Le buone ragioni dietro le parole di Giorgia Meloni: meno tasse al ceto medio

giorgia meloni

Il ceto medio attende un segnale. Lo scriviamo da tempo: a un governo di centrodestra si richiede la dovuta attenzione per chi costituisce il pilastro fondamentale dell’economia italiana. È l’Italia che produce ricchezza e crea lavoro. È l’Italia che per quasi un ventennio ha guardato a Silvio Berlusconi, l’imprenditore prestato alla politica, il fustigatore dei guasti del sistema anti-imprese, tra burocrazia inconcludente e fisco oppressivo. Peraltro, proprio domani ricorrerà il secondo anniversario della scomparsa del sempiterno Cavaliere.

Non sarà un caso se, nel giro di due giorni, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata a parlare di “ceto medio”. Dapprima, nella giornata di ieri, intervenendo agli Stati generali dei commercialisti in un tripudio di applausi e standing ovation, la premier ha affermato che l’obiettivo del governo è “tagliare le tasse in modo equo e sostenibile“.

Dopo la riforma delle aliquote Irpef, ha scandito Meloni, “il nostro lavoro non è finito: intendiamo fare di più e concentrarci oggi sul ceto medio, che è la struttura portante del sistema produttivo italiano. Vogliamo lavorare per rendere il sistema più equo”.

Oggi, in un videomessaggio inviato all’assemblea di Confcommercio, la premier ha ribadito che la riduzione della pressione fiscale “con un’attenzione particolare per il ceto medio” è tra i primi obiettivi del governo “per consolidare la tendenza economica positiva che stiamo registrando e rafforzare la domanda interna”. In effetti, i dati macroeconomici danno qualche motivo di sollievo: nel primo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto dello 0,7 percento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (e dello 0,3 percento rispetto al trimestre precedente).

Il Pil italiano corre più di Francia e Germania e, considerata l’interdipendenza delle nostre filiere produttive con l’economia tedesca (in recessione), si può ritenere un buon risultato. La produzione industriale, dopo ventisei mesi consecutivi di calo, torna con il segno più: 0,3 percento in aprile.

Ora, la situazione geopolitica internazionale è a dir poco complessa, spirano i venti di guerre commerciali e prevale l’incertezza nella raffica di minacce sui dazi e controdazi, mentre la trattativa tra Usa e Ue è ancora in corso.

Eppure, per il governo italiano è venuto il momento di dare un segnale chiaro di sostegno a quel pezzo di Italia che non ha mai aspirato ai redditi di cittadinanza e che è abituata a rimboccarsi le maniche per l’incredibile privilegio di guadagnarsi un salario.

La riforma fiscale, varata dal governo, pone le basi per un fisco più equo. Una proposta concreta viene dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo: l’aliquota del 33 percento (al posto del 35 attuale) per i redditi di 50-60mila euro darebbe una boccata d’ossigeno a tante famiglie che difficilmente possono considerarsi “ricche” con uno stipendio mensile, lordo, di circa 4mila euro.

Dopo anni di inflazione galoppante, dai beni alimentari all’energia, è venuto il momento di mettere al centro la questione del potere d’acquisto non solo per chi è meno abbiente ma anche per chi magari sta un po’meglio ma non benissimo.

Prendete l’aliquota Irpef che, sopra i 50mila euro, sale al 43 percento. A questa dovete aggiungere circa tre punti percentuali di tassazione tra addizionali comunali e regionali, si arriva così al 46 percento. In altre parole, per una persona che guadagna poco più di 4mila euro lordi al mese, quasi metà dello stipendio va al fisco. Che cosa rimane per vivere? Quel lavoratore si può ritenere davvero “benestante” con 50mila euro l’anno di reddito lordo?

La coperta, si sa, è corta, e con i vincoli del nuovo Patto di stabilità i margini di manovra per la finanza pubblica sono ancora più risicati. Nessuno pretende bacchette magiche dove le magie non hanno cittadinanza ma, dopo tre leggi di bilancio che hanno concentrato gran parte delle risorse disponibili sul sostegno ai ceti meno abbienti (con il taglio strutturale del cuneo fiscale e la revisione degli scaglioni Irpef), è tempo di dare un segnale anche al ceto medio, ovvero a quella fascia intermedia dei contribuenti che lavorano, creano posti di lavoro e spendono dando una spinta ai consumi interni.

Come ha evidenziato il presidente del Consiglio nazionale dei Commercialisti Elbano de Nuccio, il momento è ora: si potrebbero impiegare a tale scopo le risorse derivanti dagli straordinari risultati della lotta all’evasione, una medaglia che il governo Meloni può appuntarsi al petto avendo portato il recupero alla cifra record di 33,4 miliardi nel 2024.

Ecco, destinare tali risorse per attuare un alleggerimento fiscale a vantaggio del ceto medio sarebbe una conquista di credibilità e fiducia, con un beneficio per il sistema Italia nel suo complesso.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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