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Velardi: le agenzie di lobbying per crescere devono ampliarsi anche in altri settori

Lo scorso 8 marzo la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati ha deliberato l’inizio di un’indagine conoscitiva sull’attività di rappresentanza di interessi allo scopo di approfondire i “diversi profili attinenti alla regolamentazione della materia”. Ciò ha riacceso la discussione sul settore e sulle strade da seguire per una sua regolamentazione. 

Ma cosa ne pensano i lobbisti? Abbiamo pensato di chiedere un parere a Claudio Velardi, attualmente Presidente della Fondazione Ottimisti e Razionali, che vanta una lunga carriera da comunicatore, giornalista, dirigente e consulente politico, nonché da noto lobbista e attualmente insegna, in numerosi corsi e master universitari, i segreti di questo settore agli aspiranti professionisti di domani.

La prima Commissione della Camera ha dato il via ad una nuova indagine conoscitiva sulla rappresentanza di interessi. Sarà la volta buona?

Purtroppo, non è la prima volta che si conducono queste indagini conoscitive e per questo, sinceramente, mi sembra una iniziativa ridondante seppure guidata dalla “buona volontà” del Presidente di procedere in maniera costruttiva. Vorrei chiarire che non sono assolutamente contrario all’iniziativa della I Commissione ma credo che, inevitabilmente, impiegherà ancora molto tempo prima di arrivare a un risultato. Ed è proprio il tempo ciò che non possiamo permetterci di perdere. 

In realtà non credo ci fosse bisogno di costruire un’architettura istituzionale di tale portata e interrogare tutti i professoroni, i costituzionalisti, i lobbisti e i portatori di interesse per definire una normativa adeguata. La questione è più semplice di quello che stanno facendo apparire.

Quali sarebbero le caratteristiche necessarie che dovrebbe avere una legge sul lobbying?

Sono caratteristiche molto semplici. In primo luogo, bisogna garantire trasparenza in entrambi i sensi del processo. Mi spiego: deve essere chiaro quali sono gli interessi rappresentati dai lobbisti negli incontri con il decisore pubblico ma, contestualmente, l’istituzione deve garantire analoga trasparenza nel processo di risposta che fornisce agli stessi lobbisti.

Sfortunatamente, è proprio questa parte la più difficile da realizzare, perché se il lobbista non ha nessun problema a dichiarare i propri incontri, i temi trattati e l’interesse rappresentato, è invece da parte del decisore che nascono sempre delle ritrosie a dichiarare apertamente tali processi per molteplici fattori, siano essi politici, di consenso elettorale o di altro tipo.

Pertanto, auspico che ciò che scaturirà da questo processo sia una regolamentazione che non miri semplicemente a imporre degli obblighi ai lobbisti, come accaduto finora, ma riesca a creare un rapporto equilibrato tra lobbisti e istituzioni che consenta il migliore funzionamento da tutti e due i lati.

E i ministeri? Finora hanno avuto procedure differenti rispetto al Parlamento e anche tra loro…

Si certo perché come sempre, in Italia, si tende a differenziare e a creare eccezioni che non fanno altro che creare ulteriore caos e disordine. I Ministeri dovrebbero avere la medesima regolamentazione del Parlamento. Si potrebbe ragionare su minime differenze per quanto concerne il rapporto con le Authority, ma questo determinerebbe la nascita delle prime eccezioni, riprendendo il discorso appena fatto. Per funzionare la regolamentazione dovrebbe partire da un assunto: ogni luogo istituzionale deve essere regolato nell’accesso e nella trasparenza verso i lobbisti in una maniera univoca.

Caratteristiche che la proposta di legge approvata dalla Camera la scorsa legislatura non aveva.

Esatto, perché in sostanza era troppo incentrata sull’imposizione di forti vincoli all’attività portata avanti dalle agenzie di lobbying. Un approccio completamente sbagliato. Una regolamentazione della rappresentanza di interessi non può essere ‘punitiva’ verso una parte del mercato, non deve mirare ad una limitazione dell’attività dei lobbisti ma, al contrario, si deve puntare a favorirne la crescita rendendola il più trasparente possibile. 

Per tale motivo spero si possa cogliere questa nuova occasione per cambiare l’approccio utilizzato finora, e abbandonare l’impostazione esageratamente vincolistica adottata dalla forza politica, il Movimento 5 Stelle, che nella scorsa legislatura deteneva la maggioranza e, per così dire, “guidava le danze” su questo tema.

Se così non fosse, sarebbe meglio una legge “monca” piuttosto che nessuna legge?

In linea di massima penso, come molti miei colleghi, che sia meglio avere una legge, se ne parla da tanto tempo e ciò ha reso la discussione attorno al tema anche un po’ stucchevole, però francamente preferirei avere la possibilità di entrare nel merito e valutare la qualità della legge e spero non si arrivi al punto in cui siamo costretti a scegliere di rinunciare ad una regolamentazione che favorisca, finalmente, il riconoscimento di una professione così importante per il processo democratico, solo perché non si è riusciti a creare una buona legge.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a interessanti cambiamenti e novità in questo settore. Lei cosa ne pensa?

È un settore che sta crescendo molto e bene, sono nate molte realtà interessanti e professionisti che lavorano correttamente e che si stanno affermano e confermando come interlocutori stabili e affidabili dei decisori pubblici. Una crescita in cui ha giocato un ruolo fondamentale la formazione che ha garantito una maggiore professionalizzazione e specializzazione del settore e dei suoi attori.

Se si osserva il processo di consolidamento a cui stiamo assistendo, possiamo notare come questo si sviluppi su due direttrici principali: alcune agenzie hanno intrapreso la strada dell’internazionalizzare aprendo sedi in Europa o sviluppando partnership con agenzie o aziende europee; altre hanno deciso di investire, con operazioni che giudico molto interessanti, ampliandosi anche in altri settori, ad esempio i media, dando vita a quello che io definisco media affairs che considero un ambito cruciale per lo sviluppo delle attività di lobbying. 

Pertanto, la crescita, in ogni sua forma, è un segnale positivo perché in questo settore la dimensione del piccolo non sempre è quella giusta, aiuta solo se sei una ‘boutique artigianale di lusso’ ed è una dimensione che possono permettersi davvero in pochi.

Anche perché è ormai evidente che le agenzie di lobbying devono fare i conti con realtà molto aggressive come gli studi legali da una parte e le grandi società di consulenza dall’altra che reputo delle macchine da guerra ma che, molto spesso, non comprendono l’essenza vera del lobbismo. Questo, infatti, è un mestiere estremamente specifico e ritagliato sul cliente. Un approccio estraneo e difficile da attuare per le grandi, massicce e importanti società di consulenza o studi legali abituati ad adottare processi consolidati e costantemente reiterati indifferentemente da quale sia la tipologia di cliente con cui si lavora. La rappresentanza di interessi si fonda sull’analisi dei dettagli, conoscenza delle dinamiche politiche e comprensione delle esigenze del singolo cliente. Ben altra storia.

Una regolamentazione del settore potrebbe influire su questi processi?

Ma allora il settore deve crescere anche sul piano quantitativo perché non può restare, diciamo, confinato nella dimensione della piccola azienda. Una società di lobbying deve crescere e deve ampliarsi come abbiamo detto sia sul piano internazionale che coinvolgendo altri settori come quello dei media. Quanto possa influire la legge su questo? Sinceramente credo che possa farlo solo parzialmente perché sono ben altri gli elementi che possono influire sull’espansione della rappresentanza di interessi. Ritengo, invece, importante che il lobbismo italiano si dedichi a curare e formare le professionalità dei singoli, allargando lo sguardo ben oltre l’attuale orizzonte delle proprie attività e confrontandosi con ciò che avviene al di là del confine italiano cercando di intercettare i cambiamenti in arrivo.  

A proposito della necessità di formare le professionalità, si è appena conclusa la sua seguitissima rubrica “Lobbying for dummies”. Come è nata l’idea di questa rubrica?

L’idea è nata a valle dell’episodio di corruzione di Bruxelles all’interno del Parlamento Europeo che non ha assolutamente alcun legame con l’attività di lobbying. Volevo spiegare in maniera semplice che cos’è il lobbying facendolo uscire dai soliti ambienti “tecnici” da addetti ai lavori e, allo stesso tempo, fornire una descrizione che in qualche modo ponesse un freno al gravissimo fenomeno di confusione indotta dai media tradizionali che collegano indebitamente il nostro settore ad altre attività illecite. 

Poi, fortunatamente, si è rivelata una iniziativa che ha avuto un discreto successo, anche oltre le mie aspettative, e quindi l’ho portata avanti per un po’. Spero di essere riuscito in qualche modo a diffondere un concetto di lobbying più aderente alla realtà e a far capire, anche ai non addetti ai lavori, quali sono i principi che regolano questo settore.

Credo che utilizzare il mondo dei social sia importante per diffondere un’idea diversa e giusta dell’attività di rappresentanza di interessi uscendo dai soliti ambienti da “addetti ai lavori”. Inoltre, l’utilizzo di un approccio e un linguaggio più ‘leggero’ consente di raggiungere una platea più ampia e quindi contrastare, per quanto possibile, gli effetti della narrazione semplicistica di molti giornali che, nonostante (o forse a causa di ciò) conoscano poco i principi fondamentali che fondano e regolano l’attività di rappresentanza di interessi, creano e diffondono una immagine completamente errata di questa professione.

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