Prima il figlio da portare a scuola e a fare sport, poi la riunione di lavoro. Poi la badante della madre anziana che non si presenta. Poi di nuovo il figlio, il genitore, il lavoro e via così, a colmare le mancanze, a destreggiarsi in equilibrio funambolico su un castello di carte che rischia continuamente di crollare. Tutto il giorno, tutti i giorni. È la giornata tipo di circa nove milioni di italiani che appartengono alla cosiddetta generazione sandwich: persone nel pieno della vita produttiva che si trovano a prendersi cura contemporaneamente dei figli minori e di genitori anziani o familiari non autosufficienti, compensando ogni giorno le lacune di un sistema di welfare che non riesce a tenere il passo con l’invecchiamento della popolazione.
I numeri di questa condizione emergono con chiarezza dalla ricerca “Lavoro di cura domestico – Generazione Sandwich”, condotta da Ipsos Doxa su un campione di 5.655 italiani tra i 25 e i 75 anni per conto di Nuova Collaborazione, l’associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. Quello che emerge non è un problema privato ma una trasformazione strutturale del modello sociale italiano, con costi economici, lavorativi e psicologici che ricadono quasi interamente sulle famiglie.
Chi sono e quanti sono
La generazione sandwich rappresenta il 15% della popolazione italiana. Si concentra tra i 35 e i 54 anni, con un’età media di 45 anni. È una fascia tutt’altro che marginale: il 61% lavora a tempo pieno, il 67% vive in famiglie in cui entrambi i partner sono occupati, quasi un terzo è laureato. Sono il cuore produttivo del Paese. E sono anche quelli che reggono il sistema assistenziale con le proprie spalle.
Per il 77% degli italiani, il principale soggetto che si occupa concretamente della cura di figli e familiari non autosufficienti è la famiglia. Solo il 7% di chi presta assistenza riceve supporto dai servizi domiciliari pubblici. Il welfare formale è quasi assente: lo Stato, i servizi pubblici, il volontariato arrivano dopo, e in misura marginale.
Il costo economico che nessuno calcola
La cura ha un prezzo. Il 74% della generazione sandwich sostiene spese continuative per servizi di cura dei figli fuori dall’orario scolastico: babysitter, doposcuola, centri estivi, attività pomeridiane. Per quasi la metà di loro, queste spese sono regolari tutto l’anno. Non si tratta di una voce episodica del bilancio familiare, ma di un costo strutturale che si aggiunge alla gestione dei genitori anziani.
È un paradosso economico che la ricerca mette in luce con chiarezza: chi più contribuisce alla produttività del Paese è anche chi sostiene privatamente i costi di una rete assistenziale che il pubblico non riesce a garantire. E lo fa in silenzio, senza che questo lavoro venga contabilizzato, riconosciuto o compensato.
Sul fronte del lavoro domestico regolare, il quadro è altrettanto problematico. L’89% degli italiani riconosce che l’irregolarità nel settore è un fenomeno diffuso. La causa principale non è culturale: il 60% indica nel costo troppo elevato del contratto regolare il principale ostacolo. Al tempo stesso, quasi due italiani su tre si dichiarano disposti a pagare di più per lavoratori qualificati e certificati. Non è in discussione il valore del lavoro domestico, ma la sua sostenibilità economica.
Il lavoro che si restringe e il welfare al collasso
Le conseguenze sul piano professionale sono concrete e misurabili. Tra chi presta assistenza, nel solo ultimo trimestre gli impegni di cura hanno interferito con il lavoro nel 51% dei casi. Nella generazione sandwich la quota sale al 65%. Nel Nord Est quasi la metà considera questo conflitto un problema “molto frequente”.
Quattro persone su dieci hanno modificato la propria attività lavorativa per esigenze di cura: riduzione dell’orario, part-time, rinuncia a opportunità professionali, in alcuni casi uscita definitiva dal mercato del lavoro. Nella generazione sandwich, oltre una persona su due, il 56%, ha ridotto o sospeso il lavoro almeno occasionalmente.
Il prezzo del lavoro di cura lo pagano soprattutto le donne. Il 68% delle donne appartenenti alla generazione sandwich dichiara di trovarsi spesso o qualche volta in difficoltà nella gestione dei figli. Carriere rallentate, part-time involontari, rinuncia a opportunità professionali continuano a colpire in misura sproporzionata chi porta il peso maggiore della cura quotidiana.
Il prezzo psicologico
Il 92% degli italiani ritiene che la gestione della cura generi stress mentale per le famiglie. Non è una percezione astratta: il 67% della generazione sandwich dichiara di essersi sentito sopraffatto dagli impegni di cura nell’ultimo trimestre, il 72% lamenta una forte riduzione del tempo personale. Il livello medio di benessere percepito in questa fascia si attesta a 6,8, inferiore al 7,1 rilevato nella popolazione generale.
C’è poi una dimensione che guarda al futuro e che forse è la più rivelatrice. Il 77% degli italiani ritiene probabile di aver bisogno di assistenza nel corso della propria vita. Tra la generazione sandwich la quota sale all’82%. Chi oggi vive direttamente il peso della cura è anche chi più chiaramente vede il sistema e il welfare italiano per quello che sono: fragili, insufficienti, destinato a resistere sempre meno in un’Italia che invecchia sempre di più.
Una infrastruttura sociale non riconosciuta
La ricerca restituisce l’immagine di un Paese in cui il lavoro di cura è diventato una delle principali infrastrutture sociali, ma continua a essere trattato come una questione privata. Le famiglie fanno la parte del welfare e suppliscono, a costo di carriere ridotte, bilanci compressi e salute mentale logorata, a ciò che il sistema pubblico non eroga. Lo fanno senza riconoscimento economico, senza tutele adeguate, spesso senza nemmeno la consapevolezza di stare svolgendo una funzione sociale di primaria importanza.
E le prospettive non sono certo rosee. L’invecchiamento demografico, l’aumento della non autosufficienza e la riduzione delle reti familiari tradizionali renderanno questa pressione ancora più intensa nei prossimi anni.
