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DL Caivano: restringere l’accesso dei minori al porno online è una buona idea?

Negli ultimi anni la politica si è più volte occupata della tutela dei minori sulla scia del dibattito alimentato dalle notizie di cronaca. È questo anche il caso del DL Caivano, fortemente voluto dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a seguito dello stupro di due bambine da parte di un gruppo di minori, divenuto legge mercoledì 8 novembre 2023.

Il provvedimento include un vasto ventaglio di misure di contrasto al disagio e alla criminalità giovanile, e altrettanto vasto è il panorama delle critiche mosse da giuristi e educatori contro l’introdotta possibilità di inviare alcuni minori nelle carceri per adulti.

C’è tuttavia un ambito del Decreto Caivano che è rimasto fuori dai riflettori e riguarda l’ambiente digitale. L’esecutivo ha infatti aggiunto e blindato con la fiducia, in sede di conversione, un divieto di accesso a contenuti pornografici online per i minori di 18 anni, contestualmente a un obbligo per i siti di verificare l’età degli utenti con modalità che saranno definite da AGCOM e Garante Privacy.

Secondo il governo, l’accesso dei minori di 18 anni a tali siti minerebbe il rispetto della loro dignità e ne comprometterebbe il benessere fisico e mentale, costituendo – letteralmente – “un problema di salute pubblica”.

L’introduzione di tale divieto travolge, peraltro, alcune misure volte alla autodeterminazione familiare. L’AGCOM aveva già previsto, infatti, a partire dal 21 novembre 2023, un obbligo per le telco di offrire all’intestatario di una linea telefonica la possibilità di impostare un sistema di parental control.

Il DL Caivano segna invece un cambio di passo e un ruolo sempre più attivo del governo nelle scelte personali e familiari, incidendo fortemente sul bilanciamento tra libertà individuale, autonomia familiare e influenza dello Stato nelle decisioni che riguardano l’intimità e la vita dei cittadini.

Nessuno nega che vi possa essere la necessità di regolare la pornografia online. Tuttavia, la complessità della protezione dei minori online, e il crescente desiderio di autodeterminazione familiare rispetto ad alcuni temi, richiederebbero una riflessione ampia, estesa all’industria del porno e al sistema educativo.

Alcune esperienze hanno infatti dimostrato come l’adozione di sistemi di age verification non impatti in alcun modo l’interesse o il livello di consumo di tali contenuti da parte dei minori, portandoli al contrario verso ambienti potenzialmente pericolosi, come il dark web o altri canali su messaggistica istantanea, privi di linee guida editoriali o sistemi di segnalazione di contenuti illeciti (pedopornografici, di prostituzione minorile, violenza e altro). I sistemi di certificazione dell’identità in tale contesto, peraltro, pongono dei rischi considerevoli in caso di data breach, essendo in gioco dati personali quali l’orientamento sessuale o l’appartenenza a gruppi più vulnerabili.

Si diceva un tempo che a volte la toppa può esser peggio del buco, forse non è ancora il momento per uno SPID del porno.

*Valerio Natale è un avvocato specializzato in nuove tecnologie e dottorando di ricerca in diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa di piattaforme online, privacy, intelligenza artificiale, mobilità innovativa e diritti costituzionali.

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