Supply chain, Romanin (Bcg): “Agire ora per non restare a corto di prodotti green”

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Andiamo verso un’era di “green scarcity”, dove la domanda di prodotti sostenibili supera l’offerta? Il report del World Economic Forum e Bcg, intitolato “Winning in Green Markets: Scaling Products for a Net Zero World” e diffuso in occasione del forum di Davos, evidenzia che il problema delle supply chain di prodotti sostenibili è concreto: ci sono troppi pochi player a monte delle catene del valore, rispetto a quelli a valle, cioè più vicini ai consumatori. Secondo Pietro Romanin, Managing director e partner di Boston Consulting Group, che con Fortune Italia ha commentato il report, le soluzioni per evitare di restare a corto di prodotti green (essenziali con l’aggravarsi della crisi climatica) ci sono. Ma bisogna attuarle subito, considerando che un altro clima, quello economico, non sta sicuramente aiutando.

Quale potrebbe essere l’impatto dell’inflazione e di un momento di flessione dei mercati sull’implementazione di soluzioni green, così legate al mondo tecnologico?

Le tecnologie green già sviluppate e disponibili soffrono l’inflazione da due punti di vista. Uno è quello dell’impatto sul costo dei progetti (vedi ad esempio i recenti aumenti di costo su pannelli solari e batterie di accumulo), l’altro è l’impatto indiretto dell’aumento dei tassi. Queste due dinamiche riducono i tassi di rendimento interni dei progetti e quindi l’attrattività. L’inflazione poi mette in difficoltà alcune filiere, come quella della componentistica per l’eolico, che invece dovrebbero star beneficiando del superciclo di investimento. Diversa la situazione per le tecnologie emergenti, i cui principali rischi risiedono nella riduzione dei capitali per lo sviluppo di nuove soluzioni e una maggiore selezione dei progetti su cui scommettere, dovuta alla crescente attenzione verso gli eventuali rischi legati a questo tipo di investimenti. Ciò è particolarmente vero, ad esempio, per le tecnologie per il clima come quelle destinate alla decarbonizzazione, ancora in fase di sviluppo e che non potranno essere riprodotte su scala prima di 5/10 anni. Alcuni esempi di cui si parla molto in questo momento sono le fusioni nucleari, le tecnologie di riutilizzo delle emissioni di carbonio o strumenti avanzati per la cattura delle emissioni. Soluzioni che sono alle prime implementazioni per cui non si può avere prova immediata del loro funzionamento e per cui in alcuni casi è ancora difficile accedere ai fondi necessari per avviare le attività. Nonostante le barriere iniziali, però, le nuove soluzioni orientate al clima trovano un contesto generalmente favorevole e rappresentano una nuova frontiera di business poiché più resilienti rispetto a molte soluzioni digitali.

Quale sarà la responsabilità dei governi in un momento del genere, soprattutto visto che l’allarme lanciato da Bcg e Wef è soprattutto sull’inizio delle supply chain, indietro rispetto al ‘downstream’ e più difficile da rendere sostenibile?

Per agevolare la creazione delle supply chain del domani, i regolatori hanno 3 responsabilità prioritarie: garantire certezza programmatica, ovvero dare orizzonti normativi certi, come nel recente caso dell’Inflation reduction act americano, che è un intervento di climate legislation importante che supporta le pianificazioni di lungo periodo; assicurare contesti normativi chiari e sistemi incentivanti per spingere lo sviluppo di tecnologie innovative attraverso un approccio agnostico verso tecnologie diverse a sostegno della decarbonizzazione; creare gli ambienti per lo sviluppo di nuove soluzioni per il clima, ovvero creare delle aree, come una sorta di decarbonization valley, in cui poter testare le nuove tecnologie più velocemente senza il bisogno di risolvere di volta in volta la parte di permessi che rallenta o blocca lo sviluppo e l’implementazione di nuove soluzioni green e, di conseguenza, gli investimenti che comportano.

Nel report di Bcg e Wef diffuso prima del forum di Davos si parla di “scarsità verde”. Quanto è concreta la possibilità che non avremo le tecnologie green necessarie nel 2030 per soddisfare la domanda? Come si può scongiurare questo pericolo?

Le soluzioni green sono in buona parte già sul mercato, è il momento di abbattere le differenze (di costo o percepite) tra i prodotti che siamo abituati a usare e le alternative green, sbloccandone l’implementazione su scala. Per riuscire bisogna soprattutto puntare alla rimozione dei colli di bottiglia di cui dicevo – come autorizzazioni e tempistiche, che rallentano o bloccano la produzione in volumi superiori di questi prodotti green. Se invece guardiamo alla parte residuale di soluzioni innovative e in via di sviluppo – come gli strumenti di direct air capture, le tecnologie di riutilizzo della CO2, alcuni materiali bio-based che possono avere costi ancora alti, queste potrebbero richiedere un’azione più importante come la creazione di programmi a livello europeo, che prendano in considerazione tecnologie selezionate, similmente a quanto già fatto coi vaccini del Covid. Dal momento che l’emergenza climatica è sempre più importante, infatti, sarebbe utile agire in modo mirato su soluzioni da sviluppare e implementare con priorità a livello di sistema. A questo si deve aggiungere un allineamento delle fonti di finanziamento sia private che pubbliche in modo da rendere il profilo di questi progetti meno rischioso.

Dal report di Bcg e Wef, un esempio delle differenze di costo a carico dei consumatori che cercano prodotti sostenibili. La ricerca della New York University Leonard N. Stern Schoolof Business (NYU Stern) sul comportamento di spesa nel settore dei beni confezionati per i consumatori statunitensi, ad esempio, ha dimostrato che in 27 delle 36 categorie analizzate, i consumatori di prodotti sostenibili stanno pagando un ‘premium’, rispetto ai prodotti tradizionali.

 

Nel report ci sono vengono consigliati alle aziende degli step per ‘scalare’ sui prodotti green: consigli che sembrano richiedere grandi risorse economiche anche per la riconversione della forza lavoro e l’acquisizione di competenze: le piccole e medie aziende riusciranno a tenere il passo?

Anche nel caso delle Pmi bisognerà fare delle valutazioni programmatiche, valutando l’impatto di alcune scelte sulle filiere. Un caso da cui potremmo trarre insegnamento è lo sviluppo dei pannelli solari, avvenuto prima dello sviluppo del fenomeno della mobilità elettrica in cui ci troviamo, senza un ragionamento che tenesse conto delle filiere a monte. Allo stesso tempo, le piccole medie imprese che dovranno riconvertirsi e affrontare la transizione sostenibile, dovranno essere supportate. Qui i singoli Paesi potranno replicare gli schemi che hanno già funzionato. L’esempio più rilevante è Industria 4.0, in cui ha funzionato la sinergia di diverse leve, come i supporti alla formazione e lo sviluppo delle capacità R&D, e che possono essere replicate per le Pmi. Nel loro caso bisognerà ragionare in modo selettivo sulle filiere impattate, per mettere a terra progetti di reindustrializzazione e rifocalizzazione attraverso un mix di leve che riguarderà la creazione di incentivi, investimenti in formazione e il potenziamento del R&D. Per l’Italia si potrebbe pensare alle filiere bio-based, del riciclo, della circolarità, su cui il nostro Paese può giocare un ruolo proattivo anziché reattivo, che potrebbe fare la differenza.

Dal report Bcg-Wef, un esempio delle differenze di prezzo nei settori di plastica, alluminio, logistica e acciaio. Commercializzando plastica biodegradabile, le aziende del settore godono di ‘premium’ che arrivano a un +200% rispetto alla plastica tradizionale.
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