Lobbying e politica tra trasparenza e responsabilità: l’analisi di Licia Soncini

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Sono molti i temi che, in questi giorni, vengono trattati in merito al lobbying alla luce dello scandalo europeo Qatargate. Non sempre le analisi sono corrette. Troppo spesso, in maniera talvolta criminale, si fa confusione, più o meno consciamente, tra attività di lobbying e corruzione. Abbiamo voluto fare un po’ di chiarezza con Licia Soncini, Presidente e socio fondatore di Nomos Centro Studi Parlamentari, società di consulenza per le attività di relazioni istituzionali e di lobbying e Amministratore indipendente di minoranza dei CdA di Atlantia Spa e Iren Spa.

Lei è stata la prima donna a fondare una società di lobbying e, nonostante lo sviluppo del public affairs, Nomos è sempre rimasto ‘fedele alla ricetta originale’ basata su lobbying, relazioni istituzionali, informazione e formazione. Come ha fatto?

Abbiamo cominciato nel 1993 come professionisti associati, poi nel ‘98 è nata Nomos. Quindi, a conti fatti, la prima società di lobbying in questo Paese è nata per opera di una donna ed oggi, lo dico con un orgoglio infinito, siamo anche la prima società del settore a cui, un organismo certificatore indipendente, ha rilasciato la certificazione sulla parità di genere introdotta dalla legge n. 162/2021.

Fare le cose per bene. È questo il nostro tratto distintivo, a cui siamo sempre rimasti fedeli e che ci ha premiato per trent’anni. 

All’inizio della nostra attività siamo stati molto prudenti e siamo partiti facendo attività di informazione. Eravamo all’indomani di Tangentopoli, il mondo delle istituzioni e delle imprese così come lo si conosceva stava crollando, le imprese chiudevano gli uffici romani cercando di prendere le distanze dal mondo politico ma allo stesso tempo perdevano i loro referenti. Tuttavia, dalla nostra analisi emergeva che, a causa degli avvenimenti giudiziari, le aziende però continuavano ad aver bisogno di ricevere informazioni su ciò che avveniva in Parlamento, sulla regolamentazione nei settori di loro competenza. Si era creato un vuoto.

Non si parlava ancora di lobbying, ma nei fatti, le informazioni poi permettevano di limitare i danni e cogliere le opportunità che le circostanze offrivano. Era la nascita di questo settore. Col tempo il contesto è cambiato e noi abbiamo cominciato a fare lobbying attiva. 

Vede, nonostante per i nostri competitor siamo ancora ‘quelli bravi solo nel fare monitoraggio’, nella realtà abbiamo ampliato moltissimo i nostri servizi perseguendo una crescita basata sul concetto “consolida e vai avanti” perché le crescite tumultuose possono causare, se non sono costruite su solide basi, delle cadute rovinose. 

Quindi, riprendendo il concetto iniziale, noi abbiamo sempre preferito restare piccoli per fare le cose per bene e oggi, con basi solidissime, siamo pronti non solo a fare un passaggio generazionale ma, anche, ad espanderci. In fondo ce lo chiede il mercato.

Ecco, per l’appunto, cosa vede nel futuro del settore?

Per quanto concerne la nostra attività, penso che il mondo diventerà sempre più complesso, la regolamentazione si è stratificata nel corso degli anni e ci sarà sempre più bisogno di un interprete, cioè di qualcuno che usi il suo tempo per decodificare e dare informazioni semplici e già elaborate. 

In fondo è quello che hanno sempre voluto e continuano a volere le imprese con cui noi lavoriamo: ottenere tutte le informazioni che servono all’amministratore delegato in una pagina in modo da guidarlo nelle scelte facendogli risparmiare tempo.

Un’operazione difficilissima perché se l’economicità è la chiave dell’efficacia, raggiungerla richiede un enorme professionalità. Non vi è modo migliore per descrivere questo concetto se non con la celebre frase di Pascal “questa lettera è più lunga delle altre perché non ho avuto agio di farla più breve”. 

Nel nostro settore serve tempo per studiare, approfondire e tirar fuori gli elementi caratteristici e distintivi di un documento per poi, infine, trasmetterli al cliente. L’attività di lobbying ha 1000 facce, non si esaurisce con la sola presentazione dell’emendamento in Parlamento. Fatta in maniera professionale, è solo l’ultimo tassello, la punta di un iceberg fatto di studio, ricerca, riflessioni e colloqui. È un lavoro di backstage talmente articolato che ci sarà sempre più spazio per questa attività.

In merito, invece, a come potrebbe evolversi il mercato nei prossimi anni, credo sia ancora presto per dire se si andrà verso un aumento di aggregazioni delle piccole imprese che lo costituiscono – al fine di creare grosse agenzie – oppure è solo una fase. Indubbiamente trovo molto interessante l’operazione che hanno fatto Cattaneo-Zanetto e Community che, sono certa, cambierà il volto del settore e potrebbe portare altri soggetti a seguire la medesima strada, ma non dimentichiamoci che l’Italia è pur sempre il Paese dei campanili e ad ognuno piace coltivare il proprio orticello. Staremo a vedere.

Ha parlato dell’importanza della professionalità, quindi la domanda è d’obbligo: che cosa ne pensa del cosiddetto Qatargate?

Non so che cosa le posso dire di originale rispetto a tutto quello che è stato scritto e affermato dai miei colleghi sul Qatargate, ma, quel che si deve continuare a sottolineare è che questo caso rientra nell’ambito della corruzione e non del lobbying. Due ambiti che, purtroppo, non so se per ignoranza o per malafede vengono confusi. A questo punto credo per un mix di entrambe. 

Esempi, in tal senso, sono le affermazioni del Senatore Scarpinato che, qualche giorno fa, parlando in merito al nuovo Codice degli appalti paragonava i lobbisti alle mafie; allo stesso modo, l’appello lanciato da Giuseppe Conte a tutti i leader di partito – di fronte all’inchiesta di Bruxelles – di “approvare una legge sul conflitto di interessi e la regolamentazione del lobbying per contrastare l’affarismo”. Non capiscono che regolamentare il lobbying è una cosa, contrastare l’affarismo è un’altra storia.

Siamo di fronte al tipico caso in cui si indica la luna ma lo stolto guarda il dito?

È esattamente così. Per contrastare il malaffare esiste il Codice penale. L’attività di rappresentanza di interessi va regolamentata per cercare di introdurre ancora più trasparenza in un settore in cui la mancanza di trasparenza può portare a dei danni anche reputazionali. Ed è quello che noi stiamo subendo in questo momento.

Non c’è mai stato, che io sappia, un lobbista che è incappato nelle maglie della giustizia, si è sempre trattato di affaristi e faccendieri associati, surrettiziamente, alla figura del professionista. Questo approccio sbagliato, poi, traspare anche nelle proposte di regolamentazione del lobbying che si sono succedute nel corso del tempo.

Nel nostro mondo, ci sono due scuole di pensiero: da una parte quelli che affermano ‘meglio avere una regolamentazione qualsiasi piuttosto che nessuna’ perché dal loro punto di vista non possiamo permetterci di non avere alcuna regolamentazione perché questo ci espone a critiche e all’accostamento con il malaffare; dall’altra ci sono quelli, alla cui scuola appartengo io, che dicono no una regolamentazione qualsiasi che ci equipara a delinquenti a me non va bene. 

Pensi che abbiamo confrontato la prima proposta di legge presentata sul tema con quella fallita poi per la caduta del governo Draghi, l’impianto era il medesimo. Una follia. Non si può pensare di regolare il settore come cinquant’anni fa, senza fare un minimo sforzo di riflessione su come è cambiata la professione. 

È il mondo ad essere cambiato. Oggi ci sono degli strumenti completamente diversi per fare lobbying, basti pensare ai social che sono degli strumenti potentissimi, il lobbista con le carte sotto il braccio che va in Parlamento ad incontrare i vari referenti istituzionali è una figura romantica non esiste più, non c’è più bisogno di questa presenza fisica nei luoghi istituzionali. 

Il medesimo errore di approccio del Regolamento della Camera dei Deputati – che ha istituito il Registro dei rappresentanti di interessi – che presenta almeno due difetti: il primo riguarda l’iscrizione su base volontaria, se ti iscrivi sei relegato nella stanzetta dedicata ai lobbisti, però se non ti iscrivi sei libero di andare ovunque; il secondo invece presenta un problema di trasparenza ‘unidirezionale’ con il rappresentante d’interessi tenuto a fornire  informazioni dettagliate sugli incontri avuti con il decisore pubblico, anche al limite del segreto industriale, ma lo stesso non vale per il parlamentare. 

Io ritengo, così come molti miei colleghi, che l’obbligo di trasparenza debba valere per entrambe le parti e la responsabilità, parola che la politica non ama molto, vada condivisa tra chi rappresenta gli interessi particolari e chi l’interesse generale al fine di trovare la migliore soluzione possibile per tutte le parti in gioco.

Un problema, che come visto in queste settimane, è esploso nel Qatargate. Non tutti i soggetti sono tenuti a iscriversi ai registri, rendicontare la propria attività, essere trasparenti. 

Quindi dare precedenza ad una legge sul revolving door, rispetto ad un intervento sulle lobby, potrebbe aiutare?

Sicuramente sì, però non sarebbe la soluzione definitiva perché risolverebbe solo un pezzo del puzzle. Nel Qatargate non sono coinvolti solo ex parlamentari, ma anche associazioni che non sono tenute a iscriversi al registro della trasparenza. Questo è un aspetto importante.

Le faccio un esempio vicino al settore farmaceutico che è quello che conosco meglio. In Italia abbiamo tante associazioni di pazienti legittimamente finanziate dalle aziende e che talvolta, addirittura, ne ispirano la costituzione. Se tali enti operano grazie ai soldi ricevuti dalle aziende ma non lo dichiarano, mancano di trasparenza in quanto svolgono, difatti, attività di lobbying. Lo fanno attraverso la comunicazione sui social o i media, esercitando pressioni sulle istituzioni e rappresentanza di interessi particolari verso i regolatori. Per conto di chi lo fanno?  

La questione è molto delicata e merita la dovuta attenzione. È, certamente, necessario intervenire sul revolving doors per regolamentare l’operato di ex decisori pubblici, ma servono norme anche sulla rappresentanza operata da sindacati, associazioni di categoria, corpi intermedi e l’associazionismo di qualsiasi tipo. 

Se vogliamo interrompere questa commistione tra lobbying e malaffare lo possiamo fare solo sposando una politica di massima trasparenza diventando una casa di vetro. La trasparenza è il faro che ci deve guidare.

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