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La sfida di Open Fiber, ridurre il digital divide in Italia | VIDEO

Digitalizzazione fa rima con infrastrutture e fibra. “Perché la fibra è connessione stabile, connessione veloce, connessione verde. In un mondo in cui la domanda di dati continuerà a crescere, la differenza per il Paese sarà proprio questa connessione. Il più estesa possibile, solida e di portata tale da poter rispondere alla domanda di trasporto dei dati”. Ne è convinto Paolo Ciocca, da poco nominato presidente di Open Fiber, operatore ‘wholesale only’, che opera quindi all’ingrosso nel mercato italiano di infrastrutture di rete in FTTH (Fiber to the Home) con l’obiettivo di coprire l’intero territorio italiano con la fibra ottica.

Paolo Ciocca è stato membro della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa; in precedenza vice direttore generale del dipartimento ‘Informazioni per la Sicurezza’ (Dis) della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal 2002 al 2007 ha ricoperto ruoli di rilievo al Mef, dove è stato anche Direttore Generale delle Finanze. Nel suo curriculum annovera una lunga esperienza all’Isvap e in Banca D’Italia nonché incarichi presso l’Onu e l’Ocse.

Open Fiber ha tra i suoi obiettivi quello di ridurre il digital divide del Paese. A che punto siamo?

Open Fiber è un’azienda giovane. E particolare. Sta facendo importanti investimenti, come tutte le aziende del settore Tlc e ha il vantaggio di essere a missione dedicata perché fa solo questo, anche se ci sono i vincoli del mercato. Per esempio, soffriamo di uno shortage di manodopera molto forte. I costi sono aumentati drasticamente nell’ultimo periodo e questo determina momenti di difficoltà complessiva per tutto il settore. Open Fiber, però, ha dei vantaggi competitivi rispetto agli altri. Sono convinto che possiamo arrivare agli obiettivi che ci siamo dati, con il sostegno delle istituzioni – questa è un’azienda che ha una maggioranza pubblica e un importante socio privato – e un cambio di passo forte.

I governi passano, la questione della rete unica nazionale resta. Lei è favorevole o contrario?

Io sono assolutamente d’accordo. È un obiettivo importante di infrastruttura per il Paese. Si tratta di progetti complessi perché l’obiettivo è complesso e si deve tener conto delle situazioni esistenti, di investitori privati, istituzionali, pubblici. La soluzione non è semplice.

Come dovrebbe essere attuata? Da chi dovrebbe essere gestita?

Io credo che a tendere sarà molto importante che la rete unica abbia una presenza forte sia del partner pubblico che del partner privato, altrimenti sono soluzioni non di mercato e io credo che debbano esserlo. La soluzione sta richiedendo tempo, lo vediamo nelle negoziazioni in corso, ma io sono convinto che si troverà a breve.

Lei arriva alla presidenza di Open Fiber dopo importanti esperienze istituzionali. Quale impronta vuole lasciare?

Cercherò di dare il mio contributo in ambiti differenti: finanziario, di sicurezza nazionale, tecnologico, di accelerazione e di lasciare il segno sulla parte di innovazione, che in Open Fiber è molto importante. A volte sentiamo dire: “Tanto c’è il 5G, a che cosa serve la fibra?”. È lì la differenza: questa è una connessione stabile, sempre, ovunque. E sarà sempre al livello della domanda di trasporto dati che ci sarà, che aumenterà in modo esponenziale.

La digitalizzazione ha cambiato l’approccio alla sicurezza nazionale. Sono necessarie nuove competenze. Quali?

Molto è cambiato e continuerà a cambiare. Bisogna avere presente che i conflitti, quelli tradizionali, esistono sempre e, ahimè, ne abbiamo uno alle nostre porte, ma i conflitti veri sono quelli che si combattono sul campo economico, finanziario, energetico. Per questo ci vuole capacità di analisi, ma anche di informazione cross-settoriale, che va ben oltre il sistema della sicurezza. Il grande tema sarà ovviamente per noi, come per gli altri Paesi europei e per tutti i Paesi occidentali, come declinare il libero mercato di fronte a questioni di sicurezza. Io credo che il fatto di avere un mercato libero, una libera circolazione dei beni, è quello che ci distingue da altre parti del mondo. Allo stesso tempo ci vogliono alleanze forti che aiutino a proteggere quest’area, quindi in concreto credo che anche l’Italia si debba dotare prima o poi di un proprio Consiglio di sicurezza nazionale perché ci vogliono dei luoghi in cui possa essere fatta questa fusione di informazione ma anche di capacità tra convenzionale e non convenzionale e attraverso tutti i settori per la decisione. Questa è una cosa che secondo me il sistema italiano dovrà affrontare perché è una riforma essenziale.

Parliamo un po’ di futuro. Lei vede nelle nostre realtà pubbliche e anche nelle società a partecipazione pubblica una cultura diffusa adatta all’interesse nazionale che possa incidere sulla ripresa e sullo sviluppo del Paese?

Stiamo crescendo in questo. Non siamo mai stati molto abituati a parlare di economia e sicurezza. Dobbiamo in qualche modo parlarne di più. Abbiamo bisogno anche di strumenti per poterlo fare. Penso a una strategia di sicurezza nazionale che venga resa pubblica, che possa aiutare anche il mondo economico a capire in quale direzione andare su queste cose. Partiamo forse un po’ in ritardo rispetto ad altri Paesi, ma allo stesso tempo possiamo guadagnare un vantaggio perché siamo sempre stati capaci di fare questi salti. E, secondo me, per questo salto culturale il tempo è adesso.

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