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Hamas il prossimo tuo come te stesso: polarizzazione e comunicazione

“Hamas il prossimo tuo come te stesso”. Lo so, il titolo è forte, ma forte è anche il tema – la polarizzazione – che cerco di affrontare in questo mio primo contributo per Fortune Up.

Se sei solito approfondire, questo non è per te. Se invece non è così, ma ami ugualmente schierarti con fermezza, ti prego, parliamone.

Provo molta ammirazione per chi si informa e poi – sulla base delle conoscenze acquisite – decide di sostenere una causa o una posizione. Il contrario, invece, è percezione selettiva. E non credo faccia un favore al dibattito sull’attualità.

Partiamo da un presupposto. Noi non siamo chiamati a fare giustizia, specie se non sappiamo cosa sia la giustizia.

Mi spiego. Per condannare chi si schiera a favore di qualcosa (che indicheremo x), dobbiamo innanzitutto conoscere il tema e poi avere la sicurezza che: Uno, schierarsi dalla parte di x sia scorretto su qualsiasi fronte. Due. Chi si schiera ne sia consapevole. E tre, l’aspetto più importante. Chi si schiera non lo stia facendo perché vittima di particolari emozioni o della polarizzazione (questo non giustifica la sua posizione, ma ci fa capire quanto ne sia davvero convinto). Lo stesso ragionamento si aprirebbe per il blocco contrapposto, y. O per il blocco z, il terzo gruppo a volte dimenticato o inglobato in x o y, polarizzando ulteriormente il dibattito.

Quello che noto sempre più spesso è che meno si conosce il conflitto israelo-palestinese e più si è fermi sulla propria posizione in merito. È ovvio, non è un problema che sfiora solamente questo conflitto – l’effetto Dunning Kruger è noto da decenni – ma in questo caso appare quanto più estremizzato possibile.

Avere un’opinione in merito a un conflitto è quindi sbagliato? No, non lo è, assolutamente. È legittimo. È democrazia. Anche io ho un’opinione. Ma ammetto – a me stessa e agli altri – sia fragile e imperfetta.

Affermare che questa situazione sia un orrore è sbagliato? No, non lo è. Anzi. Credo sia difficile convincersi del contrario. Abbiamo interiorizzato il concetto di guerra come qualcosa di inevitabile e mi rifiuto di pensare che non esista una soluzione alternativa. A volte l’empatia può anticipare la comprensione.

Ciò che però non capisco e’ perché bisogna fingersi preparati quando non si conosce nulla.

Evitare di estremizzare non è ignavia, ma umiltà. E l’umiltà è una grande alleata della conoscenza, perché permette di informarsi senza percepire in modo selettivo e distorto ciò che si legge. Per dirla meglio, l’umiltà fa sì che la nostra lettura critica non venga guidata dalla speranza, ma dalla curiosità di sapere la verità.

Agire con estremizzazione è allettante di fronte a un tema che offre un’identità. Ma il sostegno a un gruppo non deve tradursi nel solo interesse a distruggerne un altro o ad accettare false informazioni solo perché di supporto alla propria posizione.

La polarizzazione alimenterà la guerra. Sia dentro che fuori dai confini di guerra. Quindi, prima di prescrivere, dovremmo trasformare la rabbia ignorante in pietà, scontrarci con l’opposizione, metterci in discussione. Spero che dalle mie parole non traspaia odio, ma dolore. Perché il primo è fine a sé stesso. Il secondo, invece, alimenta il cambiamento.

*Classe 2002, bazzica tra Milano e Lecco. Coordina la redazione di Nxwss, di cui è autrice dal 2021. Studia Psicologia e Comunicazione all’Università di Milano-Bicocca. Scrive di società e attualità. Sogna un futuro al fianco dei minorenni in difficoltà.

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