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Oltre il mito delle archistar: fare l’architetto è ancora uno dei mestieri più belli del mondo

L'architetto Alberto Bortolotti

Fino a qualche anno fa, la nostra generazione è cresciuta con il ‘mito delle archistar’. Ogni giovane aspirante architetto voleva raggiungere quell’obiettivo perché i media hanno costantemente accostato la parola ‘architettura’ a quella di ‘archistar’, spettacolarizzandone i progetti e magnificandone le competenze.

Poi, con la pandemia, l’inflazione, le guerre, tutto questo si è fermato.

Si è iniziato a parlare di ricostruzione, di PNRR, e si è capito che l’architettura va ben oltre il successo individuale, che l’architetto, l’urbanista, sono figure cruciali per trasformare il territorio, gestirne la mobilità, i servizi, armonizzare lo spazio pubblico, lavorando in squadra, organizzando e collaborando con altre competenze.

La verità è che questa ventennale e spasmodica celebrazione delle archistar, legata a tendenze neoliberiste, ha annichilito il ruolo sociale dell’architetto, paragonando la nostra figura professionale, una delle più antiche del mondo, a quella di cantanti, dj, showman, figure d’intrattenimento per l’audience di appassionati d’architettura.

Ma l’architetto è molto altro. È un professionista capace di saldare ‘tecnica’ ed ‘etica’, come ha detto Renzo Piano nella sua bella lezione al Politecnico di Milano qualche settimana fa, è un intellettuale-tecnico che deve saper parlare alla società senza fare show, lavorando per disegnare l’abitare oltre i riflettori, nella quotidianità delle pratiche edilizie, dei concorsi, delle istruttorie delle gare d’appalto.

Fare l’architetto significa svolgere un mestiere che abbraccia vari ambiti, dal mondo delle aziende, a quello della pubblica amministrazione e, ovviamente, a quello della libera professione e della consulenza. Il settore è quindi un luogo complesso, nel quale, come accade anche altrove in Italia, i giovani fanno fatica a emergere per una serie di fattori, economici ma anche sociali e culturali, non a caso sono rari i casi di studi professionali affermati, in Italia o nel mondo, diretti da giovani o da donne. Una contraddizione da sempre insita nelle celebrate ‘archistar’.

Senza dubbio concepire e gestire il progetto di un grande complesso edilizio o disegnare il piano regolatore di una città non sono mansioni semplici, servono competenze, studio, dedizione, ma è necessario che i decisori riconoscano questo talento anche guardando ai più giovani, riconoscendone la passione e investendo su chi è pronto a raccogliere il testimone.

Spesso, infatti, si parla dei giovani architetti in modo retorico. È vero, ci sono tanti premi, mostre, concorsi (spesso di idee) dedicati ai giovani, ma la categoria, e soprattutto chi decide nel settore dell’edilizia, il più delle volte tende a non incaricare architetti under40, nonostante vi siano tanti esempi di grandi maestri del passato che hanno realizzato opere magistrali appena trentenni, come Le Corbusier o Mies Van der Rohe, passando per Ernesto Nathan Rogers o Gio Ponti in Italia.

Eppure, di là di tutto, penso che, nonostante la nostra generazione di architetti sia consapevole che non svolgerà un mestiere semplice, al contempo sa che l’epoca di quella sfrenata competitività per raggiungere il rango di archistar è passata e che oggi siamo in una fase nuova nella quale l’architetto tornerà a svolgere un ruolo sociale centrale, a partire dalla collaborazione con le pubbliche amministrazioni.

Oltre il ‘mito dell’archistar’, chi vuole iniziare a fare l’architetto oggi deve sapere che se ci crede e ama questo lavoro specializzandosi in una delle sue molteplici branche, sarà parte di un percorso collettivo di trasformazione del territorio, dei luoghi in cui le persone vivono, delle modalità di abitare quei luoghi, e credo che questa sia una delle cose più belle che si possano fare.

 

Alberto Bortolotti, è urbanista e vice presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Milano. Si è laureato in Architettura e Disegno Urbano al Politecnico di Milano con una tesi in urbanistica. Successivamente si è formato lavorando negli studi professionali Laboratorio Permanente a Milano e Iroje Architects & Planners a Seul. Ha svolto attività di ricerca con il Politecnico di Milano, l’Università Cattolica di Lovanio, l’Università Humboldt di Berlino, l’Università di Amsterdam e la Fondazione Feltrinelli. E’ autore di contributi in riviste e quotidiani nazionali nonché di articoli accademici e scientifici e del volume “Modello Milano”? Una ricerca su alcune grandi trasformazioni urbane recenti (Maggioli 2020).

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