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Enrico Pazzali (Fiera Milano), l’Italia riparte grazie alla tecnologia | VIDEO

Sei milioni di turisti dall’inizio del 2023. Dopo due anni di pandemia, tensioni geopolitiche e portafogli sempre meno gonfi in tutto il mondo a causa dell’inflazione, Milano riparte. “E se riparte Milano, riparte pure l’Italia”. Lo dice senza mezzi termini – e sicuro di sé – il presidente della Fondazione Fiera Milano Enrico Pazzali.

Complice la settimana della moda, eventi sportivi come i campionati europei femminili di pallavolo e le manifestazioni di un colosso espositivo a livello internazionale come la Fiera. O più semplicemente – ci spiega Pazzali – complice la tecnologia.

“Covid-19 ha dato una spinta incredibile alla tecnologia e questa è stata e continuerà a essere un grande volano di opportunità per il sistema fieristico e non solo”. Del resto, anche la nostra intervista è avvenuta grazie alla tecnologia. È bastata una connessione Wi-Fi e due computer posizionati in due luoghi differenti: uno nella sede di Fortune Italia in viale Regina Margherita, a Roma. E l’altro nell’ufficio della Fondazione in Largo Domodossola numero 1, a Milano.

Presidente, può raccontarci come la pandemia ha cambiato il mondo fieristico?

Dopo il blocco delle fiere, non c’è stato un vero e proprio cambiamento rivoluzionario, al contrario.  La tecnologia ha avuto sicuramente un ruolo molto importante, come nuova opportunità di business senza però sostituirsi alle fiere in presenza, che continuano ad essere luoghi privilegiati per lo sviluppo e la crescita delle aziende. Oggi, dopo un primo momento di difficoltà stiamo tornando sui numeri del 2019. Quello che è più emerso in questi anni è l’esigenza del luogo fisico dove le persone si incontrano.

Nella sua carriera professionale ha rivestito importanti ruoli in diverse aziende, tra cui Poste Italiane, Sogei e Vodafone. Quali sono i trend e le evoluzioni che ha potuto osservare a proposito della formazione delle prime linee aziendali negli ultimi 20 anni?

Oggi ci troviamo di fronte a un trend iniziato molto tempo fa e legato, secondo me, a tre elementi. Il primo è l’incertezza del contesto esterno. Sempre di più i manager sono di fronte a circostanze che modificano aree di business ed evoluzioni di mercato. Il secondo riguarda la complessità, intesa come un sistema di regole aziendali sempre più complesse e a volte anche un po’ in contraddizione. Il terzo è la propensione al rischio delle persone, quindi dello stesso manager. Per gestire la propensione al rischio servono competenze, capacità manageriale e coraggio. Tutto questo è racchiuso nella leadership: che significa gestire sempre meglio le risorse disponibili. Credo che ciò su cui bisogna investire in questo momento sono i giovani, il sociale (l’azienda non può più pensare di essere un sistema autonomo non inserito in una comunità) e la formazione: che deve essere costante.

La parola ‘formazione’ si lega bene a un’altra parola che soprattutto ultimamente abbiamo imparato ad ascoltare spesso: ‘competenze’. Quali sono le competenze da poter mettere al servizio dell’internazionalizzazione di una città?

Il settore delle fiere è un formidabile strumento di politica industriale. La Fiera di Milano, tra gli espositori genera business per oltre 46 mld di euro: di cui 17 e mezzo legati all’internazionalizzazione. Vantiamo settori strategici come la meccanica industriale, la moda, il cibo. Avere questo tipo di attrattività e le competenze giuste permette alle nostre aziende di internazionalizzarsi. Le aziende italiane che internazionalizzano sono circa il 24%; le aziende che espongono in Fiera a Milano sono oltre l’87%.

Milano ha visto la nascita di importanti progetti infrastrutturali negli ultimi anni, tra cui le strutture per le Olimpiadi invernali 2026. In passato alcuni progetti hanno prodotto esternalità positive rispetto al loro scopo principale, altri non hanno avuto altrettanta fortuna. Su cosa state lavorando nell’ottica di sviluppare potenzialità per il futuro?

Negli ultimi anni a Milano abbiamo avuti grandi eventi evidenziati come legacy per la città e per la Regione. Il primo è stato la Fiera. Nel 1993 fu definito lo spostamento della Fiera nella fascia Nord Ovest dell’immediata periferia e questo portò alla creazione di un quartiere come City Life. Il secondo evento è stato l’Expo nel 2015, che ha generato una potenzialità turistica per Milano mai vista prima, con 10 milioni di turisti. Nell’ambito del progetto Olimpiadi, saremo protagonisti ospitando due grandi gare, tra cui lo speed skating in un padiglione su cui abbiamo investito 15 mln di euro. Dopo, il padiglione servirà a ospitare congressi o eventi al coperto, ma anche gare come gli ATP di tennis. Ora abbiamo in corso 350 mln di investimenti per poter ricucire una parte di Milano che in qualche modo era stata abbandonata o comunque non sviluppata: la parte nord di City Life. Lì probabilmente sorgeranno un centro di produzione della Rai, un campus universitario, un albergo e una banca.

La transizione digitale ha impattato fortemente su ambiti industriali ed economici e anche nel settore fieristico. Lei vede davvero solo luci quando si parla di tecnologia? E quando si parla di intelligenza artificiale?

No, su questo tema ho due sentimenti. Uno è di forte motivazione. L’altro è di preoccupazione, soprattutto per i giovani, che mi sembrano utilizzare in maniera non matura la tecnologia.
E ovviamente anche l’intelligenza artificiale mi spaventa. Non annulliamo la socialità. La natura umana ne ha bisogno per creare quel sistema di fiducia e di relazione utile a migliorare il nostro futuro.

 

 

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