La partecipazione attiva alla vita democratica è il sale della democrazia

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CITTADINANZATTIVA è una organizzazione di attivismo civico per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno ai soggetti deboli. Promuove l’azione diretta dei cittadini nelle politiche pubbliche, attraverso iniziative di audit dei servizi, di progettazione, di campaigning, di interlocuzione con le Istituzioni, di creazione di partnership.

Il suo obiettivo ultimo è tutelare i di­ritti e migliorare la qualità del vivere, attraverso la capacità dei cittadini di esercitare poteri e responsabilità. Un processo definito di empowerment.

Ma la questione della rappresen­tanza, e della rappresentanza degli interessi, si pone anche per orga­nizzazioni come Cittadinanzattiva e, anzi, si pone per esse in maniera particolarmente delicata.

È innegabile infatti che, pur miran­do tali organizzazioni al coinvol­gimento diretto dei cittadini, esse si trovino normalmente a parlare a nome di o ad agire per conto di malati, utenti dei servizi pubblici, vittime dei reati, migranti, perso­ne in stato di detenzione, giovani studenti, come appunto fa Cittadi­nanzattiva.

Pur essendo pienamente riconosciu­ta in questo ruolo sia dagli interlo­cutori sia dalla cosiddetta opinione pubblica, la rappresentanza eserci­tata dalle organizzazioni civiche non sembra rispondere ad alcuni caratte­ri distintivi che contraddistinguono la rappresentanza democratica, né quella istituzionale né quella relativa a interessi particolari.

Si possono qui citare in sintesi tre elementi di anomalia sui quali, per una più approfondita riflessione, si rimanda al testo di Giovanni Moro, ‘Cittadinanza attiva e qualità della democrazia’ (Carocci Editore, 2013).

In primo luogo, le organizzazioni dei cittadini, nonostante esercitino un’a­zione ‘politica’, non fondano la loro legittimazione sulla competizione elettorale né su meccanismi in grado di misurarne il consenso, anche in termini quantitativi.

In secondo luogo, esse rappresenta­no non un interesse definito e par­ticolare – come fanno ad esempio le associazioni di categoria o gli ordini professionali – ma un interesse ge­nerale, che ha ricadute positive per la totalità dei cittadini.

La terza anomalia consiste nella loro scelta non solo di dar voce a chi non ne ha, o di agire per loro conto, ma anche di sostenere percorsi di affrancamento dei soggetti a rischio esclusione e delle persone fragili. Il che induce un’ulteriore considera­zione: mentre nel caso di coloro che rappresentano interessi particolari il momento più importante in cui incidere con la propria è il momen­to della decisione, e l’interazione con i decisori pubblici è al centro del loro operato, le organizzazioni civiche operano affinché coloro che ‘rappresentano’ ottengano non solo decisioni ma un cambiamento reale della propria condizione, diritti realmente esigibili.

Seppur la rappresentanza eserci­tata dalle organizzazioni civiche manchi dunque di alcuni standard della rappresentanza democratica, non è affatto un paradosso che sia un loro ruolo quello di contribuire a qualificare i processi democratici.

È la stessa Costituzione infatti, attraverso l’articolo 118 ultimo comma redatto da Giuseppe Cot­turri, a introdurre il principio di ‘sussidiarietà circolare’ che ricono­sce e legittima i cittadini – singoli o associati – nello svolgimento di attività finalizzate all’interesse ge­nerale e li pone in una posizione di corresponsabilità con le Istituzioni statuali, imponendo anzi a queste di favorirne l’autonoma iniziativa.

Ed è dunque la rilevanza delle azioni che compiono per la pro­mozione dell’interesse generale, a garantirne il grado di rappresen­tatività. Perché, come erano soliti rispondere i primi attivisti del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva a chi chiedeva loro a nome di chi parlassero e quante persone rappresentassero, se in ospedale vi sono le barelle nei corridoi non conta che a dirlo siano in tanti o uno solo: le barelle nei corridoi ci sono ugualmente, mentre non devono esserci.

*Segretario generale Cittadinanzattiva APS

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