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Creare valore e benessere per fare la differenza

Durante una Biennale d’Architettura di qualche anno fa si disse: “La presenza dell’architettura fa la differenza”. Frase che certamente esalta il ruolo specifico di questa arte-disciplina, ma che la evoca come riconoscibile attributo che qualifica una realizzazione. Ma quando si può dire che l’architettura c’è in quanto tale, a prescindere da stili e specifiche soluzioni formali?

Noi tutti, non solo gli addetti-esperti sentiamo che l’architettura c’è quando nel percorrere spazi creati dall’uomo il nostro sguardo è attratto da superfici, volumi e dettagli, in un susseguirsi continuo di soluzioni originali fornite per rispondere a domande specifiche poste al momento della progettazione. Ci conforta proprio che quelle domande abbiano impegnato immaginazione e coraggio inventivo. E qualche volta ci commuove sapere che nel realizzare quell’intervento siano state avanzate esigenze, espressi desideri, manifestati valori, insomma fossero all’opera energie di una civiltà in cui ci riconosciamo.

E ci rallegra sapere che una civiltà nella quale ci riconosciamo sta a presidio del “costruire”. Ne deriva che l’architettura la si rivive sempre anche come fenomenologia dell’architettura. Nel frequentarla riviviamo ogni volta il processo attraverso cui si è arrivati all’opera; vediamo virtù ed esigenze di chi l’ha promossa. E se vi sono state superficialità o peggio cinismo e indifferenza, l’opera li rivelerà per sempre. L’architettura nasce come soluzione di conflitti, tra desideri e possibilità, tra aspirazioni e limiti economici, tra volontà private e vincoli pubblici; per affermarsi lotterà contro normative di vario tipo. E contro l’assuefazione e il conformismo.

Per un’efficace fenomenologia si chiede innanzitutto al committente una chiara espressione di quel che vuole. Fin dall’inizio devono essere ben esplicitati gli interessi “privati” che si vogliono ottenere, ma anche i “beni pubblici” da perseguire. E da qui non si può fuggire. Perché appunto questo presuppone l’architettura: la consapevolezza che nel realizzare interventi di qualsiasi tipo sul territorio, mentre si soddisfano esigenze private “inevitabilmente” si realizzano conseguenze pubbliche. Da qui anche le potenzialità sorprendenti dell’architettura. Se ascoltata e seguita può produrre valore e benessere.

Nulla di peggio che essere produttori di beni pubblici e non rendersene conto, e – peggio – accantonare con sprezzo o insensibilità questa possibilità. Non avere questa consapevolezza da parte del committente relega l’architettura in catene, la nega abbassandola a semplice strumento o della convenienza economica o della velleità pubblicitaria, con cui si pensa non di contribuire alla realizzazione di un contesto da valorizzare agli occhi della comunità, ma di affermare se stessi, nell’illusione di sopravvivere all’effetto psichedelico dei messaggi pubblicitari.

Dunque la messa a punto dei presupposti, il chiarimento delle necessità e il confronto tra mezzi e fini, svolto con lungimiranza, avviano di solito processi ben governati. Nel settore privato e nel pubblico. A proposito di quest’ultimo, spesso ci si lamenta delle procedure troppo complesse per la realizzazione di opere e infrastrutture. È ormai un rito della politica stigmatizzare norme e procedimenti annunciando salvifiche “semplificazioni”. Ma quante volte abbiamo sentito trasferire la colpa sui passaggi procedimentali per poi scoprire deficienze nella cultura progettuale della committenza centrale o locale?

*Paola Baratta è membro della Società italiana degli Economisti. È stato presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020. Per 12 anni è stato con Pasquale Saraceno alla Svimez. Tra gli altri incarichi, Presidente del Crediop e di Icipu dal 1980 al 1992. È stato ministro tecnico nei governi Amato, Ciampi e Dini. Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana e Officier della Legion d’Honneur.

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