Intervista al filosofo Giuseppe Girgenti (Università Vita-Salute San Raffaele), autore con Mauro Crippa del libro “Umano poco umano”.
Una signora che distrugge con un piccone alcuni telefonini. Questa immagine ha accompagnato alcune recensioni del libro ‘Umano, poco umano. Esercizi spirituali contro l’intelligenza artificiale‘, di Giuseppe Girgenti, docente di Storia della filosofia antica presso Università Vita-Salute San Raffaele, e Mauro Crippa, direttore dell’informazione di Mediaset. Un libro che al momento della sua uscita è stato accusato di neo-luddismo. “Noi in realtà volevamo fornire gli strumenti per essere consapevoli dei rischi dell’AI, perché conoscendoli possiamo evitarli”, spiega Girgenti.
Il suo libro parla di un’AI ‘poco umana’, ma i bias che la guidano sono umanissimi.
L’AI si basa su dati forniti dall’essere umano e riproduce le sue capacità logico-matematiche. Tuttavia, essa è sintattica ma non semantica ossia riproduce un discorso basandosi su regole grammaticali che le sono state fornite e calcoli probabilistici ma non ha contezza di ciò che ha prodotto. Inoltre, mentre la nostra memoria è individuale e selettiva, l’AI accede, tramite database sconfinati, a una memoria collettiva.
Da docente, come ha vissuto la diffusione dell’AI nelle scuole e in ambito accademico?
Capita che mi arrivino tesi di laurea dove ci sono capitoli che sono scritti con l’AI. Così come nelle scuole essa viene utilizzata per i temi e le versioni. Ma così lo studente viene danneggiato perché si depotenzia l’educazione scolastica, non è più in grado di ragionare, scrivere o avere competenze linguistiche. Questo ci rende sostituibili. Sono stato spesso a parlare nelle scuole e se da una parte emerge la volontà di imparare a utilizzare questi strumenti, dall’altra vedo la paura di essere superati anche nelle professioni creative, perché l’AI può fare in 30 secondi ciò che noi facciamo in 4 anni. Il rischio è proprio questo: quella che nel libro chiamiamo ‘sostituzione tecnica’.
Come possiamo difenderci?
Nel breve periodo, l’AI sarà in grado di sostituire il 60% dei lavori attuali a fronte di un 5% di nuove occupazioni. Se questi dati sono veri, allora un buon 55% rimarrà a casa. Innanzitutto, bisognerebbe schierarsi con i lavoratori senza mettere al primo posto il profitto a qualsiasi costo. A fare la loro parte devono essere anche le famiglie, fornendo ai bambini soluzioni alternative agli smartphone, e gli insegnanti, addestrando gli studenti a utilizzare questi strumenti nelle loro varie applicazioni e a cogliere le differenze tra le piattaforme, ChatGpt quando genera un testo non cita fonti mentre Gemini sì, da lì occorre saper discernere tra le fonti proposte. Allenare la mente è fondamentale per tenere vive le nostre competenze logiche, razionali e creative. La nostra posizione sull’AI non è mai stata apocalittica a prescindere, vogliamo promuovere un uso critico di questi strumenti: conoscerli per usarli bene.
Nel libro si parla di esercizi spirituali, può consigliarne uno?
Preciso che avevamo parlato di esercizi spirituali ‘contro l’AI’ perché quando il libro è uscito dilagava un entusiasmo acritico e nessuno parlava dei rischi. Oggi questi esercizi servono per convivere con l’AI e gestirla in modo oculato. Vorrei proporre l’ultimo menzionato, quello sulla morte. Meditare sulla morte e ‘essere per la morte’, come scrive Heidegger. Dal momento che l’AI ci propone app che riproducono un nostro avatar digitale che ci sopravviva o l’avatar di un nostro caro scomparso, permettendoci di parlare con lui con gravi danni soprattutto per le persone più fragili, diventa fondamentale imparare a vivere la nostra esistenza appieno e con consapevolezza della nostra finitezza.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)
