poteva essere un discorso importante, di partenza, piuttosto che parlare solo della legge Fornero, degli immigrati, dell’aumento dei costi, e degli scandali delle coppie vip”.

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