Da Starmer a Macron: la corsa populista a riconoscere uno stato che oggi non c’è

starmer e macron

“Io stavo passando con il mio carrello delle pulizie nel corridoio delle toilette quando mi sono trovato bloccato da un muro di gente che urlava, si spintonavano, c’era quest’uomo in mezzo e accanto a lui il bambino silenzioso, sembrava scioccato”.

È il racconto di un addetto alle pulizie che, durante il turno presso l’autogrill Villoresi Ovest, ha assistito all’aggressione antisemita ai danni di un cittadino francese, reo di girare con la kippah in testa, insieme al figlio di sei anni che ora, racconta il genitore, andrà dallo psicologo per affrontare il trauma legato a quanto accaduto.

Padre e figlio erano in vacanza, avevano lasciato la figlia a Milano ed erano sulla via di ritorno per Parigi. La procura di Milano ha aperto un fascicolo, il reato ipotizzato è percosse aggravate dall’odio razziale.

Solo pochi giorni fa, un gruppo di una cinquantina di bambini ebrei francesi sono stati fatti sbarcare dal volo Vueling che da Valencia doveva riportarli a Parigi. La loro istruttrice, una ragazza 21enne, è stata sbattuta a terra e ammanettata come una pericolosa criminale, il video ha fatto il giro del web.

In molti si sono domandati che cosa mai fosse accaduto, quali gravi comportamenti avessero assunto questi giovanissimi, tra i 10 e i 15 anni, che intonavano canzoni ebraiche in un clima di festa.

Forse qualche schiamazzo di troppo, forse un eccesso di esuberanza, ma risulta in ogni caso sproporzionata la decisione del comandante di obbligarli ad abbandonare l’aereo.

Soprattutto non si comprende perché, a detta dei testimoni, questi bambini innocenti siano stati tacciati dall’equipaggio di essere “cittadini di uno stato terrorista”.

Poi è venuto fuori che il capitano è un nativo delle Isole Canarie e soprattutto istruttore di volo di due dei terroristi che misero a segno l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. Capita a tutti di essere reclutati da Al Qaeda.

Ora, questi due episodi, accaduti negli ultimi giorni tra la Spagna e l’Italia, raccontano qual è il clima in cui vivono gli ebrei nella bella Europa. La patria dell’illuminismo e della tolleranza è diventata un luogo mefitico dove è sconsigliato girare con la kippah. L’immigrazione musulmana ha esacerbato un fenomeno che, dal caso Dreyfus in poi, ha a che fare con l’odio ancestrale contro gli ebrei.

Ma tutto questo sembra secondario e marginale nei giorni in cui, dopo la Francia, anche il Regno unito si appresta a procedere al riconoscimento dello stato di Palestina.

Il premier britannico Starmer ha dichiarato che “a settembre avverrà il riconoscimento dello stato palestinese, se non ci sarà un cessate il fuoco a Gaza”.

Prima di Starmer, era stato il presidente francese Macron a indicare settembre come il momento propizio per il riconoscimento di uno stato che oggi semplicemente non esiste. L’occasione è la sessione annuale dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, un consesso notoriamente antisemita e antisraeliano.

Ora, diversi problemi si pongono. Anzitutto, la scelta di riconoscere uno stato che non esiste, essendo l’entità statuale caratterizzata dal monopolio della forza su un determinato territorio.

In Cisgiordania l’Autorità nazionale palestinese non controlla nulla, una parte è sotto controllo israeliano, un’altra sotto controllo di Hamas e di altre fazioni. La leadership dell’Anp è nelle mani di un uomo, Abu Mazen, che ha 89 anni e governa dal 2006, cioè dall’ultima volta in cui i palestinesi hanno potuto esercitare il diritto di voto.

Come se non bastasse, i leader europei sembrano aver dimenticato che il 7 ottobre 2023 un commando di Hamas ha ammazzato, casa per casa, a mani nude, 1200 ebrei, e ne ha rapiti diverse centinaia. Mai era accaduto, dai tempi dell’Olocausto, che un numero così alto di ebrei civili venissero trucidati in un solo giorno.

Il riconoscimento frettoloso e puramente simbolico, non radicato in una situazione di fatto, manderebbe al mondo arabo un messaggio: se ammazzi un numero sterminato di ebrei, ottieni in premio uno stato.

Senza dimenticare che ci sono ancora cinquanta ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, poco meno della metà sarebbero ancora in vita, e Hamas, negli scorsi giorni, ha fatto fallire i negoziati di Doha opponendosi alla tregua disegnata dalla proposta Witkoff (su cui Israele aveva dato parere positivo).

Donald Trump ha liquidato le parole di Macron con una battuta (“Non conta quello che dice”), ma le parole del presidente francese in realtà contano nella misura in cui paiono come il maldestro tentativo di strizzare l’occhio all’elettorato islamico nel Paese più islamizzato d’Europa.

La Francia del Bataclan e di Charlie Hebdo si fa capofila di una coalizione di stati che paiono quantomeno indulgenti con i terroristi islamici. E non vale tirare fuori la tragedia di Gaza, perché i bambini a Gaza hanno diritto di nutrirsi indipendentemente dalla circostanza che esista o meno uno stato palestinese.

Il rispetto del diritto umanitario internazionale e l’urgenza di garantire un regolare flusso di cibo e aiuti ai civili prescindono dall’iniziativa politica sconsiderata di chi punta il dito contro Israele senza chiedere ad Hamas il rilascio immediato degli ostaggi e l’adesione al piano di tregua.

Mai come in questa vicenda, tra i bambini di Valencia e la famiglia aggredita sulla Milano Laghi, i Grandi del mondo – che talvolta sono piccoli uomini – dovrebbero rendersi conto di qual è la posta in gioco. Al di là degli slogan e degli opportunismi.

Poste Italiane Dic 25

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