Il ruolo dell’Italia e la crisi franco-tedesca

Il governo Meloni è il terzo più longevo della storia d'Italia.

“Tre anni per l’Italia. La strada è tracciata e la percorreremo fino in fondo”, lo ha scritto sui social il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a tre anni esatti dall’insediamento dell’esecutivo che è ufficialmente il terzo più longevo della storia repubblicana.

Nelle comunicazioni che si sono tenute stamane in Senato, in vista del Consiglio europeo del 23-24 ottobre, la premier ha rivendicato il ruolo dell’Italia: “L’Italia si presenta al compimento del terzo anno di governo, forte di un ritrovato protagonismo internazionale e di indicatori economici forti e solidi. L’Italia sta dove merita di stare, cioè in serie A: tutto questo consente all’Italia di presentarsi con autorevolezza al tavolo del Consiglio europeo”.

L’autorevolezza è dovuta, anzitutto, alla stabilità politica e finanziaria: un orizzonte di governo lungo cinque anni grazie a una maggioranza solida e coesa, la prudenza fiscale come bussola della prossima e delle passate manovre di bilancio, la promozione delle agenzie di rating, lo spread ai minimi storici.

Si può obiettare che la prossima legge finanziaria sarà piuttosto ridotta nelle dimensioni (circa 18 miliardi), ma è un fatto che il governo stia perseguendo l’obiettivo di rigore finanziario nel rispetto dei parametri europei ai quali l’Italia è vincolata. Una postura di responsabilità incompatibile con il “tempo delle vacche grasse”, soprattutto quando il Paese paga ancora, ogni anno, l’eredità del superbonus.

Il “caso Italia” viene osservato ed elogiato dalla stampa internazionale, anche da quella di marca progressista. Soprattutto quando si accosta al “caso Francia”, dove all’instabilità politica si somma l’instabilità finanziaria, il disordine dei conti pubblici, il debito record, il downgrade del rating.

Secondo un report di Bank of America pubblicato il 21 ottobre 2025, il 14 percento degli investitori esteri in Oat, i titoli di stato francesi, potrebbe ridurre la propria esposizione per un importo stimato di 70 miliardi di euro. Per non tirare le cuoia, il presidente Emmanuel Macron tira a campare, rinunciando all’impianto riformatore dei suoi esordi, persino la riforma delle pensioni è stata accantonata. E il “governo di missione” Lecornu II, dopo quello flash durato dodici ore, sembra soltanto un rimedio in extremis per non lasciare il Paese senza una legge finanziaria per il 2026.

Non va meglio alla Germania di Friedrich Merz, al potere da maggio e già in calo di consensi. Ieri il Financial Times ha vergato un durissimo editoriale dal titolo: “Merz sta mettendo a dura prova la pazienza della Germania”. Il cancelliere tedesco aveva promesso di rilanciare la Germania con la sua “Agenda 2030”, come fece Gerhard Schröder con la celebre “Agenda 2010”. Ma a pochi mesi dal suo insediamento, il Paese è impantanato nella stagnazione più lunga dal dopoguerra.

Gli industriali lo criticano per non aver risollevato la locomotiva tedesca, le riforme procedono a rilento, l’energia costa troppo e la competitività è in affanno. I cittadini si lamentano delle conseguenze della stagnazione che attanaglia il Paese, con una crescita ferma allo 0,2 percento nel 2025.

Il partito di Merz, la Cdu, manifesta un disagio crescente per l’accordo monco con la Spd che frena sulle riforme. Il maxi piano di investimenti da 500 miliardi di euro in dodici anni, in rottura con la tradizionale linea di disciplina fiscale, dovrebbe servire a finanziare infrastrutture e difesa ma stenta a decollare, mentre la destra di AfD cresce nei consensi: secondo i sondaggi più recenti, il partito di Alice Weidel sarebbe il primo con il 26 percento.

Sia chiaro: i motivi della crisi sono profondi e antecedenti all’ascesa di Merz. Il modello di crescita tedesco si è retto per anni sull’import di energia a basso costo dalla Russia e sull’export di merci in Cina. Tale modello non esiste più e non è replicabile. Il problema è che il day after di questo cambio d’epoca non prende concretezza. Non si comprende cioè quale sarebbe lo schema di sviluppo alternativo, mentre la produzione di acciaio è calata del 12 percento, l’automotive affronta un declino strutturale e la concorrenza cinese e i dazi americani aggravano la crisi.

Insomma, l’asse franco-tedesco appare in crisi per ragioni anzitutto interne. E l’Italia, in questo quadro, è chiamata a svolgere un ruolo forse inaspettato.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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