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Paola Randi: la regia è un mestiere per donne

Si fa presto a dire ‘regista’. Le donne che riescono a fare del cinema il proprio mestiere rappresentano il 22% rispetto al totale dei registi europei, come rivela l’osservatorio dell’audiovisivo, organo del Consiglio d’Europa, nel rapporto ‘Donne, Registe e sceneggiatrici nei film e produzioni audiovisive europee’. Un mestiere affascinante, che però sembra non sia alla portata di tutte. Non la pensa così Paola Randi, talento eclettico e regista italiana, che ha vissuto tante vite prima di approdare alla macchina da presa e scoprire che il suo mondo sarebbe ripartito da lì.

È arrivata al cinema dopo una laurea in giurisprudenza. Ma non ha fatto l’avvocato, lavorando invece per alcune Ong. Come si è articolato quel periodo della sua vita?
Ho avuto dei genitori speciali, papà avvocato e mamma imprenditrice a capo di due grosse Ong, che si occupavano di diritti delle donne (les Femmes chefs d’entreprises Mondiales e Women’s World Banking Italia). I miei erano un po’ preoccupati per me, che dimostravo un’inclinazione per varie forme d’arte,  temevano che potessi non fare una lira. Mia madre mi ha preso a lavorare con sé da quando avevo 17 anni. Ho fatto per lei l’interprete, l’assistente e molte altre cose, e papà ha insistito perché facessi giurisprudenza. Entrambe le cose mi sono tornate utili. L’esperienza con mia madre è stata eccezionale, ho visto il mondo in una chiave non scontata, queste donne pazzesche, che facevano delle cose straordinarie, ed era un periodo storico interessante. Mia madre organizzò il primo congresso con persone di colore in SudAfrica, Mandela era stato liberato da poco, era l’inizio di una rivoluzione. Ha anche organizzato una missione economica nell’Europa dell’est nel 1991, appena dopo la caduta del muro di Berlino, siamo andate in Russia, che era un altro mondo, e a Berlino, che insieme a Mosca è la città che in questi anni ha subito le maggiori trasformazioni, fra quelle che ho visitato. Ero una piccola testimone di eventi storici rivoluzionari, con un punto di vista particolare. Ho studiato giurisprudenza per regalare la laurea a papà e facevo una ‘doppia vita’. Lavoravo con mamma, andavo in Università e poi di sera suonavo in strada o facevo teatro.

C’è quindi un prima ed un dopo, nella sua vita
Nel 2000 molte cose sono cambiate per me. Arrivati i trent’anni non volevo più vivere a Milano, sono  venuta a Roma a fare un lavoro improbabile, per una come me: ero una Pr,  in un’azienda di contenuti che operava nel multimediale.

Cosa ha fatto nascere l’esigenza di raccontare le storie attraverso il linguaggio cinematografico?
Ero una grande appassionata di cinema, ma per chi nasce a Milano non sembra una professione possibile. Poi mi sono trasferita a Roma. Un amico del mio capo venne a trovarci, un giorno, dicendo: ‘ho scritto un corto’, ed io gli risposi: ‘Lo giro io’. Ero talmente decisa che lui mi affidò la sua storia. Io volevo solo capire come funzionasse. Feci un corto muto, girandolo  mi  prese un colpo: mi sentii a casa, fu un colpo di fulmine, era evidentemente quello che dovevo fare. Però dovevo studiare.
Le scuole più importanti avevano un limite d’età, ed io ero fuori. Sono riuscita a fare un workshop con Silvano Agosti, che aveva fatto parte della nouvelle vague del cinema italiano, aveva montato ‘I pugni in tasca’ e aveva avuto Antonio Storaro come operatore di macchina, nel suo primo film.
Fu preziosissimo, nel suo modo non convenzionale di insegnare, ti faceva vedere le opere prime dei grandi maestri, dicendo: vedi, erano ragazzi come voi, innamorati del cinema. E improvvisamente tutto diventava a portata di mano, l’impossibile svaniva in un istante.
Uno dei miei clienti affittava materiale video, voleva produrre un cortometraggio per promuovere una telecamera digitale, vide il mio corto, gli piacque, e mi chiese se avevo niente per Valerio Mastandrea, che era già famoso.
Io avevo scritto tanto, e scelsi la storia di uno spazzino che si innamora di una ragazza senza conoscerla, tramite le cose che trova nella sua spazzatura. Gliela proposi, Valerio mi chiamò tre settimane dopo, e la cosa si fece. Giulietta della Spazzatura era il mio primo set vero, lo feci sotto casa mia, a Piramide, coinvolgendo il quartiere ed i coinquilini. Questo corto andò al Festival di Torino, vinse premi. Spesso erano materiali di produzione, pellicole, sviluppo e stampa, raramente soldi, ed io usavo quelle cose per fare alti lavori.

Molti i riconoscimenti per le sue opere, a quale è più legata?
Diciamo che ci sono stati due, tre momenti un po’ sparti acque, forse quattro. Il primo è legato al  corto ‘Sandokan Dreamin’, fui premiata da Tonino Delli Colli, grandissimo direttore della fotografia, che mi disse ‘m’hai fatto ammazzare dalle risate’, e quel premio segnò il mio percorso, perché  il corto fu distribuito da Istituto Luce, e mandato in apertura di alcuni film, fu la mia prima uscita al cinema.
Poi quando ho vinto i fondi del Ministero per fare il primo lungometraggio, Into Paradiso che venne preso a Venezia. Diventò un piccolo caso e la stampa lo trattò benissimo. E poi vinse un festival a cui sono molto legata, Bimbi Belli, il festival di opere prime creato da Nanni Moretti, lui stesso cura la selezione, presenta le opere e lancia così una serie di giovani registi e registe, per fare un esempio il primo anno aveva vinto Sorrentino. Io vinsi come miglior film, e questo mi fece un piacere enorme.

Dopo Into Paradiso e Tito e gli Alieni è passata al sequel de la Befana vien di notte, un film di genere.
Una rivoluzione, è vero. Ma annunciata già da alcune serie che avevo girato per Netflix. Per Luna nera mi chiamarono Domenico Procacci e Francesca Comencini, che curava la direzione artistica e avrebbe girato alcuni degli episodi, oltre a Susanna Nicchiarelli e a me. Io sono onnivora di cinema e appassionata del Genere, guardo tutto, le commedie sono il mio grande amore. Il linguaggio del cinema di genere l’ho studiato, e quando sono arrivata a fare Luna nera mi sono divertita come una matta.
Poi ho fatto Zero, una serie sui super eroi, fra gli sceneggiatori c’era Menotti, che aveva già lavorato con Nicola Guaglianone a Lo Chiamavano Jeeg Robot. E sempre con Nicola, aveva scritto ‘La Befana vien di notte’. Fu lui a propormi per la regia.  Lavorarci è stato divertentissimo, io sono appassionata del cinema per ragazzi, Nicola Guaglianone e Menotti sono cinefili pazzeschi,  offrono un sacco di riferimenti e di occasioni di regia. Il cinema di genere ti fa sperimentare tecniche e linguaggi, ti dà una grande libertà.

Quali sono i limiti della cinematografia italiana, se ce ne sono?
Io credo che, soprattutto adesso, ci si stia svincolando da alcuni limiti che il cinema italiano ha maturato nel tempo, e che all’inizio forse non aveva. Ci stiamo aprendo a storie non usuali, e finalmente questo sta diventando un ambiente anche per donne. Il cinema l’ho trovato un mondo complicato da questo punto di vista. L’ultima ricerca del Ministero, 2020 fa vedere che, nelle richieste di fondi per lungometraggi, le registe sono al 12% ,  vuol dire che un sacco di gente non ha la possibilità di esprimersi. Garantire l’accesso al linguaggio del cinema anche per donne che vogliano far sentire la loro voce,  condividere la loro visione del mondo, questo è fondamentale. Le cose stanno migliorando, ma la strada è ancora lunga. Io faccio parte dell’Associazione 100 autori, di cui curo il coordinamento del gruppo sulle pari opportunità,  e vedo che è tanto il lavoro da fare.  C’è la necessità di sentire queste voci, di incoraggiare le ragazze a fare questo mestiere, perché questo è un mestiere per donne.

Il suo consiglio per le giovani che vogliano intraprendere questa professione
Guardare alle grandi maestre, ma anche sperimentarsi. Una volta ho partecipato ad un seminario di Werner Herzog, alla Scuola Holden di Torino. Lui ci disse di aver lavorato in fabbrica per comprare la pellicola per i suoi film, e noi invece oggi abbiamo il digitale. Ci esortò ad andare in giro, a sperimentare appunto, ci disse: non avete più scuse, girate un film, qualcosa ne verrà.
Poi ci sono scuole che possono aprire prospettive, allenare le menti,  connettere le persone che condividono una passione. L’invito è a esplorare, buttarsi senza paura, coltivare la propria curiosità. E non è comunque mai troppo tardi per dar voce al proprio talento. Ci sono generazioni di donne che sonno vissute in condizioni che imponevano loro di mettere da parte le proprie ambizioni, in un ambiente patriarcale, adesso le cose sono diverse, è arrivato il momento di liberarsi da vincoli e pudori, non c’è niente di cui preoccuparsi quando si sceglie di seguire i propri sogni. Io ho cominciato tardi, per chi vuol fare cinema, ho esordito che avevo 40 anni, ma  vivo del mio lavoro e sono felice.

Le metafore del cinema servono a volte a raccontare il presente, e trovare antidoti alla realtà. Qual è l’antidoto a cui sta lavorando ora?
Sto lavorando ad una commedia Sky Original scritta da Lisa Nur Sultan e Carlotta Corradi che si chiama ‘Beata te’,  con due grandi interpreti: Serena Rossi e Fabio Balsamo, che mi ha permesso di sperimentare il linguaggio teatrale nel cinema. Oltre a questo, sto lavorando ad un progetto che ho scritto io, ‘Facciamo tutti centro’, una storia d’amore e d’amicizia fra tre adolescenti. Io credo nel potere che ciascuno di noi ha, che è quello dell’immaginazione, noi possiamo costruire la realtà. C’è un meraviglioso film degli anni ’70,  ‘Oltre il giardino’ con Peter Sellers, che aveva una log line stupenda: ‘life is a state of mind’. Ed io ci credo profondamente. Noi abbiamo un super potere, che è la percezione emotiva della realtà, dove siamo padroni della nostra narrazione e ogni cosa diventa un spunto per creare il mondo che vogliamo. Grazie al linguaggio del cinema, cerco di esplorare proprio questo: la capacità degli esseri umani di trasformare, rielaborare e rivivere le loro esperienze, come antidoto contro le grandi paure dell’esistenza.

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