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Petrocelli, manager culturale: vorrei uscisse dalle urne un’Italia coraggiosa

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Paolo Petrocelli, manager culturale, docente universitario e giornalista, ha maturato un’esperienza pluriennale nel campo del management culturale, artistico e musicale in ambito nazionale ed internazionale, con una versatilità di funzioni e ruoli, che lo hanno portato a contraddistinguersi per un profilo professionale particolarmente innovativo.

Già membro del Consiglio di Amministrazione del Teatro dell’Opera di Roma, della Fondazione Accademia Musicale Chigiana di Siena e del Conservatorio di Musica Benedetto Marcello di Venezia, è attualmente il Direttore Generale dell’Accademia Stauffer di Cremona.

Particolarmente impegnato nel campo della diplomazia culturale e delle relazioni istituzionali e internazionali, è Fondatore e Presidente di EMMA for Peace (Euro-Mediterranean Music Academy), organizzazione internazionale per la promozione della diplomazia musicale tra Europa e Medio Oriente, Co-Fondatore e Presidente Onorario dell’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO, la più grande rete giovanile all’interno del sistema UNESCO. Fortune l’ha sentito per capire che tipo di campagna elettorale ha vissuto, che cosa non gli è piaciuto, se ci fosse qualche tema che avrebbe preferito fosse dibattuto di più e meglio dalle forze politiche. Quello che emerge da questa lunga chiacchierata è un po’ di delusione per la fragilità del sistema politico ma anche un richiamo ai cittadini ad una maggiore responsabilità,  “a dare il nostro contributo al cambiamento e al miglioramento della nostra società, nel nostro piccolo e nel nostro quotidiano”. 

Siamo agli sgoccioli della campagna elettorale. C’è qualche tema che a suo parere è stato trascurato o considerato troppo poco dalle forze politiche in campo? 

Vedo un Paese profondamente spaccato, smarrito, disilluso. Questa campagna elettorale è stata eccessivamente frenetica, divisiva, distruttiva. È emersa ancora una volta tutta la fragilità del nostro sistema politico e l’assenza di un senso di partecipazione civica e civile autentico, che dovrebbe attraversare ed unire tutte le generazioni e portarci alla ricerca del vero “bene comune”. C’è una dispersione di energie, competenze, risorse davvero ingiustificabile ed inaccettabile nel nostro Paese. Le soluzioni a problemi complessi non si possono elaborare in pochi mesi, con un approccio semplicistico e propagandistico. Mi piacerebbe veder schierati tra le fila dei nostri partiti politici, di qualsiasi schieramento e orientamento, donne e uomini virtuosi, competenti e preparati, capaci di elevare una comunità tutta e di accompagnarla verso un percorso di crescita condiviso e lungimirante. 

Mi piacerebbe vivere in un’Italia meno rancorosa ed invidiosa dei successi individuali, in un’Italia più solidale e aperta al cambiamento. Un’Italia coraggiosa e generosa, che decide di essere guidata e rappresentata dai suoi cittadini migliori, quelli che hanno studiato, che hanno lavorato, che hanno dimostrato il loro merito e il loro valore sul campo, con serietà ed umiltà.  Ecco, di tutto questo non abbiamo parlato. Di come tutti noi cittadini, in fondo, siamo i veri responsabili del destino del nostro Paese. 

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In particolare, cosa vorrebbe portare all’attenzione del prossimo governo, quale che sia, nel campo dell’istruzione e della cultura?

Personalmente credo che la comunità culturale italiana abbia preso le distanze da anni dalla vita politica e sociale del nostro Paese, arroccandosi in una posizione defilata, opportunistica e di convenienza. Dobbiamo nuovamente mettere in connessione le migliori energie creative con la leadership politica del nostro Paese. Le donne e gli uomini di cultura, gli intellettuali e gli artisti devono dare il loro contributo anche al di fuori dei teatri, delle sale da concerto, dei musei, delle gallerie d’arte. Come cittadini attivi, devono guidare, stimolare, scuotere la classe politica, innestando valori, conoscenza, sensibilità all’interno di un progetto di crescita fondato sul bello, sul giusto e sul bene. Mi auguro davvero che il prossimo governo sia in grado di ascoltare, dialogare e collaborare con il “mondo della cultura”, non solo per realizzare qualche riforma di settore (necessaria ed auspicabile), ma soprattutto per sviluppare un’identità nuova, vibrante e contemporanea dell’Italia di oggi e del futuro. Tuttavia mi domando: quanti esponenti della nostra classe politica, quanti ministri, deputati, senatori ci è capito d’incontrare in veste di semplici spettatori/visitatori e non di ospiti istituzionali (in situazioni quindi ufficiali, obbligate o di circostanza) nei corridoi dei nostri musei, nelle platee dei nostri teatri dell’opera, negli auditorium delle nostre sale da concerto, nelle sale dei nostri cinema d’essai, tra gli spalti dei nostri teatri antichi, nelle sale delle nostre gallerie d’arte contemporanea? Personalmente pochi, davvero molto pochi. 

Lei è un manager della cultura, con una preparazione specifica in ambito musicale. Cosa si potrebbe fare per la formazione dei giovani? Il PNRR ha previsto fondi per la formazione di professionisti nel campo dell’arte?

Credo si possa e si debba fare tanto per le giovani generazioni di artisti italiani che si formano all’interno delle nostre accademie, dei nostri conservatori, delle nostre università.  Dobbiamo dare sostegno, opportunità e prospettive concrete. Dobbiamo dare più spazio per esprimersi ed occasioni per contribuire alla crescita delle nostre comunità anche attraverso i linguaggi dell’arte.  Dobbiamo far avanzare una nuova generazione di manager culturali, capaci di interpretare i cambiamenti ed anticipare gli scenari futuri.  Dobbiamo attivare delle riforme strutturali troppo a lungo schivate, rinviate, assecondate. Dobbiamo sbloccare un potenziale straordinario di energie, creatività ed innovazione. Dobbiamo portare più giovani all’interno delle nostre istituzioni culturali. 

Si parla spesso in termini generici di giovani, lavoro ai giovani, fuga dei giovani all’estero. Che cosa suggerirebbe lei alle forze politiche per fare qualcosa di concreto in questo campo?

Di dare il buon esempio. Di preparare, formare e poi schierare una nuova generazione di giovani leader più consapevoli, capaci e preparati della generazione precedente. Di facilitare e stimolare a tutti i livelli della società un dialogo intergenerazionale, che offra ai giovani italiani un’opportunità di partecipare in maniera attiva ai processi di cambiamento, di essere protagonisti del presente, di contribuire oggi alla costruzione del domani. Mi sento di suggerire anche ai giovani italiani di non attendere più. Troppa paura, troppa insicurezza, troppa indifferenza. Sblocchiamo dal di dentro lo straordinario potenziale di un’intera nuova generazione, diamo vita ad una vera e propria rivoluzione culturale e sociale, fondata sul merito, la creatività, la conoscenza, proiettata al futuro. Possiamo farlo. 

Il partito di chi si astiene, di chi diserta le urne, è quello che in Italia al momento sembra raccogliere più consenso, soprattutto tra i giovani. A chi attribuisce la responsabilità di questa disaffezione e che cosa suggerirebbe alla classe politica per impedire che gli italiani disertino le urne invece di scegliere da chi farsi rappresentare nelle istituzioni?

Ai partiti politici, al sistema scolastico, ai media. All’assenza diffusa di senso civico a livello locale, regionale, nazionale. La classe politica dovrebbe accompagnare i cittadini verso un percorso condiviso di consapevolezza e di crescita civica. Dovrebbe aiutare le persone a confrontarsi, a ragionare, ad interrogarsi, ad imparare, a migliorare, a partecipare. Ma in fondo, come scriveva Anna Frank sul suo diario: “I genitori possono solo dare buoni consigli o metterci sulla giusta strada, ma la formazione finale del carattere giace nelle nostre stesse mani”. E allora, prendiamoci anche noi cittadini le nostre responsabilità e cerchiamo di dare il nostro contributo al cambiamento e al miglioramento della nostra società, nel nostro piccolo e nel nostro quotidiano. 

 

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