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Il lobbying è solo rappresentanza di interessi, la ricetta di Telos A&S

Negli ultimi anni l’attività di lobby e quella della comunicazione hanno creato un binomio quasi indissolubile che ha, talvolta, autoalimentato il processo di crescita dei rispettivi settori e la loro reciproca contaminazione. Non è un caso, infatti, che molte agenzie di comunicazione abbiano “attivato” team di Public Affairs al proprio interno e, viceversa, agenzie di lobbying abbiano implementato i propri servizi con la comunicazione.  

Tra i vari attori vi è, però, chi come Telos Analisi e Strategie guidata da Mariella Palazzolo (che ne è stata fondatrice) e Marco Sonsini (partner ormai da 10 anni) adotta un approccio fondato sulla “ricetta originale” fatta di monitoraggio, analisi e consulenza strategica specializzata. In questa ‘intervista a due’ abbiamo provato a capire il senso della contaminazione tra comunicazione e attività di lobby.  

Lobbisti “duri e puri”. Qual è l’approccio di Telos all’esercizio di questa professione?

Mariella Palazzolo (nella foto in evidenza): Non credo si tratti di essere duri e puri o almeno non ci vediamo così. Siamo solo dei professionisti e questo termine racchiude, a mio avviso, il fatto di svolgere la nostra attività con serietà. Eventuali ulteriori aggettivazioni, che si potrebbero utilizzare per descrivere questo lavoro, le lasciamo aggiungere a chi desidera farlo. 

Noi siamo lobbisti consulenti, cioè affianchiamo il nostro cliente e lo aiutiamo a comprendere da un lato ciò che riguarda le procedure del sistema politico-istituzionale del nostro Paese, dall’altro – e qui sta forse ancor di più la qualità del nostro lavoro – l’opportunità politica di portare alle istituzioni delle istanze. La nostra attività è rappresentare le posizioni, non necessariamente di imprese ma di chiunque abbia un interesse, su tematiche che possano avere origine o soluzione all’interno dell’attività normativa.

Sebbene possa sembrare quasi una definizione scolastica, non credo ci sia altro modo di svolgere questa professione. Il resto è altro. Infatti anche se in tanti sosteniamo di svolgere questa attività, non tutti la intendiamo allo stesso modo: la comunicazione o l’organizzazione di eventi vuol dire fare un altro tipo di professione. Appunto, è altro.

È da qui che nasce la scarsa omogeneità che si riscontra, oggi, in questo mercato. Forse è proprio questo uno dei motivi che rendono difficile proiettare all’esterno un’immagine univoca della figura professionale del lobbista. Noi, ad esempio, abbiamo scelto di posizionarci in questo mercato come una piccola società, uno studio professionale e non come una agenzia, sviluppando alcune competenze verticalmente e specializzandoci “solo” nella rappresentanza di interessi, invece di offrire un ventaglio di servizi più ampio.

Non sono d’accordo, infatti, con chi pensa che la stessa società possa offrire servizi diversi e che, per la loro natura e per la loro finalità, potrebbero creare, ad esempio, problemi di conflitto di interessi interno. Infatti, molto spesso, a chi fa relazioni pubbliche serve lanciare messaggi “più aggressivi” o più facilmente comprensibili alle persone, all’opinione pubblica, ma quando si dialoga con le Istituzioni, sullo stesso tema, è necessario farlo con sfumature diverse, più morbide. Come si può gestire questo contrasto mantenendo la propria credibilità professionale? e con entrambi gli interlocutori?

L’attività di Public Affairs è una componente chiave del processo decisionale, il sale della democrazia, ma continua ancora oggi a lottare contro una comunicazione semplicista e preconcetta. Lei si è battuta molto per contrastare questo pregiudizio…

Palazzolo: Guardi, ho iniziato questa professione tanti anni addietro, negli anni ‘90, dove il massimo che si poteva mettere o si cercava di mettere su un biglietto da visita era “Relazioni Istituzionali”. Ben pochi sapevano esattamente cosa volesse dire e ancora meno erano quelli che non si lasciavano guidare da preconcetti.  Le lascio immaginare cosa volesse dire spiegare a mio padre quello che facevo, era complicatissimo. 

Oggi il settore è cresciuto ma dopo 30 anni ci sono ancora alcuni clienti che non se la sentono proprio di dire “ho assunto un lobbista”. 

Partendo da questa difficoltà, e grazie anche al suggerimento di Flavia Trupia, un’esperta di comunicazione, è nata un’iniziativa da un titolo molto forte “Lobby non Olet” che vuole essere provocatorio, perché il collegamento con la locuzione latina “pecunia non olet” è immediato e vuole quindi far emergere, sottolineare il preconcetto con il quale solitamene si scontra il nostro settore. L’iniziativa, che continua tutt’ora, si struttura su una serie di brevi interviste, non più di 5-6 minuti, a professionisti e studiosi del settore della rappresentanza di interessi per cercare di raccontare l’attività.  

Oltre a questa attività che potrebbe essere definita “formativa”, abbiamo anche presentato un appello alla Treccani per cercare di sostituire la definizione che si trova sul loro dizionario di lobby da “esercitare influenza” in “rappresentanza di interessi”. La risposta che ci è stata fornita è alquanto significativa: quando ci sarà un’interpretazione diversa all’interno della società dove il lemma è utilizzato, allora il dizionario ne raccoglierà la nuova accezione.

Questo può risultare un po’ deprimente soprattutto quando si cerca di far comprendere a tutti che la nostra è una professione che non ha niente a che vedere con la corruzione e il malaffare. Basta guardare a quanto successo all’indomani del Qatargate: i media pronti a diffondere e reiterare una narrazione sbagliata, figlia di una grave incompetenza e della tendenza a evocare nella mente degli italiani una visione semplicistica. Ciò non solo finisce per banalizzare l’attività di cui si parla, ma soprattutto ignora i principi fondamentali e le procedure su cui si poggia questa professione. Il tutto non tenendo conto che questo lede un intero settore di professionisti.

Telos Analisi e Strategie. Marco Sonsini

A proposito di Qatargate: cosa pensa delle contromisure prese dal Parlamento Europeo dopo questo scandalo e cosa servirebbe al Sistema regolatorio italiano per “tranquillizzare” gli animi?

Marco Sonsini: Il caso Qatargate, per come la vedo io, al di là dell’aspetto penalmente rilevante, è una questione che riguarda le relazioni internazionali e non la rappresentanza di interessi. È una cosa lontanissima dal nostro mondo perché non si tratta del semplice rapporto tra un soggetto imprenditoriale privato e l’istituzione pubblica ma del rapporto, un po’ asimmetrico, tra una istituzione dell’Unione Europea e uno Stato sovrano esterno all’Unione.  

Venendo invece alla nostra professione, non credo che si possa pensare di affrontare il problema della regolamentazione della rappresentanza di interessi con soluzioni parziali ed affrettate, senza creare una cornice normativa che assicuri una vera trasparenza. Quando parlo di trasparenza, però, non mi riferisco a quella che viene sbandierata, di tanto in tanto, quando nel nostro Paese si duplicano azioni o strumenti utilizzati a livello europeo senza creare il substrato normativo e culturale necessario al loro funzionamento. 

Prendiamo ad esempio il registro della Camera dei Deputato ispirato a quello europeo. Non crea alcun effetto reale se non quello di caricare tutti coloro che fanno relazioni istituzionali di oneri burocratici poco funzionali. Prevede, infatti, che siano rendicontati soltanto gli incontri con i Deputati che avvengono dentro i suoi spazi. E fuori? Già solo questo evidenzia i limiti di tale strumento. 

Ma non basta. Negli ultimi anni l’Esecutivo si è appropriato, di fatto, del procedimento legislativo e ciò ha aggravato le asimmetrie di accesso al decisore pubblico, perché la pubblicità dei lavori istruttori in ambito ministeriale è molto minore rispetto a quella dei lavori parlamentari e non esiste alcun obbligo, in capo al Ministero che ha iniziato un iter legislativo, di avviare consultazioni pubbliche, trasparenti e aperte. Legittimamente, in assenza di norme che ne vincolino la condotta, il Governo decide chi consultare e in che modo, senza nemmeno l’obbligo di motivare la scelta, determinando, di volta in volta, un vantaggio in capo ad alcuni interessi particolari anche, semplicemente, per ragioni di contiguità politica. 

Quindi, nei fatti, la trasparenza nella fase di elaborazione di un testo legislativo di questo tipo è minima e per quanto comprensibile, non è funzionalmente accettabile. 

È necessario che ogni processo di formazione di atti normativi di carattere generale preveda forme di consultazione pubblica in cui tutti gli atti siano accessibili, anche ai cittadini, in modo che si possa verificare quali sono le posizioni in campo e quali, tra queste, sono state scelte dal decisore pubblico come è sua prerogativa. 

È questa, quindi, la trasparenza di cui avremmo bisogno. Un simile processo renderebbe difficile la permanenza di quelle zone d’ombra che sono il brodo di coltura dei comportamenti illeciti di qualcuno e, più di frequente, delle rappresentazioni distorte che infangano la nostra professione.

Il settore del Public Affairs è cresciuto e cambiato tanto negli ultimi anni. Pensa che evolverà ulteriormente? Come vede Telos nei prossimi 5 anni?

Sonsini: Il settore è sicuramente cresciuto e si è diversificato al suo interno sempre di più, anche grazie all’ingresso di nuovi soggetti. Ciò da un lato ha permesso di mantenere una certa vitalità del comparto e dall’altra ha fatto sì che si affermasse una grande varietà di approcci e metodi.

La crescita settoriale non è seguita purtroppo da quella culturale rispetto alla nostra professione. Manca la piena comprensione dei meccanismi della nostra attività e, purtroppo, nel dibattito pubblico troppo spesso la narrazione si alimenta di miti o sciocchezze come quella del lobbista che pascola in Transatlantico. 

Fortunatamente siamo riusciti a far capire, almeno alle imprese, qual è il nostro ruolo e l’importanza della nostra attività al di là della narrazione dei media. Non è un caso, infatti, che l’elemento di maggiore novità rispetto a 15 anni fa sia che prima si chiedeva al consulente di Public Affairs di aiutare l’azienda a interagire con il sistema politico-istituzionale e individuare gli interlocutori più sensibili alle proprie necessità. Non gli si richiedeva, quindi, di conoscere puntualmente il quadro normativo e le politiche di settore; oggi, invece, è richiesta anche una comprensione approfondita della regolamentazione e del suo impatto sul mercato.  Ci si aspetta, inoltre, che il lobbista sappia interagire non solo con le istituzioni, ma sempre più anche con gli altri portatori di interessi particolari. 

Faccio un esempio. Io nello specifico mi sono occupato principalmente di salute e sempre più spesso i clienti mi richiedono di sviluppare progetti ed iniziative che non riguardano soltanto il livello normativo. ma anche la costruzione di relazioni con le società scientifiche e le associazioni di pazienti. Vi è, quindi, una tendenza alla specializzazione che determina, pertanto, anche una diversa strutturazione dell’offerta dei servizi. 

Ecco, per rispondere alla sua domanda su come vedo Telos tra cinque anni, sicuramente noi non vorremmo mai trasformarci in un’agenzia multiservizi e per tale ragione ci stiamo muovendo, ormai da parecchi anni, verso una sempre maggiore specializzazione settoriale. Stiamo cercando di rispondere a quelle che sembrano essere le tendenze del mercato, elevando la qualità del nostro servizio.

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