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Brain drain e brain gain: come costruire una strategia-Paese per l’attrattività

La capacità di attrarre e trattenere flussi di risorse, talenti e investimenti passa da un coinvolgimento ampio e partecipato di tutti gli stakeholder interessati. Una rete integrata di relazioni, servizi e competenze in grado di collegare offerta territoriale e domanda internazionale e di costruire una strategia-Paese per l’attrattività. Con specifico riferimento all’asset del capitale umano, è cruciale creare una rete territoriale coesa e compatta.

Per passare dal fenomeno di brain drain al brain gain, è importante costruire l’immagine di un Paese non respingente, ma accogliente e pronto a valorizzare le singole esperienze internazionali e culturali maturate negli anni. L’Italia ha puntato nel tempo su misure di agevolazione fiscale per il rientro dei cervelli, con un ritorno di laureati che è passato da circa 4mila a quasi 14mila l’anno. Al contempo gli espatri sono aumentati, con un saldo sproporzionato verso chi sceglie di emigrare: in dieci anni abbiamo perso 79mila giovani.

Inoltre, l’Italia è il primo Paese europeo per numero assoluto di ricercatori che emigrano, con un ranking delle mete prescelte che vede il Regno Unito al primo posto, seguito da Paesi come la Germania, la Francia, gli USA, la Svizzera e la Spagna.

Guardando ad esempio alla Francia, la riforma del lavoro portata avanti da Emmanuel Macron ha contribuito a far scendere la disoccupazione ai livelli più bassi degli ultimi 40 anni. Una riforma basata sul rendere meno onerosi i contratti a lungo termine e la tassazione del lavoro, e prevedendo un programma quinquennale da 15 mld per la formazione dei disoccupati.

Partendo dall’analisi dei benchmark internazionali l’Italia ha quindi l’opportunità di dar vita a una strategia per garantire un’attrattività di lungo periodo del capitale umano. Per farlo, saranno essenziali la ricerca di competenze trasversali, ma anche la valorizzazione dell’ecletticità del nostro Paese: dalla storia alla cultura, dall’industria ai servizi, sia nei borghi che nelle città, assicurando una maggiore offerta di formazione, ricerca e mobilità lavorativa.

Sarà importante far leva sulle risorse a disposizione (più di mezzo miliardo di euro del Pnrr per l’introduzione di dottorati innovativi e l’incentivazione all’assunzione temporanea di ricercatori).

Considerato che il capitale umano maggiormente qualificato si contraddistingue da un’elevata mobilità internazionale, occorre anzitutto potenziare la nostra “economia della conoscenza”, accompagnando gli incentivi fiscali agli investimenti in istruzione, ricerca e innovazione.

Le politiche di attrattività dovrebbero far leva anche sulle specifiche peculiarità economiche, storiche e culturali dei territori italiani. Abbiamo casi-studio “nostrani” sui quali poter costruire tali strategie locali, basate sulla mappatura delle esigenze, sulla costruzione di una rete socio-economica coesa e sulla diffusione di strumenti finanziari ed economici incentivanti. Dal potenziamento delle infrastrutture fisiche e digitali, visibili e invisibili, all’adeguamento dei modelli educativi e formativi, fino a strumenti di semplificazione normativa e sburocratizzazione, è fondamentale partire dai nostri asset di interesse nazionale per arrivare alla definizione di una strategia allargata e trasversale.

* Managing director Futuritaly e curatrice della rubrica ‘Il Valore delle Competenze’

 

 

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