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Ucraina fra referendum e pax nucleare

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Mutual Assurance Destruction (Mad). Così, decenni fa, è stato definito l’equilibrio di forze tra le due maggiori potenze nucleari, Nato e Unione Sovietica: due attori capaci di scatenare una guerra totale e finale per tutta la razza umana.

Il Mad ha accompagnato la vita di chi è nato e vissuto dagli anni ‘60 sino al crollo del muro di Berlino.

Oggi sembra che il Mad sia più vicino che in passato. Perché parlare di Mad sullo scenario ucraino? È possibile che questa reliquia del passato possa tornare a minacciarci? Diciamo che è una possibilità da non sottovalutare. Facciamo il punto.

Referendum di annessione

Putin, a seguito del referendum, ha riconosciuto le regioni dell’est Ucraina, precedentemente dichiaratesi indipendenti, come parte della Russia. I media occidentali hanno bollato questi referendum come illegali, anti democratici e completamente irregolari. Già il referendum di annessione della Crimea (in origine proprietà della Russia, poi donata all’Ucraina in epoca sovietica) fu un referendum farsa. È oggettivo che, in un momento in cui queste due aree sono ancora contese sia militarmente che politicamente, fare un referendum appare quanto mai inappropriato (per essere gentili). Tuttavia, a mio avviso, non si deve considerare questo referendum in quanto azione di volontà popolare, ma in quanto strumento strategico che potrebbe, se usato nel modo giusto, essere una leva per la pace, oppure la spinta a escalation del conflitto.

Do Ut Des

Una trattativa implica molte aree grigie. Pensiamo al compromesso per il grano ucraino (quello senza cui il terzo mondo sarebbe morto di fame). Il cuore della trattativa (Do) ha visto il governo russo ottenere il diritto di esportare materie prime alimentari: grano, concimi et similia. Di fatto questo accordo era una deroga ai divieti di esportazione elevati dalla Ue contro lo stato russo.

In parallelo con questa deroga i russi han permesso agli ucraini (Ut Des) di far uscire dai porti le navi cariche di materie prime alimentari ucraine. Questa soluzione “Do Ut Des” è l’esempio di come gli accordi non sempre siano così lineari: mentre la “vittoria” nella trattativa per il grano ucraino è stata sbandierata ai quattro venti da tutti i media occidentali, lo zoccolo duro dell’accordo, quello russo-europeo, è stato reso il più possibile grigio e “sotto i radar” dai media.

L’attuale avanzata dell’esercito ucraino nel Nord, evento convalidato e riconosciuto sia dai media occidentali che da quelli orientali e russi, offre un’opportunità insperata per un dialogo per una tregua, ma si dovrebbe lavorare di sponda, una cosa che gli occidentali non sembrano apprezzare molto.

Guerra o pace?

Un compromesso implica che le due parti, dopo aver guadagnato o perso delle risorse, siano disposte a convenire che il prolungamento del conflitto sarebbe a danno della propria esistenza. Consideriamo guadagni e perdite per comprendere se siamo a questo punto.

L’Ucraina ha perso alcuni territori di valore industriale rilevante. In più, come spiega la Cnbc, le scorte di armamenti occidentali per l’Ucraina si stanno depauperando e presto saranno azzerate. Ha tuttavia riguadagnato alcuni territori al Nord.

A questo si aggiunga che ha “dimostrato” (secondo i burocrati Ue e i leader politici) di meritarsi di entrare nell’Unione Europea. La distruzione dei Nord Stream 1 e 2 (ne parliamo tra poco) offrono una potenziale assicurazione che il gas russo continuerà a fluire in Europa tramite le vie dei gasdotti tradizionali che passano anche dalla Ucraina, assicurando 1 miliardo e oltre di profitti come tassa di passaggio.

A quanto sopra, aggiungiamo che i futuri fondi di ricostruzione occidentali saranno cospicui (si parla di oltre 300 miliardi ma già oggi Zelensky ammette di ricevere 1,5 miliardi al mese dagli Usa).

Se l’attuale presidente sarà rieletto, avrà modo di valorizzare al meglio tali soldi, specialmente in una nazione che il Guardian definisce la più corrotta nazione d’Europa (io oserei dire extra comunitaria).

Sul fronte russo possiamo egualmente considerare perdite e guadagni. La Russia si è assicurata i territori che erano bombardati ormai da 8-9 anni dall’esercito regolare ucraino (a cui si aggiungono le unità di estrema destra del “battaglione Azov”, in seguito integrato nell’esercito).

Uno stillicidio di civili che, nelle settimane prima del conflitto (in febbraio 2022) aveva subito una violenta escalation come riportavano gli osservatori Osce. La missione permanente riportava bombardamenti da parte delle truppe ucraine e irregolari (Azov) sulle postazioni degli indipendentisti e i civili.

La Russia ha perso i due gasdotti ma, in tempo di pace, potrebbero essere ricostruiti dalla Germania, se le sarà possibile.

Entrambi i belligeranti hanno guadagnato e perso risorse importanti, oltre che mezzi, soldati e civili. Per quanto tragica questa condizione potrebbe essere foriera di una tregua. In vero se altri attori esterni non avessero preso parte alla tragedia già ad aprile una tregua sarebbe stata possibile. Ma, allora, il leader della Gran Bretagna fece un passo di troppo.

Un Boris al giorno leva la pace di torno

La prima analisi, che suggeriva una prossima fine delle ostilità, fu vergata da Fiona Hill (esperta russa al National Security Council) e Angela Stent (nonresident senior fellow al Brookings Institution) sul Foreign Affairs americano. Nell’analisi si scriveva che “stante molteplici ex ufficiali americani con cui abbiamo parlato, nell’aprile del 2022, i negoziatori russi e ucraini sembravano aver definito le basi per un accordo: la Russia si sarebbe ritirata alle posizioni occupate prima del 23 febbraio, in cambio l’Ucraina avrebbe promesso di non cercare di accedere e diventare membro della Nato. Tuttavia, l’Ucraina avrebbe ricevuto garanzie da numerosi stati sulla sua integrità territoriale”. Poco dopo tutta l’infrastruttura di questo potenziale accordo collassò. La Pravda, testata ucraina sostenuta da The International Renaissance Foundation, entità creata dalla Soros Foundation (quindi non filo Putin), ci spiega cosa è successo. Stante l’articolo della Pravda Boris, giunto con una visita lampo a Kiev ai primi di aprile, portò un messaggio riassumibile in due punti: prima di tutto Putin è un criminale e deve essere messo sotto pressione. In secondo luogo pur se gli ucraini sono pronti a trattare per una pace, non lo sono gli occidentali.

La Pravda scrive che Boris sottolineò che Putin non era così forte, che l’Occidente, a partire dal Regno Unito, avrebbero supportato l’Ucraina per tutto il tempo necessario. Pochi giorni dopo i difficili dialoghi per una tregua collassarono. Il resto è storia di questi giorni, con gasdotti che nascono e muoiono.

 

Un gasdotto va, un gasdotto viene, ma il mare resta lo stesso

“Il primordiale timore degli Stati Uniti, che ci ha spinti a combattere le guerre mondiali e la guerra fredda, è la relazione tra Germania e Russia: uniti sono l’unica forza che può minacciarci, e dobbiamo assicurarci che questo evento non accada […] noi siamo un impero molto giovane, anche se non vogliamo pensare a noi stessi come un impero, vogliamo tornare alle nostre case e avere sogni libertari”.

Così parlava George Friedman, il padre di Stratfor, a una conferenza del Chicago Council on Global Affairs il 4 febbraio 2015 (quando c’era già stata la prima crisi ucraina). Nella conferenza spiegava che l’Europa avrebbe avuto futuri conflitti intestini, e che gli Usa non dialogavano più con l’Europa ma con i singoli stati per perseguire i loro (degli Usa) interessi.

Sia ben chiaro, Friedman non è un politico ma la sua testata è leader di mercato in occidente: la realtà di intelligence e consulenza più seguita da politici, giornalisti etc..

Ovviamente non è dato di sapere se l’agenda di Biden sia allineata con le idee di Friedman, ma è familiare a tutti che il governo americano (anche prima di Biden) non aveva in simpatia il Nord Stream 1 (a cui si oppose cercando di sanzionare la Germania) e il Nord stream 2 (che fu oggetto di costose attenzioni da parte dei politici americani e dei lobbysti ucraini). Nel 2020 la famosa testata tedesca Deutsche Welle si domandava quanto fossero pericolose le sanzioni che gli Usa volevano elevare contro la Germania, a causa del supporto tedesco ai due gasdotti russo tedeschi.

Perfino i polacchi non furono entusiasti della costruzione del Nord Stream 1, figuratevi del 2.

A mio avviso è improbabile che si scoprirà chi ha fatto esplodere i gasdotti: forse i russi, forse delle foche ammaestrate. Possiamo però discutere chi aveva i mezzi e soprattutto poteva trarne degli interessi.

I russi sono ovviamente i primi candidati, ovviamente per tutti i media occidentali. La teoria vuole che siano andati lì di persona usando droni di manutenzione subacquea oppure inserendo dei droni nei gasdotti e facendoli detonare sott’acqua. Il vantaggio, per i russi, sarebbe stato di poter evitare di pagare future multe per mancata consegna del gas. La tesi è fortemente sostenuta dai britannici, ovviamente.

Gli americani hanno molta competenza militare in operazioni subacquee. In passato Reagan autorizzò la Cia per far esplodere un gasdotto russo che portava il gas in Europa (come riporta il Washington post citando i documenti desecretati della Cia).

I vantaggi per gli Usa sarebbero evidenti, ma è poco plausibile che gli americani, di persona, si siano messi a far saltare i gasdotti.

Restano gli stati europei (filo-russi o filo-americani) o mercenari non identificabili che potrebbero avere interessi a colpire i due gasdotti. Difficile a dirsi quale Stato europeo possa compiere un’azione bellica così violenta ai danni dei suoi partner europei e, in prima istanza, contro la Germania.

La Polonia futuro hub del gas europeo

Con i due gasdotti russi temporaneamente fuori uso e il gas dalla Russia in decrescita (cosa che rischia di privare l’Ucraina delle tasse di passaggio, circa 1 miliardo all’anno) resta da comprendere chi potrebbe divenire il nuovo hub per il gas diretto in Europa.

Nell’aprile del 2022 l’emittente polacca Polskie Radio riportava che Maroš Šefčovič (vicepresidente alla relazioni istituzionali della Commissione europea) dichiarò “la Polonia sta diventando un valido hub per il gas in un momento in cui ve ne è estremo bisogno. La Polonia assumerà un ruolo di primo piano nella diversificazione delle fonti di gas”. In effetti nei giorni in cui i due gasdotti russi saltavano in aria si inaugurava un nuovo gasdotto che portava linfa energetica in Europa passando dalla Polonia. Mentre già in giugno l’emittente polacca Tvp spiegava come la Polonia sarebbe divenuta l’hub europeo per il gas liquefatto in arrivo da Usa.

Tutti gli eventi di cui sopra potrebbero spingere Putin e Zelensky a trovare un dialogo: i due attori principali hanno perso e guadagnato risorse e potrebbero essere persuasi che una continuazione del conflitto non è a beneficio di nessuno. Dopotutto alla recente conferenza dell’Onu 66 nazioni, guidate dal Vaticano e supportata da tutte le nazioni del sud del mondo, incluse le più popolose come Cina, India e Pakistan, hanno invocato una trattativa di pace. Ovviamente una pace è possibile se nessuno s’intrometterà di nuovo. Tuttavia ricordiamoci che il sud del mondo di rado decide qualcosa che il Nord (leggasi occidente) accetti.

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