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Il Pnrr per rilanciare l’Italia. Intervista a Giovanni Tria | VIDEO

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Il professor Giovanni Tria spiega che il Governo fa bene a chiedere una rinegoziazione dei tempi e a rivedere i progetti del Pnrr. Per rinegoziare, però, bisogna essere in grado di presentare nuovi progetti

L’ondata della pandemia Covid-19 prima, l’invasione russa dell’Ucraina poi hanno messo a dura prova l’economia italiana e quella globale. Per affrontare la situazione, il governo italiano, in un contesto di finanza pubblica difficile, ha individuato una serie di misure economiche e finanziarie, tra cui il Def e il Pnrr. Per capire meglio questi strumenti e le sfide che l’Italia deve affrontare sui mercati internazionali, abbiamo intervistato il professor Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia, unico occidentale presente nel Board della Bank of China, controllata dallo Stato cinese e individuata già da diversi anni come banca sistemica mondiale. In questa conversazione, il professor Tria ci ha fornito il suo punto di vista su come affrontare le sfide attuali e future, il valore della formazione e delle competenze, l’importanza del continente africano, che andrebbe inquadrato dall’Europa come grande opportunità futura. Tria è uno dei più importanti e apprezzati economisti italiani all’estero, le sue non sono opinioni politiche qualunque, ma analisi approfondite e competenti.

Professore, di recente il Consiglio dei ministri ha approvato il Def, in cui è prevista una riduzione del deficit e del debito della pubblica amministrazione rispetto al Pil. Qual è il bilancio per l’Italia di questa scelta?

È una scelta obbligata, perché il debito è aumentato molto durante la pandemia, quando il patto di stabilità fu sospeso. Ora si stanno negoziando nuove regole. Il problema di far scendere il rapporto debito-Pil è anche un problema di presenza sui mercati finanziari.
Il debito italiano è sostenibile, è bene dichiararlo in modo chiaro, ma è necessario che il deficit e il debito si riducano. Siamo arrivati al 145% del rapporto debito-Pil.

Quali prospettive potrebbero derivare da una maggiore flessibilità dei meccanismi stabiliti a livello europeo?

Io credo che il problema non sia tansto la flessibilità. Il problema europeo – e quindi il problema italiano – è che l’Europa non ha una politica di bilancio né una capacità fiscale centrale. Nella sua governance economica, l’Europa ha una politica monetaria e un’autorità di politica monetaria che è la Banca centrale europea, ma non ha un’autorità di bilancio a livello europeo. Bisogna vedere come si applica la flessibilità. Perché la flessibilità significa anche una continua discussione con la Commissione europea.

Quanto è importante il valore della formazione nel settore pubblico per rispondere alle sfide che ci troviamo davanti? Tra queste sfide c’è sicuramente quella del Pnrr.

La formazione è importante, ma deve corrispondere a una struttura della pubblica amministrazione che poi è decisa dalle norme. Le difficoltà che si incontrano con il Pnrr non sono nuove: risorse inutilizzate per investimenti pubblici ce n’erano anche prima. Il problema è che nei decenni la capacità tecnica della pubblica amministrazione è diminuita. Adesso un dirigente che deve approvare un’opera pubblica non ha dietro uffici tecnici in grado di dire se un progetto va bene.
La formazione è importante ma deve essere appoggiata a norme che ricostruiscano questa capacità tecnica.

Il Pnrr è un’opportunità per il nostro Paese. Queste deficienze in termini di risorse umane e di competenze pregiudicano la nostra capacità di messa a terra dei progetti?

Il Pnrr è l’occasione per ripartire però bisogna essere prudenti. La questione centrale è far capire che non è soltanto un problema della pubblica amministrazione mettere a terra il Pnrr ma occorre coinvolgere anche i privati.

Quale ruolo può giocare il nostro Paese nel nuovo contesto geopolitico?

Credo possa recitare un ruolo importante. Ovviamente deve agire in un contesto europeo. Rispetto a 15 anni fa, però, l’Europa ha un po’ abbandonato l’area mediterranea per guardare a Est. È stato un grande errore. L’Africa è il prossimo continente della crescita e dello sviluppo.

Per lei l’Africa è dunque una grande opportunità?

Sì, dobbiamo guardare verso Sud. Il ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis parlava di  rattrappimento baltico dell’Europa.

Parliamo di mercati  e Made in Italy. Nei momenti di crisi molte nostre aziende sono state acquisite da stranieri. Con la golden power difendiamo aziende strategiche. C’è bisogno di altro per difendere il Made in Italy?

Il golden power bisogna usarlo bene, perché una cosa è difendere l’acquisizione di imprese strategiche, altra è usare questo strumento a fini di protezionismo. Il nostro problema è attrarre investimenti e capitali in Italia.

Professore, anche internazionalizzazione significa attrarre capitali?

È la capacità delle nostre imprese di investire all’estero. Le dimensioni dell’impresa la rendono competitiva sul mercato internazionale.

Lei è l’unico occidentale nel Board della Bank of China.

È la prima volta che un europeo entra nel Consiglio di amministrazione di una banca globale cinese. Diciamo che è anche un apprezzamento all’Italia oltre che alla mia figura.

Politicamente c’è lungimiranza da parte dei cinesi nello scegliere un italiano e un africano nel Board?

Ritengo di sì.

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